Troviamo in queste Memorie un intreccio tra vita intima e quotidiana da una parte e storia dall’altra che non può che rispecchiare i caratteri salienti delle famiglie Pincherle e Rosselli. Entrambe le famiglie di origine ebraica nel corso del Risorgimento erano organicamente entrate nel processo formativo della classe dirigente nazionale.

Fu costante e importante il loro contributo per rendere di respiro europeo lo sviluppo politico, economico e culturale che aveva caratterizzato il periodo storico dell’Italia liberale. Risulta evidente leggendo queste pagine il profondo sentimento di appartenenza alla comunità nazionale strettamente interconnessa con l’identità ebraico-mazziniana che va ben oltre ai limiti del rispetto esteriore di una tradizione religiosa e di una morale borghese; troviamo invece un’eredità più profonda che è quella della severità verso la vita e contemporaneamente verso la morte.

Queste Memorie prendono il via dai primi ricordi della bimba Amelia, in una Venezia da poco annessa all’Italia in seguito al trattato di Venezia e al plebiscito del 19 ottobre 1866. L’ambiente familiare è ancora permeato degli echi del travagliato periodo irredentista al quale sia la famiglia Pincherle sia la famiglia Capon (la famiglia della madre di Amelia) avevano attivamente partecipato. Ma Amelia ricorda anche le frequentazioni letterarie e culturali della famiglia che certamente incisero non poco sulle sue attitudini. Il racconto autobiografico dell’autrice si interrompe alla vigilia del processo di Savona del 1927, nel quale era imputato, tra gli altri, il figlio Carlo che aveva organizzato e favorito la fuga in Corsica, partendo appunto da Savona, in motoscafo del capo del socialismo democratico dell’epoca Filippo Turati e di Sandro Pertini. Potremo poi seguire lo sviluppo e l’intrecciarsi delle vite private con gli avvenimenti storici nell’Epistolario tra Amelia, Carlo e Nello che coprirà la vita dei tre fino all’assassinio da parte di sicari fascisti dei due fratelli il 9 giugno 1937 a Bagnoles de l’Orne.

Lo svolgimento del racconto rende giustizia della ricchezza spirituale e morale dei Rosselli. Amelia fu senza dubbio una personalità d’eccezione; in assenza del marito, che pure lei amava con ardore, educò i figli con grande intelligenza ed infinito amore e i figli certamente ricambiarono profondamente e sentirono indispensabile la presenza della madre accanto a loro.

Per il lettore contemporaneo può risultare di non facile comprensione il sentimento patriottico in funzione del quale tanti giovani e meno giovani sacrificarono la vita nel primo conflitto mondiale. Tra questi anche il primogenito di Amelia, Aldo; le pagine che ricordano quella tragedia intima e personale sono di grande intensità. All’autrice non sfugge affatto, nella profondità del suo dolore, la dimensione collettiva della perdita e del sacrificio. Come non sfugge né alla madre e neppure allo sviluppo intellettuale dei figli Carlo e Nello il fatto che quel patriottismo fu strumentalizzato, non solo in Italia, da un nazionalismo violento e sempre più lontano da ogni stimolo culturale. E già allora le idee liberali di Croce e socialiste-liberali di Carlo Rosselli vedevano sotto la violenza incalzante della dittatura fascista la necessità di una nuova patria. Secondo Croce le nazioni non crescono e non progrediscono senza la spinta patriottica e Carlo Rosselli – molti anni prima del famoso manifesto di Ventotene – auspicava politicamente che questa idea patriottica potesse essere la molla verso l’Europa unita, vista come nuova patria.

Nel racconto della vita della famiglia Rosselli a Firenze assume un ruolo centrale la violenza fascista che si indirizzò in prima istanza nella devastazione della loro casa. La fine della guerra aveva visto la crescita del movimento operaio e socialista, osservata in queste pagine con l’occhio della classe borghese colta alla quale Amelia apparteneva. Classe come abbiamo visto sviluppatasi e consolidatasi nell’Italia risorgimentale nell’ambito della quale le famiglie ebraiche, se pur laiche come in questo caso, avevano potuto raggiungere l’emancipazione. Amelia sente molto il lascito della sua classe; amante di lettere, musica, teatro, arti figurative, conoscitrice di una cultura cosmopolita, non è certo priva di una visione imprenditoriale che spicca nel tentativo di indirizzare gli studi di Carlo verso una formazione tecnologicamente valida che gli consenta di affrontare anche la vita politica – che fin da ragazzo risulta essere la sua ambizione – sulla base di solide esperienze tecniche ed economiche. Scrive Amelia a Carlo in una lettera del 23 luglio 1919:

«Altro che stare a tremare all’annunzio degli scioperi! Vorrei essere alla testa di una qualsiasi industria per iniziare subito gli operai a una cointeressenza nei guadagni. Più ci penso, e meno capisco perché non ci deva essere una mezzadria nelle industrie, come c’è in agricoltura.»

Ma il modello non poteva certo essere quello della mezzadria; nel 1920 nelle industrie si andava sviluppando invece una sorta di controllo operaio e di fronte a questo la borghesia, e non solo, optò per il fascismo, per come era capace di strumentalizzare il concetto di “ordine” e di giungere a una divinizzazione di quello di “nazione” cristallizzando in questi aspetti esteriori le strutture di vecchie e nuove gerarchie. L’idea di Amelia è in un certo senso paradigmatica in questa direzione e assume aspetto pratico nel momento, narrato con efficacia, nel quale Carlo e Nello le propongono di rinunciare alla vita fondata sulla rendita economica e di affrontare l’esistenza modesta e probabilmente irta di sacrifici basata sul loro lavoro; prospettiva che Amelia rifiuta con decisione. L’ingenuo socialismo del giovane Carlo si scontra in questo caso (e non solo) con la “religione del dovere” – così la definì lo stesso Carlo nella sua breve prolusione del 1928 per la morte dello zio Gabriele Pincherle – che fu certamente prassi di vita per Amelia e per la sua famiglia.

Rintracciamo in queste pagine anche il suo percorso di autrice di teatro e di letterata e vorrei ricordare anche le figure, appena tratteggiate: Marion Cave, sposa di Carlo, e Maria Todesco, sposa di Nello. La loro personalità di donne coraggiose, intelligenti e disinteressate emergerà ancor più nell’Epistolario al quale già abbiamo accennato.

Queste Memorie, conosciute e citate sovente da studiosi e ricercatori, videro editorialmente la luce solo nel 2001, con una bella edizione critica a cura della professoressa di filosofia politica e sociale Marina Calloni.

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

La sera del 16 gennaio 1870, in una vecchia casa sul Canal Grande, a Venezia, si aspettava qualcuno. Faceva freddo, era tardi: ma la consegna dell’andar a letto era stata violata impunemente dai ragazzi radunati in una sala da pranzo, intorno alla tavola, sulla quale la «Gazzetta di Venezia», spiegazzata, testimoniava le diverse mani per le quali era passata, e i libri e i quaderni ancora aperti dicevano i compiti e le letture: quella sera gli uni e le altre fatti distrattamente, nell’ansia di un’attesa che pareva interminabile.
Elena, vent’anni: seria, quasi imbronciata, come se si trovasse lì contro voglia; Gabriele, figura scarna di adolescente diciannovenne, dalle spalle un po’ strette e gli occhi incavati; Anna, di undici anni, batuffolo roseo e ridente che metteva una nota di gaiezza e di gioia fra le due diverse serietà dei fratelli che le sedevano accanto. Carlo, troppo bambino per vegliare con gli altri, era già a letto da un pezzo. Silenzio. Quasi la mezzanotte. La testina ricciuta di Anna si piegava, come un fiore, sotto il peso del sonno. L’avevano dimenticata, certo. Avrebbe dovuto essere a letto anche lei, come il fratellino. Sorride nel sonno che la coglie di tanto in tanto, come se il riso fosse in lei un fiorire spontaneo della sua stessa natura: e ogni tanto la sua vocina sommessa rompe appena appena il silenzio con una domanda, alla quale il fratello risponde con un gesto vago, un po’ grave. Allora gli occhi interroganti fissano un punto al di là della stanza, oltre il lungo corridoio, oltre la vasta sala dal balcone che dà sul Canal Grande: la soglia della camera lontana entro la quale sta compiendosi il Mistero…

Scarica gratis: Memorie di Amelia Rosselli.