Il Senatus Consultum Ultimum (SCU) è il termine moderno coniato per descrivere una serie di risoluzioni di emergenza adottate dal Senato romano durante l’ultima fase della Repubblica. Era una delibera del Senato, la cui formula più nota era Videant Consules ne quid Res Publica Detrimenti Capiat (“I Consoli si assicurino che lo Stato non subisca alcun danno”).
L’SCU non aveva il potere di creare nuove leggi o di sospendere quelle esistenti, poiché il Senato non deteneva formalmente tale autorità. Piuttosto, conferiva ai magistrati in carica (come i Consoli) l’autorità morale e il supporto politico necessario per agire extra legem – ovvero, al di fuori delle procedure legali ordinarie – al fine di salvaguardare lo Stato in caso di grave minaccia interna. L’atto più grave consentito dall’SCU era l’uccisione di cittadini senza concedere loro il diritto di provocatio ad populum (appello al popolo), una garanzia fondamentale della libertà repubblicana.
In effetti gli esempi proposti da Barbagallo in quest’opera giovanile (l’autore aveva ventitrè anni nel 1900, al momento della pubblicazione), sono quasi tutti (13 su 14) relativi a contrasti interni e non a guerre esterne. L’autore lo definisce già nel titolo una “misura eccezionale” e lo analizza come uno strumento politico anticostituzionale, privo di fondamento giuridico formale, utilizzato dall’oligarchia senatoria per sopprimere gli oppositori (come i Gracchi e i Populares) e difendere i propri interessi economico-politici durante la crisi repubblicana. Famosi sono i casi di suo utilizzo verso i due fratelli Gracchi, contro Catilina e contro Cesare.
La formazione marxista dell’autore lo porta a considerare su un piano socio-politico quello che fino ad allora era un problema di natura prettamente giuridica.
Difficile non pensare che l’interesse di Barbagallo per questo argomento abbia una relazione con la situazione politica italiana dell’epoca: i moti di Milano che portarono agli eccidi di Bava Beccaris del 1898 avevano provocato lo Stato d’assedio per alcuni mesi ed una dura repressione delle opposizioni socialiste e repubblicane.
Sinossi a cura di Claudio Paganelli
Dall’incipit del libro:
La più semplice e cauta definizione di s. c. u. è quella di misura eccezionale di salute pubblica, per cui il Senato delega poteri ugualmente eccezionali ai consoli, o, insieme con essi, ai tribuni e ad altri magistrati rivestiti d’imperium, mediante la formula più usitata: «Videant consules ne quid respublica detrimenti capiat».
I due primi s. c. ua ci vengono ricordati da Livio, l’uno, come del 464 o 63, l’altro, come del 381 a. C.
Narra egli che al 464 erano consoli A. Postumio Albo e Spurio Furio Fuso. A quest’ultimo toccò di guerreggiare contro gli Equi. Fu data battaglia, mentre costoro saccheggiavano le terre degli Ernici: l’esercito romano fu sconfitto e circondato insieme col console. Gli Ernici portarono a Roma la triste notizia, e misero il Senato in tanto spavento, che fu commesso all’altro console «videre ne quid respublica detrimenti capiat», «quae forma senatus consulti ultimas semper necessitatis habita est».
Fu allora ingiunto al console residente in Roma di recarsi, quanto più celeremente potesse, in aiuto del collega; ma poscia si reputò più opportuno farlo rimanere per l’arrolamento di tutti coloro «qui arma ferre possent», e inviare in sua vece T. Quinzio, che l’anno precedente avea guerreggiato contro gli Equi. Fatte le leve, Postumio si recò al campo.
Sarebbe questo ‒ per dir così ‒ un s. c. u. rei gerundae causa. Il secondo invece fu votato seditionis causa; e costituì uno degli atti posteriori all’agitazione plebea del 382, capitanata da M. Manlio Capitolino, il memorando salvatore del Campidoglio.
Scarica gratis: Una misura eccezionale dei romani di Corrado Barbagallo.




