Figura di spicco del nazionalismo italiano, Gualtiero Castellini fu molto attivo nella propaganda a favore dell’intervento, e naturalmente si arruolò come volontario allo scoppio della guerra. In queste pagine di diario, ripercorre le varie fasi della sua guerra, dall’entusiasmo iniziale alla dura realtà della guerra, prima in alta montagna, sui ghiacciai dell’Adamello, poi nelle trincee dell’Isonzo.

A differenza dei suoi scritti di propaganda, e in netto contrasto con la commemorazione dell’autore da parte di Enrico Corradini, che fa da introduzione al testo, il tono della narrazione rifugge da ogni retorica, è intimista e realistico nella descrizione dei pericoli e delle fatiche della guerra, come quando, descrivendo la guerra in alta montagna, descrive le condizioni ambientali e la fatica fisica dei lavori necessari alla permanenza dei soldati in quota come più gravose dello stesso combattimento. Del resto dichiara espressamente quello che pensa della retorica (e vengono in mente le invettive di Attilio Frescura nel suo Diario di un imboscato):

«E penso alla retorica come alla più turpe nemica che possa tentare la penna per indulgere ai gusti del pubblico, e mi si riaffacciano le visioni di guerra più tolstoiane e zoliane: le quali non valgono a scrollare la fede, ma ad ammonire contro la retorica invereconda che veste di strani colori la guerra, sì.»

Il diario descrive il percorso di carriera di Castellini, prima sull’Adamello, poi sulle Tofane, fino a diventare capitano sul fronte del Carso, contiene un lungo ricordo di Cesare Battisti, che era amico dell’autore, scritto dopo la sua cattura ed impiccagione, e termina con la descrizione della vita in un ospedale militare, dove nel 1918, morì per malattia.

Sinossi a cura di Claudio Paganelli

Dall’incipit del libro:

Passo delle Cirelle, luglio 1915. Sono salito al tramonto col mio plotone su questo passo alpino desolato e scabro, per dare il cambio a un altro plotone della mia compagnia. Durante l’ascesa, in testa ai miei soldati, ho pensato a molte cose, che fermo qui per la prima volta…. Per la prima volta da che sono in guerra, poichè forse per la prima volta mi sento così solo, sono così solo in faccia al mondo e al nemico….
Ho lasciato le baite di Fuchiade a mezzogiorno — sole, verde, caldo, gloria di luglio. A poco a poco ci siamo inerpicati per il ghiaione. Poco dopo le quattro è cominciata a calare una nebbiolina gelida, poi la neve, un nevischio frizzante…. Ho pensato — guardando l’orologio sul polso, verso le cinque —: «Ecco l’ora che volge il disio»…. La marcia si è fatta aspra, ma i soldati salgono pazienti: forse io sono meno forte moralmente di loro poichè questa sera mi sento triste. Quando sono arrivato al passo, ho trovato l’altro plotone che aveva spiato passo per passo il mio lento salire e che era già pronto…. Cambio in due minuti. Consegne di corsa. Il nemico è di là.

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