Agnelli scrive che, per la sua fama di luogo pericoloso infestato dal brigantaggio, la Sila spaventa tanto quanto le foreste americane, abitate da popolazioni bellicose, che si ornano di “chiome dei nemici uccisi”. O è temibile quanto la selva selvaggia, aspra e forte di Dante. Nientemeno. La Sila apparirebbe dunque come abitacolo di genti infide e luogo dalla natura selvatica e impervia.
Val dunque la pena, per Agnelli, ribadire qui quanto già scritto nel precedente opuscolo dal titolo La quistione della Sila. Egli celebra la fantastica posizione del luogo a dominare tre mari, Tirreno, Jonio, Adriatico, e il suo “sommo poi mirabilmente accidentato” in cui spiccano straordinarie caratteristiche di geodiversità e biodiversità. Queste particolarità sono assai fragili e il territorio andrebbe tutelato soprattutto dalla deforestazione, pratica che ricorda all’autore la distruzione delle selve del Brasile secondo un insano modello di “coltura predativa”. Essendo un territorio molto ricco di boschi, nella Sila si potrebbe anche ammettere una raccolta di legname, regolata dallo Stato, ma questa andrebbe fatta con criterio ed onestà e provvedendo di mezzi di trasporto e vie di comunicazione.
Agnelli, descrivendo il percorso all’interno della Sila seguito durante un’escursione con un gruppo di circa trenta persone sul finire di settembre 186*, magnifica i boschi, soprattutto le faggete e le abetaie, che forse neanche scrittori, poeti o pittori sarebbero in grado di rappresentare nella loro bellezza, nel loro rigoglio. Dedica righe commosse alla descrizione della magnificenza dei boschi silani d’inverno, coperti di neve. Nel corso dell’escursione, egli è affascinato dai colori cangianti che invadono ogni luogo e mutano con il trascorrere delle ore, dal “popolo di stelle”, dalla rievocazione di tutta la storia passata per quei luoghi, di generazione in generazione.
È un mistero il fatto che, apprezzata per la sua bellezza e per le sue ricchezze dai Romani dopo la seconda guerra punica, oggi la Sila sia dimenticata, ferita dalla sua organizzazione in latifondi, che non la valorizzano, ma piuttosto impediscono gli sviluppi che potrebbero migliorare la vita dei pochi che abitano i piccoli sparsi paesi. A questo abbandono ha contribuito fortemente anche il brigantaggio, “terribile e secolare ombra”, “voce di un malessere antico“, vera piaga locale, che spicca nelle statistiche della criminalità in Italia, generato certamente anche da un’economia miserabile.
Gli inverni non sarebbero tanto rigidi da impedire il crescere della popolazione in una cittadina tutta da impiantare – questa nuova ‘cittaduzza’ sarebbe anche un bel deterrente al brigantaggio – ma occorrerebbe lo sviluppo di opifici, del commercio, della viabilità e fissare per i nuovi abitanti-coloni alcuni privilegi, che Agnelli elenca. Egli elenca anche le tipologie di persone da invitare come residenti; e segnala quali sarebbero le aree migliori in cui costruire le strade, anche rurali e anche ferrate, per garantire perfino eventuali vantaggi militari. Agnelli indica addirittura quali fondi si potrebbero utilizzare.
Comunque la Sila risorgerà, questo è certo, soltanto quando, insieme con i Governi, se ne faranno cura i calabresi stessi. Anche gli scrittori dovranno fare la loro parte per far conoscere al mondo le bellezze e le necessità della Sila. Certamente è la missione che si è data Agnelli, che fa trasparire in tutte le pagine l’amore per questa terra, il suo senso cristiano di disagio per la classe meno abbiente e di desiderio per il suo riscatto.
NOTE. Si ringrazia vivamente la Biblioteca del Senato della Repubblica “Giovanni Spadolini” per aver fornito il testo in formato immagine. Tale testo è disponibile sul sito Internet Archive alla pagina della “Collezione delle monografie della Biblioteca del Senato della Repubblica” all’indirizzo:
archive.org/details/monografie-biblioteca-senato
Sinossi a cura di Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi
Dall’incipit del libro:
Chi chiede della Sila dagli storici moderni, fantasticamente la indovina, ma non la intende. Antica e mala rinomanza impaura quelle selve, e le copre di un mistero orroroso. Lo spettro del brigantaggio ivi sta a guardia di sgomento, come nelle americane foreste del lago Pelly e dello Schiavo sono per sentinelle in piè ritto gli uccisi guerrieri dei Dacothi, e dei Nasoforati, vestiti orribilmente di cotenne e di chiome dei nemici uccisi, con corna di bisonte in fronte, e penne di avoltoi per corazza e mantello. Chi non la vide, o la immaginò per i fatti truculenti compiuti, fantastica la Sila essere più sgomentevole della selva selvaggia, aspra e forte di Dante. E crede, che sianvi montagne dirotte per burroni e precipizii, colli a picco e rocciosi, tagliati da torrenti scoscesi e roboanti, boschi sterminati, continuamente intralciati di roveti, e pruni, che l’ingombrano, di ellere che vi asserragliano ogni passo, di bronchi e dumi, che si attorcigliano e vi agguatano, e poi gente fiera ed accoltellatrice, che a mo’ di lupi spia la preda, e rinselva, incapace ad ogni civiltà, armentizia che vaga incustodita e boschereccia: in breve la Sila si finge così stranamente, che non è a trarne bene alcuno.
Scarica gratis: Escursione nella Sila di Lorenzo Agnelli.


