Al paradiso delle signore (Au bonheur des dames) – ma in questa traduzione di Ferdinando Martini e Guido Mazzoni il titolo è Il paradiso delle signore – fu pubblicato nel 1883 ed è l’undicesimo romanzo del ciclo Les Rougon-Macquart. Histoire naturelle et sociale d’une famille sous le Second Empire dello scrittore francese Émile Zola.
Il ciclo, che comprende 20 romanzi scritti tra il 1871 e il 1893, era stato concepito da Zola con l’intento quasi scientifico di descrivere in modo completo e minuzioso la vita di varie e diverse famiglie, tutte collegate ed eredi della famiglia Rougon-Macquart. In linea con i principi letterari del naturalismo, al quale si era accostato con convinzione, l’autore voleva dimostrare che l’ereditarietà, nelle sue espressioni di vizi e di virtù che si rincorrono nelle generazioni, segue leggi ben precise. Il naturalismo infatti, nato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento e frutto diretto del pensiero positivista, cerca di descrivere la realtà psicologica e sociale con gli stessi metodi usati nelle scienze naturali.
Scrive Zola, alla Prefazione del primo volume del ciclo, La fortune des Rougon:
«Je veux expliquer comment une famille, un petit groupe d’êtres, se comporte dans une société, en s’épanouissant pour donner naissance à dix, à vingt individus, qui paraissent, au premier coup d’œil, profondément dissemblables, mais que l’analyse montre intimement liés les uns aux autres. L’hérédité a ses lois, comme la pesanteur.
Je tâcherai de trouver et de suivre, en résolvant la double question des tempéraments et des milieux, le fil qui conduit mathématiquement d’un homme à un autre homme.» [Voglio spiegare come una famiglia, un piccolo gruppo di persone, si comporta all’interno di una società, fiorendo per dare vita a dieci, venti individui, che sembrano, a prima vista, profondamente dissimili, ma che l’analisi mostra intimamente legati gli uni agli altri. L’ereditarietà ha le sue leggi, come la gravità. Cercherò di trovare e di seguire, risolvendo il duplice problema dei caratteri e degli ambienti, il filo che porta matematicamente da un essere umano all’altro.]
Capostipite della famiglia è Adelaïde Fouque (1768 – 1873) che sposa Pierre Rougon, figlio di contadini, da cui ha un figlio; diventata vedova, si accompagna a Macquart, uomo di cattiva fama dal quale ha altri due figli. Il primo volume del ciclo, La fortune des Rougon (1871), è ambientato tra la fine del ‘700 e il 1851, nella cittadina immaginaria di Plassans in Provenza prima e a Parigi poi. Su Wikipedia, alla voce I Rougon-Macquart è presente un chiaro albero genealogico.
Queste famiglie raccontate da Zola, che si succedono, dopo la prima, o si affiancano negli anni, appunto in un perfetto albero genealogico, sono tutte vissute nella fascia temporale della storia francese che va dal colpo di stato del 1851 alla nascita della Terza Repubblica. Il colpo di stato fu compiuto da Luigi Napoleone Bonaparte, il quale, da presidente della Seconda Repubblica, sciolse l’Assemblea nazionale, promosse un plebiscito che approvò la prosecuzione per dieci anni del suo mandato presidenziale; ma già l’anno successivo, nel 1852, pose fine alla Repubblica proclamandosi Imperatore dei Francesi con il nome di Napoleone III e dando così vita al Secondo Impero. Il periodo termina con l’evento decisivo della guerra franco-prussiana e cioè con la battaglia di Sedan (tra 31 agosto ed il 2 settembre 1870), la resa dei francesi, la capitolazione di Napoleone III, la fine del Secondo Impero e la nascita della Terza Repubblica.
Il ciclo venne composto all’incirca in vent’anni, esattamente a partire dall’anno successivo alla sconfitta di Sedan. Zola, quindi, oltre ad analizzare le leggi dell’ereditarietà nelle famiglie Rougon e Macquart, si poneva anche come testimone diretto dell’impatto che il Secondo Impero ebbe sui diversi aspetti della vita in Francia: economici, sociali, urbanistici, … Questo ciclo è dunque, come scrisse sempre Zola nella Prefazione citata, “la storia naturale e sociale d’una famiglia sotto il Secondo Impero”. In questo periodo Parigi subì enormi trasformazioni, volte ad una modernizzazione profonda, voluta da Napoleone III e messa in atto secondo i progetti del prefetto Georges Eugène Haussmann, noto come il Barone Haussmann (1809 – 1891), politico e urbanista; trasformazioni che cambiarono non solo il volto della città ma anche fortemente il suo tessuto sociale. È certamente da identificare in Haussmann il Barone Hartmann, direttore del Credito Fondiario, che compare in Au bonheur des dames.
Protagonisti di questo undicesimo romanzo del ciclo sono Octave Mouret e Denise Baudu. Octave Mouret è uno dei pronipoti di Adelaïde Fouque, nato, secondo la genealogia, nel 1840 e che, all’inizio della storia, ha meno di trent’anni. Venuto a Parigi dal sud della Francia con l’audacia dell’avventuriero, dopo qualche “pasticcio di donne”, conquista la donna che gli porta in dote “Al Paradiso delle signore”, prestigioso negozio di tessuti fondato nel 1822. La povera giovane moglie muore nei magazzini in un incidente e il marito, giovane vedovo, resta padrone di tutto. Octave rivela una delle caratteristiche ereditarie dei Rougon-Macquart: l’audacia, la determinazione, la voglia di arrivare sempre più in alto, la capacità di immaginare un futuro di grandezza e di incidere sul cambiamento della società.
L’altra protagonista e perno intorno al quale ruota tutta la vicenda è Denise Baudu, orfana, che lascia la città di Valognes in Normandia, dove è nata, per cercare fortuna a Parigi insieme con i fratelli più giovani, un adolescente ed un piccolino. Per prima cosa i tre cercano appoggio presso lo zio Baudu e la sua famiglia, proprietari di un piccolo negozio di tessuti vicino a “Au bonheur des dames”, attività commerciale che si va sempre più espandendo e che di giorno in giorno soffoca le vecchie attività che la circondano. È immenso lo stupore dei tre fratelli nel ritrovarsi in questa grandiosa città, piena di traffici e di persone, che sta vivendo una ‘scossa tellurica’ sia dal punto di vista urbanistico che sociale, nel pieno sviluppo dei trasporti e dell’industria. I tempi sono maturi per una nuova concezione urbanistica, che pone al centro la ‘grandeur’, e per una nuova idea di commercio, non più basata sui rapporti quasi familiari tra negoziante e clienti, ma sul principio del massimo sfruttamento del cliente. In particolare “Al paradiso delle signore” da sfruttare è la donna:
«e dopo, quando le aveva ben bene votate le tasche e sconquassati i nervi, era pieno del segreto disprezzo che l’uomo ha per un’amante quando lei ha fatta la sciocchezza di darglisi.»
Tutte le parole d’ordine del capitalismo, del libero mercato, del consumismo spinto, del puro profitto trovano spazio. Denise, cresciuta secondo i principi di un’economia precapitalista, è dimidiata tra la zona di conforto ispirata dai vecchi rapporti di commercio, con i vecchi negozi tradizionali un po’ polverosi ma accoglienti, i commessi premurosi, le sartine, gli artigiani al lavoro sull’uscio della bottega, e la scintillante novità con le grandi vetrine sfolgoranti di luce, di stoffe di tutti i tipi e per tutte le borse, e addirittura di capi già confezionati, il prêt-à-porter: vere ‘cattedrali del commercio moderno’ come le definisce Zola nel romanzo.
Parigi ancora oggi è famosa per i suoi grands magazins. Possiamo ricordare “Le Bon Marché”, fondato nel 1838 e citato anche in questo romanzo, “Printemps”, del 1865, “La Samaritaine”, nato nel 1870, le “Galeries Lafayette”, aperte nel 1893. Come si vede dalle date di fondazione, è proprio del fenomeno di quel periodo che sta raccontando Zola nel suo romanzo. Perché, val la pena ricordarlo, oltre ai mutamenti nella società e nell’urbanistica, anche la moda in quegli anni subì grandi cambiamenti. La moda del Secondo Impero vide nascere la Couture tout court, che poi si chiamerà Haute Couture, Alta Moda. Era un nuovo modo di pensare il sistema dell’abbigliamento, naturalmente per le classi elevate. Nascono numerosi atelier, gli abiti vengono firmati, gli accessori diventano fondamentali. È il trampolino di lancio per la moda contemporanea, con la nascita, sempre in quel periodo, del prêt-à-porter.
Mouret, deciso ad ampliare gli spazi fino ad occupare tutto un intero isolato strangolando così tutti i piccoli antiquati commerci della vie limitrofe, concepisce l’inaugurazione, dopo gli imponenti lavori d’ampliamento, con uno spettacolo di una grandiosità straordinaria, tutto giocato sui colori del bianco, per tutte le stoffe, dalle sete alle lane ai cotoni, per tutti i prodotti, dalle trine ai mantelli, … “Al paradiso delle signore” “le sezioni erano, quel giorno, trentanove; gl’impiegati non meno di milleottocento, dei quali duecento donne.” La descrizione dell’evento vi lascerà senza fiato.
La modernità di questo nuovo commercio non cambia, bisogna dire, i rapporti tra le persone che vi lavorano: restano le invidie, i dispetti, le piccolezze, alimentate anche dalla formula per cui qualsiasi “pezzo di stoffa, fosse pure un nonnulla”, dava agli addetti che ne avevano curato la vendita un seppur piccolo interesse. “E con questa innovazione aveva accesa tra i commessi una lotta per l’esistenza, che arricchiva i padroni.”
A questo punto del romanzo il filo rosso della relazione sentimentale tra Octave e Denise, sempre sottesa, mai esplicitata neanche dai due protagonisti nel loro intimo, arriva alla superficie e dà vita a quel patto sociale e morale che Fritz Lang, neanche cinquant’anni dopo, nel 1927, descriverà magistralmente nel suo capolavoro Metropolis, con il soggetto e la sceneggiatura di Thea von Harbou (1888 – 1954).
È vagamente ispirata a questo romanzo la serie televisiva omonima, trasmessa dalla RAI fin dal 2015 e ancora in corso. In realtà le affinità sono soprattutto nella prima e in parte della seconda stagione. La serie è ambientata a Milano tra gli anni cinquanta e sessanta del ‘900. Nella città lombarda era stato realmente aperto in quegli anni un magazzino chiamato “Il paradiso delle signore”, ispirato al romanzo di Zola. Ma il primo grande magazzino italiano, fu “Aux villes d’Italie”aperto a Milano nel 1877, che diventerà “Alle città d’Italia”. Fondato dai fratelli Ferdinando e Luigi Bocconi, “Alle città d’Italia”passò prima ad uno solo dei fratelli, Ferdinando, e avrebbe dovuto rimanere sotto la direzione di lui e di suo figlio Luigi, che però nel 1896 morì nella battaglia di Adua. Pochi anni dopo Ferdinando fondò l’Università Bocconi in memoria del figlio. Nel 1917 il magazzino fu rilevato da Giuseppe Cesare Borletti e cambiò nome in “Rinascente”, nome ideato da Gabriele d’Annunzio.
Questa che qui Liber Liber presenta – in una quarta edizione del 1970 – è la terza traduzione italiana. La prima, del 1883, quindi coeva all’edizione originale francese, era attribuita a Ferdinando Martini ed ebbe varie riedizioni. La seconda edizione (1934) fu di Giuseppe Piemontese. Una nuova traduzione di Ferdinando Martini poi fu pubblicata nel 1936. In questa occasione però al nome di Martini fu affiancato quello di Mazzoni. Leggiamo perché.
In calce al romanzo qui presentato si può leggere un’interessante Nota di Guido Mazzoni dal titolo Come fu tradotto in italiano «Il paradiso delle signore» nella quale egli spiega che già dal 1883 – lo stesso anno in cui in Francia stava uscendo a puntate il romanzo – era stato contattato da Martini per averlo come collaboratore alla traduzione del testo di Zola, da pubblicare come appendice quotidiana al giornale «Il Popolo romano»: Mazzoni avrebbe abbozzato una prima traduzione che poi Martini avrebbe “corretto e ripolito” e poi dato alle stampe. Compenso a metà. Ecco come la prima traduzione uscì a firma solo di Martini. Ma dopo di allora, nessuna notizia da Martini a Mazzoni, neanche una copia del volume unico che poi uscì dalle appendici quotidiane. Solo dopo molti anni, l’amico Giuseppe Antonio Borgese, avendo non si sa come saputo la parte avuta da Mazzoni nel lavoro, lo contattò per chiedergli una nuova traduzione. Avendo avuto quindi in mano una riedizione della ‘sua’ traduzione dell’editore Salani del 1926, solo in quel momento Mazzoni si rese conto che per la sua prima traduzione sia lui che Martini avevano avuto “sott’occhio, di foglio in foglio non ancora piegati a pagine, le bozze di stampa con le correzioni autografe dello Zola: la sua energica scrittura aveva qua e là mutate, sul margine, voci e frasi intere.” In breve questa della traduzione è una piccola interessante storia di contorno ad un romanzo grandioso.
Buonissima lettura!
Sinossi a cura di Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi
Dall’incipit del libro:
Dionisia se n’era venuta a piedi dalla stazione di San Lazzaro, dove, dopo aver passata tutta la notte sulle dure panche d’un vagone di terza classe, era scesa con i suoi due fratelli dal treno di Cherbourg. Teneva per la mano Beppino, e Gianni la seguiva; tutt’e tre, rotti dal viaggio, sbalorditi, spersi in mezzo all’immensa Parigi, con gli occhi alzati verso le case. Domandavano, ad ogni cantonata, della Via della Michodière; là stava di casa il loro zio Baudu. Ma proprio quando erano per entrare in Piazza Gaillon, la giovinetta si fermò di punto in bianco.
— Oh! — disse — guarda, guarda, Gianni!
E restarono lí fermi, stretti insieme: tutt’e tre vestiti di nero, perché portavano ancora i vestiti che s’eran fatti per il bruno del padre loro. Lei, troppo gracile per i suoi venti anni, con un’aria di miseria, portava un fagottino; dall’altra parte le si aggrappava al braccio il fratello minore, che non aveva piú di cinque anni; e il maggiore, fiorente nei suoi sedici, stava lí diritto, dietro le spalle di lei, con le mani penzoloni.
— Oh, bello! — riprese dopo un momento. — Questo sí è un magazzino!
Era, nell’incrocio della Via della Michodière con la Via Nuova di Sant’Agostino, un negozio di novità; e le vetrine ne splendevano chiassosamente in quella dolce e pallida giornata d’ottobre.
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