Mallarmé, forse il più rappresentativo – ma non certo il più semplice – tra i poeti simbolisti, era anche un raffinato intenditore di tipografia e non trascurava affatto gli aspetti materiali, formali ed estetici che riguardavano la stampa dei suoi libri. Questo poemetto Un cup de dés jamais n’abolira le hasard è forse l’esempio maggiormente emblematico di questa sua attenzione e chi legge si renderà subito conto che la disposizione tipografica delle parole, che abbiamo cercato di riprodurre fedelmente in questa edizione elettronica, non è affatto secondaria per poter apprezzare e correttamente valutare questo poemetto. Lo stesso Mallarmé scrisse un singolare testo – Sul libro – sull’argomento, del quale abbiamo anche la bella traduzione italiana da parte di Marco Cavalli contenuta nel volume Mallarmé, la tipografia e l’estetica del libro.
Scrive Mallarmé:
«Questa piega di scuro merletto che trattiene l’infinito intessuto da migliaia, ciascuno secondo il filo o il prolungamento ignorato, suo segreto, congiunge intrecci remoti nei quali dorme un lusso da inventariare – arpia, nodo, fogliame – e da presentare»
«Il libro – dove, in caso di malinteso, uno risiede quando è obbligato da qualche slancio gratuito a sgravarsi dal peso del momento, lo spirito appagato. Il volume, tanto più impersonale quanto più l’autore se ne separa, non esige che lettori lo avvicinino. Unico tra gli accessori umani, sappilo, esso nasce compiuto: fatto, esistente. Il senso sepolto si muove e si dispone in coro, tra i fogli.»
Questo senso “sepolto” va colto, nell’opera di Mallarmé, forse soprattutto in due opere, separate tra loro nel tempo da ventotto anni: Igitur, del 1869 (del quale si è fatto cenno nella nota biografica) e questo Il poema che è la traduzione italiana di Un cup de dés jamais n’abolira le hasard del 1897. Sono le opere che esprimono attraverso una scrittura al limite della comprensibilità, le due grandi crisi interiori che travagliarono Mallarmé e che, per vie diverse, lo condussero alla scoperta del Nulla e di conseguenza alla certezza che lo spirito umano possa trovare la sua unica forza con il decidere il momento del suo autoannientamento fino alla disperata consapevolezza che anche questo estremo atto di libertà non potrà mai azzerare la fatale legge del Caso. Fin da Igitur scopriamo che per Mallarmé la parola racchiude in sé il germe della morte. Nello stesso tempo il linguaggio annienta chi lo possiede e lo salva dalla catastrofe del Nulla e dell’assurdo. Percorriamo quindi la nostra esistenza con la consapevolezza che possiamo sfuggire alla suddetta catastrofe scomparendo nella morte.
È la morte che getta il ponte tra la parola e il suo oggetto. In Un cup de dés jamais n’abolira le hasard assistiamo ad un malinconico tramonto di un sogno senza limiti, sfumato tra estetica, metafisica ed esistenzialismo che si trasformerà però nella più importante eredità poetica per le generazioni del Novecento. Infatti troviamo questa eredità, raccolta e trasfusa, con esperienza meno raggelante ma non per questo meno efficace fermento, nell’opera di Valéry, di Joyce, di Cardarelli, di Ungaretti. Il nucleo della lezione mallarmeiana è di aver offerto, a fronte dello sfaldamento del romanticismo, il significato del “mestiere” di poeta e, soprattutto, della purezza di un linguaggio non più subalterno a tumulti sentimentali o meno che mai ad artifici retorici. E questa lezione assume oggi il valore di un classico. All’impossibile sogno di una purezza poetica – quasi un’ossessione per Mallarmé – si contrappone la concezione di una poesia che possa riunire in sé musica, teatro, danza, pittura, filosofia, che riproduca quindi con pitagorica struttura la misteriosa architettura dell’Universo, come sfida del pensiero umano al “caso” che rappresenta la legge su cui riposa la realtà.
La traduzione di questo Il poema è di Enrico Cardile, poeta simbolista siciliano, oggi forse poco conosciuto ma non per questo meno significativo e importante, [vedi in questa biblioteca Manuzio https://liberliber.it/autori/autori-c/enrico-cardile/] che offre con questa accurata trasposizione in lingua italiana la conoscenza di questa che è probabilmente l’ultima fatica poetica di Mallarmé prima che sopraggiunga per lui la morte. Il traduttore offre inoltre, in appendice, un suo breve scritto a commento: Ermeneutica, Saggio di un’interpretazione generale del Poema, offrendo un’interpretazione più spiccatamente esoterica, come d’altra parte era nelle sue corde.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Preferirei che questa nota non fosse letta, o che, percorsa, fosse dimenticata; essa al capace lettore insegna poche cose di quelle poste oltre la di lui penetrazione, ma può turbare il lettore ingenuo prima ancora di volgere lo sguardo alle parole iniziali del Poema. Parole che potrebbero seguirsi, disposte come sono, dalla prima all’ultima, senz’altra novità che uno spaziamento nella lettura. Il «bianco» che, in vero, qui assume importanza, si rileva subito; ma esso occorre alla versificazione, ne determina il silenzio circostanziale, sino al punto da dare a un brano lirico di pochi piedi, quasi il terzo dello spazio del foglio: io non oltrepasso il limite ordinario, soltanto lo vario. La carta è valorizzata tutte le volte che un’immagine da sé stessa si estingue o si contrae, accettando la successione di altre, e poi che non si tratta, quasi mai, di brani sonori regolari o versi – ma, più tosto di suddivisioni prismatiche dell’Idea, l’istante della loro apparizione e durata, in qualche raffigurazione spirituale esatta, avviene in posti variabili, vicino o lontano al filo conduttore latente, in ragione della verosimiglianza che il testo s’impone. Il vantaggio, se ho diritto a dirlo, letterario, di questa distanza scritta che mentalmente separa gruppi di parole o parole soltanto, sembra talora accelerare e talora rallentare il movimento, scandendolo, imponendolo pure secondo una visione simultanea della Pagina, questa, presa per unità, come altri fa col verso o linea perfetta.
Scarica gratis: Il poema di Stéphane Mallarmé.




