«Ringraziamo questo poeta che non cerca vette di Parnaso né chiede la cetra né la corona di alloro; questo poeta che se ne sta beato tra gli ulivi e il cielo e il glauco mare e le belle figliole di Liguria e canta, sorridendo, le cose che ci sono più care perché più intime e più nostre»
Così Umberto Cavassa scriveva su “Il Lavoro” recensendo questo libro, pubblicato nel 1931 dalla casa editrice Apuania di Genova. Un cofano di ricordi aprendo i quali esce tutto l’amore dell’autore per Genova. Scriveva Antonio Luigi Fiorita, suo collaboratore nella stesura delle commedie destinate al teatro varietà:
«Innamorato di Genova, sei tu; l’innamorato che, fuor di Genova, soffre di lontananza. Nessuno può saperlo meglio di me. Dalle banchine di Siracusa al Porto di Trieste, da Palermo regale, alla nuova Bari superba, da Cortina a Ventimiglia, tutta Italia abbian percorsa insieme. E ovunque, fra le bellezze e le ricchezze più disparate dell’arte e della natura, un solo pensiero aveva in te il predominio: Genova lontana, Genova più bella, Genova più ricca.»
Così chi legge oggi questo libro può farsi assorbire, se è abbastanza anziano, dal ricordo di quello che Carbone descrive e che non troviamo più; da quello che lui ricorda e che noi non abbiamo mai visto; da quello che possiamo ancora rintracciare, magari celato da altre novità ma non del tutto scomparso. Quando Carbone scrisse queste sue pagine non aveva ancora visto Genova devastata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale; quando parla delle osterie di Caricamento alle quali accediamo tuttora – ma non sono quelle di cent’anni fa… – scendendo quei tre gradini di cui parla l’autore, non possiamo non visualizzare la ferita dei bombardamenti navali oggi suturata da un palazzone che cozza in maniera indecorosa con l’estetica delle costruzioni adiacenti. E poi Portoria, Pammattone, la vecchia Foce.
«Andiamo via! Ché non c’è nessuno che non rimpianga qualche piccolo angoluccio di Genova antica che s’ostina a rimanere nella memoria e nel cuore! C’è qualcuno che davanti al piccone demolitore dei bei palazzi gravanti sulla collina, non rimpianga l’Albaro d’una volta con i suoi cenci, con le sue miserie, con le sue viuzze non sempre profumate, con i suoi ciuffi di verde fra pietra e pietra, con i suoi grilli e le sue cicale, e i canti lontani delle contadinelle, delle lavandaie, dei pescatori che laggiù nelle tane di San Giuliano ordivano trame di tremaglio? C’è chi non sente la nostalgia delle pergole fiorite delle osterie – pane, salame e vino –, rallegrate, la sera, dal bicchiere, dalla pipa e dalle oneste chiacchiere?…»
Visto con gli occhi di oggi scorgiamo però, tra le pagine un po’ nostalgiche e sempre piene d’amore per la propria città, un documento storico di grande interesse. Carbone descrive Genova mentre questa affrontava i cambiamenti più importanti della vita italiana della prima parte del secolo XX. Cambiamenti che erano portati dall’emergere nelle città di una nuova classe imprenditrice, non molto attenta a valori estetici ed etici che non potevano emergere dalla recente origine artigiana. Questo portò a una trasformazione della composizione sociale e di conseguenza della mentalità economica. L’economia rifioriva ma l’ingiustizia e la sperequazione rimanevano e la popolazione in aumento affluiva nelle città che andavano mutando quindi il loro assetto urbanistico, condizionate tuttavia da uno stato sempre più accentratore. La spontaneità locale e le caratteristiche, non solo edilizie e urbanistiche, ma anche di animo e prospettive venivano sempre più spesso accantonate e mortificate. Questo testo di Carbone – come anche i tre volumi successivi costruiti sulla stessa falsa riga di ricordi e nostalgie, trasformazioni e conservazioni sempre più difficoltose – rappresenta quindi un vivace documento, certamente inconsapevole, di questa trasformazione.
«Con quale slancio la Genova nuova si è gettata all’assalto della montagna! I sobborghi, le case, le ville sembrano una folla di spettatori in un anfiteatro. Le mura, oggi, sono i contrafforti degli Appennini. E quale proposito di «far grande» hanno mostrato i genovesi nel costruirsi la nuova città!»
Ma il capitolo si era aperto con queste parole:
«Pian piano, noi vediamo distruggere la vecchia Genova.» e poco più avanti: «Le demolizioni hanno una loro triste e bizzarra poesia: il piccone procede metodico, taglia a fette successive le case, solo ieri abbandonate e che serbano ancora, non so, come un po’ di calore di vita.»
Carbone riesce ad affiancare molto bene la nostalgia dei vecchi ambienti che nei suoi “vagabondaggi” non troverà più con la fiducia e l’osservazione attenta per lo “slancio” con il quale la sua Genova affronta l’epoca del cambiamento, del rinnovamento.
Cambiano le tradizioni, l’urbanistica, la visione etica della città e delle sue abitudini, ma c’è anche quello che pervicacemente resta: i banchetti natalizi. E sempre nella stessa ubicazione che non è più piazza Umberto I solo perché nel frattempo ha cambiato nome ed è diventata Piazza Matteotti; le casettine hanno la luce elettrica e non c’è più la puzza dell’acetilene. «I piccoli banchetti sorridono ogni anno dello stesso sorriso, sia che piova, o nevichi, o brilli il sole, sia che la gente si soffermi o no ai loro richiami.» Lasciamo i banchetti e ci inoltriamo alla ricerca delle vecchie salite, e le ritroviamo, cambiate certo, nel loro accesso e nel loro collegamento con l’evoluzione cittadina, ma sempre pavimentate con i loro «mattoni rossi, con ciuffi di verde negli spacchi dei muri umidicci e un po’ muscosi…»
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Piccole osterie di Piazza Caricamento, allineate come un plotoncino di soldati, fumose e rumorose nell’ora di mezzogiorno, io voglio oggi ricordare le vostre sapienti caratteristiche gastronomiche, o uniche ed irriducibili rappresentanti della cucina genovese!
Perchè la cucina genovese – checchè ne dicano i ristoratori – è soltanto qui. Qui solo si confezionano i piatti genovesi, esclusivamente genovesi.
Qualche osteria, sparsa nei vicoletti più tipici della città, in qualche piazzetta remota – vedi Piccapietra, da-o Giggio, dove un tempo ti ammanivano anche, in fine tavola, i cobelletti squisitamente genovesi – ha ancora le costumanze prettamente nostrane; ma a te, lettore, non è facile ritrovarla se non con una guida, uso Baedeker, alla mano. In Piazza Caricamento non ti puoi sbagliare: tutte le osterie della zona hanno la cucina nostrana. Basterà rasentare, al mattino, verso le dieci, il brevissimo marciapiede che è al disotto della strada – tre gradini sotto – e dare una sbirciatina in quelle osterie, per venire impregnati, travolti da sottili odori di basilico e di prezzemolo spremuti, frammisti ad un acuto odorino d’aglio e di formaggio sardo, sminuzzati, resi polpa nel capace mortaio di marmo dall’irrequieto pestello di legno, agitato con vigoria da un braccio femminile ben tornito e denudato fino all’ascella.
Si sta preparando il minestrone alla genovese ch’è un commisto – in estate, specialmente – di pesto, di patate, di pomidoro, di zucchini, di fagiuoli, di rosmarino; il tutto ben tagliuzzato e gettato nella pentolona di smalto dove sta gorgogliando la pasta di Cassanello.
Scarica gratis: Vagabondaggi genovesi di Costanzo Carbone.




