La produzione di narrativa breve di Mark Twain è sterminata. Esistono numerose antologie anche in italiano, ma esistono anche tuttora molti inediti. Il suo umorismo talvolta provocatoriamente graffiante indusse persino gli eredi e l’esecutore testamentario e biografo Albert B.

Paine (Mark Twain aveva lasciato precise disposizione in merito alla pubblicazione dei suoi inediti) a non avviare alla pubblicazione parecchie delle sue cose. Letters from the Earth, ad esempio, fu pubblicato solo nel 1962 a New York. Sono lettere redatte da Satana venuto sulla Terra per rendersi conto se Dio può o no essere fiero della sua creazione e sono dense di ironia sull’atto sessuale, sul pudore, sulla gelosia, sull’adulterio, mettendo in ridicolo tutti i principi della religione in materia di sessualità, ma non solo… il testo prosegue su temi scatologici in relazione ai microbi sparsi da Noè e dalla sua famiglia quando l’Arca prese terra. Questo per esemplificare il fatto che l’umorismo di Mark Twain si fa talvolta talmente ruvido da destare perplessità. Ma non è il caso di questa antologia di 18 racconti (in realtà 17 più il testo di una conferenza), che sono stati scelti tra i più famosi, anche se non riportati in ordine cronologico, ma non manca qualche perla poco conosciuta.

Non può mancare quindi quello che è citato spesso come il primo racconto di Mark Twain (certamente è quello che diede il via alla notorietà); ho già accennato nella nota biografica come in realtà avesse scritto altri racconti in precedenza con differente pseudonimo. The notorius jumping frog of Calaveras County è del 1867. Non è facile risalire alla datazione di tutti gli altri, compresi in diverse antologie dove non sempre sono riportate le notizie di prima pubblicazione su giornale o rivista. La scelta del traduttore, Decio Cinti, offre comunque un impareggiabile campionario di quanto seppe produrre lo spirito esilarante dell’autore, ma anche della sua evidente umanità che è costantemente sottesa ad ogni suo scritto. Certamente chi legge oggi questi racconti non potrà che condividere la reazione insieme festosa e talvolta attonita con la quale i suoi contemporanei li accolsero. Insieme a una quasi raggiunta “perfezione” di genere, resta sempre infatti quella sensazione di imprevisto che sbalordisce. La verità convenzionale, la consunta tradizione, la vuota retorica vengono sempre ribaltate e l’effetto è spesso stupefacente. Le situazioni false e ambigue vengono da Mark Twain costantemente esasperate fino al limite della ragionevolezza e non di rado anche oltre tale limite. Ma il tutto viene narrato con un tono di casalinga normalità e persino l’evidente elemento surrealista è introdotto in punta di piedi mantenendo sorprendente ogni battuta, sconcertante ogni frase e ogni suo inatteso pensiero.

Sempre diverse per ambienti e per spunti – dal caricaturale mondo ottocentesco a quello medievale fino a quello ancor più antico della Roma di Giulio Cesare – il filo conduttore è ovviamente quello della personalissima vena umoristica dell’autore. Vena umoristica che scava nell’incompetenza delle redazioni giornalistiche e nelle procedure che finiscono per fare acqua da ogni parte (Come fui direttore di un giornale d’agricoltura e L’articolo del signor Bloque), nelle bizzarrie dei rapporti matrimoniali (La signora Mac Williams e il crup) sulla disinvolta e contorta procedura delle indagini poliziesche e delle diramazioni di queste tramite i detectives (L’elefante bianco rubato), sugli ostacoli ridicoli frapposti dalla burocrazia per raggiungere il più semplice e ovvio degli obiettivi (Il contratto per la fornitura della carne di bue conservata), sulle pretese di competenza e di nobiltà da parte di personaggi del tutto fuori posto nel ruolo che pretenderebbero di ricoprire (Rogers).

Le storielle con la morale la presentano ovviamente completamente ribaltata (Storia del bambino cattivo e Storia del bambino buono). Ma forse il segreto della sua comicità è il lasciar intravedere quasi sempre il senso di rivolta contro il dolore, l’ingiustizia, l’oppressione. Mark Twain andrebbe riscoperto; esistono ancora tanti aspetti poco conosciuti della sua opera. Per esempio gli scritti “erotici” che hanno generato commenti iperbolici da parte dei critici. Così 1601, sempre citato nelle biografie dell’autore, è più elogiato che letto. A.B. Paine, il biografo più affidabile di Twain, lo definisce “un classico”, Wagenknecht lo definisce “il più famoso racconto pornografico della letteratura americana” e Franklin J. Maine “il più curioso capolavoro dell’umorismo americano”. Questo per sottolineare l’estrema versatilità dell’autore che in questa selezione italiana, del 1934, non può ovviamente trasparire in maniera completa.

Il graffiante umorismo di tante opere di Twain si è potuto inquadrare in maniera completa solo dopo il 1980. Infatti Paine e la figlia Clara, che aveva intrapreso la carriera di cantante contralto, se pur priva di una gamba per un incidente, ai quali era stata affidata l’utilizzazione degli scritti di Mark Twain dopo la sua morte, trascurarono di dare alle stampe i testi più “audaci”. Nel 1937 Paine morì e divenne curatore dell’archivio Twain Bernard DeVoto che preparò per la stampa una raccolta di racconti inediti, pubblicazione alla quale si oppose la figlia Clara. Solo dopo la morte di Clara nel 1962 divenne quindi possibile rendere pubblici gli scritti più controversi di Twain. Ho già fatto cenno a Letters from the Earth, pubblicato appunto nel 1962, mentre nel 1967 videro la luce The Mark Twain Papers, con l’antologia Fables of Man del 1972 e a partire dal 1980 un gruppo di studiosi dell’Università della California a Berkely curarono una serie di volumi The Mark Twain Library tra i quali l’antologia The Devil’s Race-Track. Abbiamo un assaggio di questi racconti in traduzione italiana nei primi anni 2000 sulla rivista Micromega e nel volumetto curato da Carla Muschio Racconti contro tutti (Stampa alternativa 2004).

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

Il giovanotto, nervoso, vivace e disinvolto, prese la sedia che gli offrivo, e, sedendosi, mi disse ch’era addetto alla redazione del Tuono Quotidiano. E soggiunse:
— Spero di non essere importuno. Sono venuto ad intervistarvi.
— Siete venuto… a far che cosa?
— Ad intervistarvi.
— Ah!… Benissimo. Perfettamente. Ehm! Benissimo…
Non mi sentivo «brillante», quella mattina. Veramente, mi sembrava che le mie facoltà fossero un po’ annuvolate. Nondimeno, mi avvicinai alla biblioteca; ma dopo aver cercato per sei o sette minuti, mi vidi costretto a ricorrere al giovanotto.
— Come la sillabate? – dissi.
— Come sillabo… che cosa?
— La parola intervistare.
— Santo Dio! Perchè mai avete bisogno di sillabarla?
— Non ho bisogno di sillabarla, ma devo cercare che cosa significa.
— Ebbene mi stupite, lasciatevelo dire… Mi è facilissimo spiegarvi ili significato di questa parola.
— Oh, bene! È quel che ci vuole! Vi sarò obbligatissimo, certamente.

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