Alberto Moravia, nella sua introduzione al volume di Gino Bianco dedicato a Caffi Un socialista irregolare, descrive Caffi come «un uomo romantico che ha avuto […] degli ideali e al tempo stesso un’espressione delusa, ironica amara e lungimirante con la quale sembrava dire: c’era da aspettarselo».
Nicola Chiaromonte, che radunò nel 1966 alcuni scritti di Caffi sotto il titolo Critica della violenza, ci informa, nella prefazione allo stesso volume, che l’amicizia tra Caffi e Moravia nacque nei primi anni ’20 del secolo scorso; Caffi era rientrato in Italia nel 1923 in tempo per essere testimone della vicenda Matteotti. Su questa vicenda Caffi scrisse il saggio Cronaca di dieci giornate, pubblicato il 30 giugno 1924 sulla rivista “Volontà” che si troverà in una delle antologie di scritti che prossimamente pubblicheremo nell’ambito del progetto Manuzio. Moravia stesso sarà custode dei manoscritti che Caffi gli affidò quando fu costretto pochi anni dopo a fuggire dall’Italia.
Moravia sottolinea inoltre la profonda cultura e l’insaziabile curiosità di Caffi, il suo rifiuto senza compromessi di ogni forma di omologazione. Trova inoltre che in Caffi siano presenti due anime: quella illuminista francese che lo induce a trovare spiegazioni ad ogni cosa partendo sempre dal dubbio, e quella populista russa che lo indirizzava a una solidarietà con le classi oppresse. Per questa ragione probabilmente il socialismo di Caffi non fonda le sue basi sullo studio del pensiero marxista ma sulla conoscenza diretta delle condizioni difficilissime della popolazione più misera nella Russia zarista di inizio novecento. Di tutto questo troviamo piena conferma in questa antologia di scritti che Gino Bianco curò nel 1970 e che raccoglie i saggi di natura più propriamente politica che erano stati esclusi da precedenti curatori, in particolare dal già citato volume curato da Chiaromonte.
Gli scritti coprono un vasto arco temporale che va dal 1918 al 1950. Caffi scrive quindi delle conseguenze della prima guerra mondiale, della rivoluzione bolscevica, dell’ascesa del fascismo e del nazismo, poi la seconda guerra mondiale e i gli anni del dopoguerra. Emerge con estrema chiarezza un pensiero vivo e originale, soprattutto se inserito tra le posizioni che la cultura europea espresse negli anni tra le due guerre. Il problema russo e le vicende della rivoluzione bolscevica appaiono punto di riferimento di molti scritti. La Rivoluzione russa e l’Europa, scritto che apre questa antologia, pubblicato su “la Voce dei Popoli” nel 1918, fu giudicato da Piero Gobetti il più importante scritto che fosse apparso in quegli anni sull’argomento. Caffi ovviamente non tardò ad accorgersi che la “dittatura del proletariato” stava incamminandosi in direzione opposta a quella della costruzione di una società di liberi e di uguali per instaurare invece un’autocrazia di nuovo tipo; la gestione del potere da parte dei bolscevichi, che costringeva all’esilio e perseguitava ogni forma di critica e dissenso – di menscevichi, libertari, socialisti rivoluzionari – aveva in sé l’embrione dell’involuzione autoritaria.
Il filo rosso che corre attraverso questi scritti è quella forma di umanesimo che è strettamente connesso con una visione socialista libertaria e che concepisce in primo luogo il recupero da parte di donne e uomini della fiducia nella propria capacità di decisione; capacità che contiene sempre l’anelito verso felicità e giustizia, obiettivi da raggiungere facendo affidamento su se stessi e sempre al di là di qualunque fede o ideologia. L’idea socialista di Caffi è quindi solidamente libertaria, anti-statalista e anti-totalitaria; si configura come l’unica strada per ricostruire un ruolo equo per l’individuo il quale diviene sodale con il suo prossimo nella ricerca di un equilibrio collettivo che riesca a mantenersi autonomo dal prodotto che da questi aspetti mutualistici possano derivare, evitando che prendano il sopravvento su di lui sotto forma di stato, di governo, di gerarchia, di apparato di controllo.
Tutte queste forme sono in sé violente e limitano le libertà civili e individuali. Ma, ripudiando come fa Caffi ogni forma di violenza, queste sovrastrutture vanno superate tramite un’azione che sia tesa e trasformarle più che ad annientarle. Da questo tipo di riflessioni scaturisce la contraddizione tra gli sforzi dei gruppi di individui che aspirano a una diversa e migliore vita sociale e la struttura che questi stessi gruppi si danno organizzati come “micro-società”. Non è per caso quindi che da questi gruppi si giunga, passo dopo passo, a società opprimenti e sistemi economici che trasformano donne e uomini in elementi produttivi sostituendo alla loro vita individuale il raggiungimento di obiettivi – siano essi i piani quinquennali di Stalin o il capitalismo sedicente democratico occidentale – per i quali necessitano masse amorfe e prive di senso critico.
È da queste basi che scaturisce l’adesione di Caffi al movimento “Giovane Europa” che era nato su iniziativa di Salvemini, Borgese, Stuparich, Zanotti Bianco. Vediamo infatti negli scritti che si collocano tra le due guerre emergere l’idea che la crisi devastante prodotta dalla prima guerra mondiale avrebbe fatto nascere le condizioni per la creazione di nuove società rinnovate e fondate sulla libertà, l’uguaglianza, l’autodeterminazione dei popoli. Primo elemento sarebbe stato quello di trovare la possibilità di correggere gli errori del trattato di Versailles. Illusione che dura abbastanza poco, se già nello scritto Sul tramonto della civiltà europea Caffi parla di interruzione del processo che avrebbe condotto a una nuova produttiva coesione tra classe politica, élite intellettuale e popolo.
Più volte Caffi si rifà nei suoi scritti a quell’idea di società così come la intendeva Proudhon, che vede il popolo spontaneamente e naturalmente organizzato secondo norme di giustizia e senza coercizione esteriore. È abbastanza logico che Caffi non segua le idee sociologiche tipiche del marxismo e del “socialismo scientifico”, che erano certamente egemoni nella sinistra dell’epoca, ma si rifaccia invece a categorie che aveva conosciuto direttamente, non dai libri, ma nelle officine russe, poi a Pietroburgo, al fronte e infine nel mondo degli intellettuali parigini. Proprio per queste ragioni poté essere il primo a sottolineare, nello scritto Tragedia moscovita (che fu pubblicato sul periodico “Giustizia e Libertà”), il rapporto esistente tra l’assassinio di Kirov e l’ondata di terrore staliniana preannunciata dal massacro dei kulaki. Proprio attraverso la sua collaborazione con “Giustizia e Libertà” Caffi può sviluppare la sua analisi della società moderna e lo fa attraverso una critica minuziosa del totalitarismo e delle funzioni e della struttura dello Stato. Sono scritti che ebbero sicuramente una importante influenza su Carlo Rosselli.
Nonostante questo il gruppo dei “novatori” si staccò dal movimento G.L. e le ragioni del dissenso – che condussero fuori da G.L. non solo Caffi ma anche Chiaromonte, Mario Levi e Renzo Giua – le possiamo individuare anche in questa cronologia di scritti. Quando nel 1932 Caffi torna sull’argomento della Russia, ormai sopraffatta dalla violenta burocratizzazione staliniana, anche Italia e Germania hanno virato verso regimi autoritari e l’autore prende in esame la situazione della democrazia stessa che appare svuotata dei suoi contenuti storici, visto che la partecipazione del popolo al governo si è concretizzata solo per brevi periodi e in piccole comunità. Quindi il fallimento delle democrazie e dell’esperimento rivoluzionario russo fungono da spunto per riesaminare criticamente la storia dell’umanità e ricercare i valori sui quali provare a rifondare la propria esistenza. In pratica fascismi e comunismo hanno annientato il progetto socialdemocratico europeo, sempre contraddittoriamente oscillante tra i metodi staliniani, mascherati dalla nobiltà della meta che intenderebbero perseguire, e i compromessi con i governi della borghesia, che hanno ormai falsificato ogni anelito autenticamente democratico.
Sembra anche interessante fare cenno in questa breve presentazione ad alcuni spunti offerti dall’ultimo saggio di questa raccolta, Nota sulle idee contemporanee; l’autore traccia un parallelo, audace certamente ma non privo di fondamento, tra le correnti politiche presenti nella prima metà del XX secolo e quelle che possiamo ritrovare nella metafisica che ha le sue radici del secolo precedente ma che germoglia proficuamente ad esempio negli anni ’30. Particolarmente suggestivo l’accenno a Uexküll, il cui concetto di «eingepasst (termine difficile da tradurre, ma che si potrebbe rendere con «interamente inserito») […] fa subito pensare al gleichgeschaltet del regime hitleriano, come pure al determinismo d’ispirazione hegeliana.» A prescindere dall’evidente propensione di Caffi a conoscere e approfondire tematiche abbastanza al di fuori dei suoi abituali campi di interesse (a conferma della testimonianza di Moravia) bisogna però ricordare che il gleichgeschaltet, cioè il processo collettivista che i nazionalsocialisti tedeschi provarono a mettere in atto per giungere a un controllo totale dell’individuo, può trovare analogia con l’eingepasst di Uexküll nella misura in cui l’animale visto nel suo ambiente elabora un comportamento non dovuto a processi “spontanei” intrinseci ad esso, ma agli stimoli che gli giungono dall’esterno.
Stimoli che per l’individuo “nazionalsocialista” sarebbero scaturiti dalla rigorosa coordinazione degli aspetti politici ed economici della società. Ma quello che Caffi trascura è la grande attenzione di Uexküll per la stretta connessione esistente tra mondo interno (o vita interna) degli animali e mondo esterno, che sono non solo strettamente connessi ma sostanzialmente inscindibili. L’Umwelt al quale fa cenno Caffi è l’ambiente proprio dell’animale, quella parte del mondo circostante che agisce attraverso i suoi organi recettori. È la parte rivolta all’esterno di ciascun recettore. Da qui emerge che per Uexküll il punto nevralgico di studio della biologia deve essere il “piano costruttivo” dell’animale. Il che significa che nello studio del vivente predomina la forma sulla funzione, in contrasto sia col generale movimento della biologia prevalso nella seconda metà dell’Ottocento, sia con gli studi di fisiologia, sia con lo stesso darwinismo ortodosso.
Dice quindi Caffi: «la dialettica hegeliana e marxista esige anche che le “cose” di cui si compone il mondo di un orientale, di un Greco, di un borghese o di un proletario siano determinate dal “momento storico” o dalla “struttura sociale” di cui esso orientale, Greco, borghese o proletario è un elemento necessario…» cercando quindi un parallelo tra la visione biologica di Uexküll e le idee che hanno fatto da battistrada per una visione totalitaristica. Senza considerare che le implicazioni più profonde del pensiero filosofico e biologico di Uexküll dirigono invece verso un’attenzione precipua per l’individuo. Suggestive e interessanti, ad ogni modo, le metafore che coglie Caffi per scorgere parallelismi tra le concezioni biologiche ottocentesche – da una parte Cuvier e dall’altra Lamarck – e quelle socio-politiche. Mentre Cuvier si troverebbe apparentato con il liberalismo economico (Ricardo, Maltus), Lamarck prefigura invece «il miscuglio di perspicacia e di puerilità che si ritrova nei grandi utopisti del socialismo.»
Ci siamo permessi di fare cenno a questi aspetti degli scritti di Caffi, che forse non sono centrali nel suo pensiero, per sottolineare come in ogni caso l’originalità delle sue riflessioni ponga problemi ancora oggi di grande interesse per il pensiero politico, economico, sociale e anche scientifico e induca a riflettere come mai questi aspetti possano essere visti in maniera schematica e totalmente scissi uno dall’altro. Quando Caffi individua tre correnti; «1) partigiani del totalitarismo; 2) partigiani di un meccanismo statico basato sull’“iniziativa individuale”, sottoposta alle “leggi del mercato” e ancorata a un insieme di “istituzioni fondamentali” piú o meno democratiche e piú o meno burocratiche; 3) una “terza forza” spesso confusa, se non equivoca.» sente istintivamente una necessità di sintesi culturale che ancora oggi ci si sforza di tratteggiare, ad esempio con le istanze della cosiddetta “terza cultura”; lo sforzo per trovare un terreno comune tra cultura umanistica e ricerca scientifica può essere visto come l’intuizione di Caffi verso la necessità di una sintesi tra spinte collettivistiche e individualistiche per dare vita a una “terza forza” che riesca ad andare oltre alle sue confusioni e ai suoi equivoci.
Pur senza mai citarlo, il complesso di questi scritti appare come una solida critica al concetto espresso da Engels dei “popoli senza storia”, concetto che nasce dal momento rivoluzionario del 1848 e che veniva visto come vittoria della civiltà sulla barbarie, dividendo i popoli (in particolare quelli della regione danubiana) in attivi e passivi, trainanti e trainati, progressivi e reazionari. C’è appena da considerare come questa diagnosi fosse palesemente sbagliata, non solo perché condannata dagli sviluppi successivi (per esempio i baschi che lottarono contro i franchisti nella guerra civile spagnola) ma anche rispetto ad eventi dell’epoca dello stesso Engels, come la lotta del popolo irlandese per l’indipendenza a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo. Il comportamento reazionario non deriva quindi dalla nazionalità ma dalle circostanze sociali, economiche e politiche specifiche che avevano portato alcuni popoli ad opporsi ai momenti rivoluzionari. Per questo il discorso di Caffi porta a mettere in evidenza quanto ci sia di “umano” nei popoli che Engels giudica “senza storia”. Popoli composti quindi da persone che si sforzano di realizzare un proprio destino prima di prendere parte ad un disegno che si colloca su di un piano superiore.
Questo discorso lo potremo evidenziare meglio quando pubblicheremo le raccolte di saggi Mito, mistica e magia e Critica della violenza. Ma già dai saggi compresi in questa raccolta emerge come per Caffi la sociabilità delle persone che partecipano di una comunità non può essere determinata esclusivamente dal ruolo che ognuna di queste ricopre nel sistema politico-economico nel quale si trova ad agire. La sua esistenza all’interno di uno Stato lo costringe a rinunciare alla propria indole, alle proprie aspirazioni per illudersi di partecipare alla realizzazione di un progetto che probabilmente non potrà mai vedere realizzato. Questa partecipazione potrebbe avere senso solo dopo aver raggiunto una vita individualmente dignitosa, con garanzia di libertà, giustizia e solidarietà.
Sinossi a cura di Carmela Mazzullo e Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Per giudicare l’azione di coloro che attualmente cercano di governare la Russia, giova forse mettere in chiaro certi precedenti che dovrebbero essere notissimi, ma che la stampa europea ha confuso con tante inesattezze e leggende, da rendere assolutamente disorientati anche i lettori coscienziosi. Fra i «commissari del popolo» comunemente identificati con «la setta dei bolscevichi» sono rappresentate per lo meno tre frazioni del movimento rivoluzionario russo. Lenin è da 15 anni il capo dei «bolscevichi» (maggioritari) che formavano circa la metà del partito socialdemocratico (marxista operaio). Trockij, pure veterano della socialdemocrazia, ha sempre ostentato tendenze sue particolari, e nel 1905 ha meritato l’epiteto di «massimalista» perché propugnava l’immediata realizzazione del programma «massimo» collettivista. A fianco di queste due correnti, che vogliono attuare il «socialismo dei proletari» stanno – o stavano poco tempo fa – i «massimalisti» veri e propri (Kamkov, Spiridonova, ecc.), che sono usciti dal partito «socialista-rivoluzionario», il programma del quale poggia sulle rivendicazioni dei contadini e sul comunismo agrario come lo intesero Černysevškij, Lavrov, Bakunin, Mihajlovskij, Černov.
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