Il cielo senza Dio è il primo dei tre romanzi – dopo due raccolte di novelle scritte in anni precedenti – che scrisse Paolo Arcari. Fu dato alle stampe nel 1922. In quegli anni le opere narrative italiane che sembrarono aprire nuove strade “moderniste” distinte da quelle segnate qualche anno prima da Pirandello, Svevo e Aleramo, si contano sulle dita di una mano o poco più: Rubè di G. A. Borghese, Tre croci di Federico Tozzi, Ilia e Alberto di Angelo Gatti, Pietro e Paolo di Mario Sobrero (tutti e quattro scaricabili gratuitamente da questa biblioteca Manuzio), La peccatrice senza peccato di Ismaele Mario Carrera, Angela di Umberto Fracchia. Oggi sono poco ricordati anche nelle storie letterarie. Stessa sorte, e anche peggio, per questo romanzo di Arcari che tuttavia, al di là del suo semplice valore di documentazione storica nell’ambito della storia del romanzo italiano del Novecento, può ritagliarsi il suo spazio grazie alla sua tecnica narrativa fluente che denuncia la facilità di eloquenza, tratto caratteristico che contraddistingueva l’attività di insegnante e conferenziere di questo scrittore; ciò non toglie che Arcari diede il meglio di sé nell’ambito degli studi biografici e critici e della saggistica.

La sua vena letteraria prova a conciliare, nel solco di un saldo spirito cattolico, peccato e legge, istinto e coscienza, il visibile e l’invisibile. Nei trent’anni successivi ben poche tracce si ritrovano di questa sua impostazione nella narrativa italiana. Si possono ricordare Alberto Albertini, Pietro Mignosi (Perfetta letizia). È stato probabilmente ingeneroso accogliere questo romanzo come fece Ercole Quadrelli (noto studioso di esoterismo e delle opere di Evola, tra i primi ad essere chiamati da Mussolini a collaborare al periodico “Gerarchia”) come portatore di un “cattolicismo sornione”, quello caratterizzato da “abbacchio a pasqua e pasta e ceci al venerdì”. È vero tuttavia che si tratta di un cattolicismo molto esteriore reso accettabile a chi legge dal fatto che Arcari si rivela consapevole che esiste un’arte dello scrivere e prova a perseguirla non senza un qualche successo, scivolando però su tesi alquanto vacillanti.

Elena è sposata con Giuliano, professore di storia e culturalmente arricchito da un intelletto versatile e certamente privo di fede. Lui muore immaturamente e la vedova, rimasta sola con i loro due bimbi, Liana e Gioietto, fa ritorno alla casa paterna. È qui che si trova a dover conciliare il ricordo della sua felice e breve vita coniugale, completamente areligiosa, con una nuova situazione spirituale che allenti l’angoscia del definitivo distacco da ciò che era stato, lui in vita, così tenacemente unito. Ed è ancora qui che, nelle vesti della madre di Elena, arcigna e anche un po’ gretta, emerge il cattolicismo “sornione” al quale si riferisce Quadrelli. Cattolicismo fatto di formule catechistiche, segni di croce e adesioni sempre superficiali e prive di interesse sia spirituale che intellettuale, sulle quali Elena prova a mantenere vivi lo spirito e le abitudini del defunto marito. Ma la corazza costruita grazie alla complessità del pensiero di Giuliano si incrina ed Elena si trova a oscillare tra slanci in direzione della fede e un residuo di fedeltà alla personalità del defunto marito. Questa oscillazione procede per tappe: la prima in occasione di un infortunio domestico nel quale incorre il piccolo Gioietto che si trova l’appendice uncinata di un burattino con il quale era intento a giocare confitta in una palpebra. Elena trova, nonostante l’apprensione, la fermezza di mano per estrarre il pericoloso giocattolo dalla palpebra del figlioletto:

«Elena si fece il segno della croce e colla mano sicura, che non doveva nè tremare nè errare, estrasse la profondità inaudita di quel filo di ferro immediato sull’occhio, sotto la lievissima palpebra. […] Tremava della sua più rapida risoluzione ideale. Tremava di quel segno della croce e della fulminea e fiammante preghiera mentale che l’aveva accompagnato. Era il suo primo atto, vero atto, vero impulso religioso quello…. Il primo, da quando?»

Segue poi la morte “cristiana” del padre di Elena, vissuto da persona semplice, onesta e caritatevole, che porta Elena a un difficile confronto tra questa morte, accompagnata da una scialba figura di curato, e quella ben più accorata e tormentata di Giuliano.

«…tutta quanta la vita rischiava di perdere ella, consumandola nel più torrido deserto, senza il portentoso aiuto di una divina attesa. Ma perchè Giuliano non si era fatto mai coscienza di perdere per lei, se non per sè, gli sterminati orizzonti dell’eternità?»

L’ultima tappa, per giungere alla quale si transita anche attraverso una pericolosa malattia affrontata dalla piccola Liana, è quella della prima comunione della bimba. L’ambiente della chiesa, il candore della bimba, la compunzione e l’ingenua fede della propria mamma e nonna della bimba la portano a una nuove riflessione:

«c’era un altro modo di andarsene ma non per intiero, ed essi lo avevano ignorato; perduto perchè c’era qualcosa che impediva di sentirsi soli di una solitudine disperata e di questo non avevano parlato quella notte parlando di tante cose, trascurabili in confronto….»

Ma la mancanza di fede di Giuliano e il loro amore appare come ostacolo insuperabile, quasi una condanna definitiva:

«Da sola non poteva accettare di vivere con Dio e di Dio, perchè sarebbe equivalso ad abbandonarlo. Senza di lui muovere verso l’Eterno, perdersi ed annegarsi in un’infinita realtà, significava spezzare il vincolo del loro amore.»

L’implicita, ma neppure troppo, condanna dell’autore per questa oscillazione traspare quando lo stato d’animo nel quale si trova ad annaspare Elena viene definito di «reduce indolenza». Questa sofferta figura di donna – che ricorda non poco il suo antecedente letterario di Luisa in Piccolo mondo antico – si trova quindi a un punto nel quale «Ella non tagliava, non avrebbe tagliata la corda per quanto la stringesse cruda alla vita, la conducesse ad una fine che non poteva vedere, la occludesse nel suo respiro spirituale.» Evidentemente Arcari vorrebbe suggerire al lettore che la fine cattolica-apostolica si possa invece “vedere”. Non si vede più nulla, invece, se non le lacrime e l’irreparabilità di «un cielo senza Dio» nel quale «Chi è fuori della Chiesa per propria colpa e muore senza dolore perfetto non si salva….». Attraverso quelle lacrime si stenta a comprendere se Elena quella corda, sia pur piangendo, la taglia o no. Non mi sembra una religione pensata e sentita quella che propone Arcari, ma una religione che insorge e si impone per millenarie abitudini di nonne e bisnonne e sfocia sempre in manifestazioni egoistiche: banali e pacioccone (quella del curato che assiste il padre moribondo), da tiranna domestica (la vecchia madre), da inconsapevole irresponsabilità (il padre morente) e infine all’egoismo della “convertenda” che per tacitare i propri tormenti si vuole sottrarre al coraggio del dubbio, che invece sarebbe la via più utile per non sprofondare nello sconforto, per trasformare le proprie lacrime di donna disperata nel doloroso rispetto per un traguardo che non possiamo conoscere in anticipo.

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

— Mamma, son questi i due campanili che si baciano? – Elena si sciolse dai suoi inesorabili pensieri per l’insistenza di una voce dolce di puerizia e d’affetto. Rispose, prima che con parole, con un lungo sorriso di carezza. Erano lì, testolina contro testolina, riccioli biondi più intensi e fluenti sopra altri riccioli biondi ancor pallidi, come oro sopra altro oro, le superstiti ricchezze della sua vita spezzata. Lì, in attesa ed in bisogno non d’altro mai che di lei.
— Sì, piccoli, son questi.
Infatti, dai declivi più bassi e primi, sotto la maestosa catena dell’Alpi, nel ripiano che sporgeva sulla valle tra gli ampi letti dei torrenti e il rosseggiare dei ripidi canaloni, due svelti campanili, l’uno più distante e più alto, l’altro più prossimo e ad un gradino inferior della costa, si andavano nella prospettiva del treno fuggente, da umili chiesette quasi dirute, rapidi ed insensibili incontro, finchè per l’illusione di una svolta apparivano una forma sola, affratellati in una stessa preghiera.
I quattro occhietti eran fissi fuori coll’intensità delle anime nuove ammaliate dagli spettacoli della vita, fuori a cercare nel cielo la promessa materna. Il sole del pomeriggio tardo li indorava di una superba aureola, serrati come in una nicchia nel loro angolo e nel loro mutuo tepore.

Scarica gratis: Il cielo senza Dio di Paolo Arcari.