Nella letteratura a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento il tema della sifilide e delle sue conseguenze non è certamente nuovo. Oltre ad alcuni esempi classici come Maupassant (Racconti neri), Flaubert (Madame Bovary), Maugham (Schiavo d’amore) si trova come tema centrale nel racconto breve di Kipling Love o’Women, che ho potuto rileggere grazie alla preziosa attività del Progetto Gutemberg inglese.
L’approccio abituale a questo tema è quello moralistico: la malattia viene contratta come “prezzo del peccato”. Per questa ragione il romanzo di Hubert Wales che presentiamo in questo e-book si colloca lontano dalle convenzioni del periodo ed è, almeno in parte, innovativo.
The Yoke, romanzo pubblicato nel 1907, fu un libro dirompente per l’idea della moralità così come era concepita in quegli anni. Una recensione pubblicata sul “Dundee Courier and Argus” dice: «Questo non è il tipo di libro che ci piace. L’autore vuole scandalizzare, ponendosi in antitesi con le opinioni e gli ideali che hanno resistito da tempo immemorabile e che sono un elemento imprescindibile della civiltà moderna. L’autore dovrebbe davvero cercare di trovare una vena più nuova e più interessante. L’etica del letamaio sta diventando un po’ noiosa.» Anche dopo decenni l’opera di Wales veniva ricordata in Inghilterra con un certo disprezzo. Cito fra i tanti esempi la frase con la quale questo autore viene citato da Bruce Lockhart in Memoirs of a British Agent pubblicato nel 1932: «The average planter’s library might contain a varied selection of the prose and poetry of Kipling, but its chief stand-by in those days was the works of Hubert Wales and James Blyth. I do not know what authors have taken their place to-day, but to me Hubert Wales was neither lurid nor instructive.» [La biblioteca di un qualsiasi proprietario terriero poteva contenere una variegata selezione di prose e poesie di Kipling, ma a quei tempi il suo principale punto di riferimento erano le opere di Hubert Wales e James Blyth. Non so quali autori abbiano preso il loro posto oggi, ma per me Hubert Wales non era né sensazionale né istruttivo.]
Il libro fu pubblicato da John Long, che si era dedicato con particolare attenzione ai romanzi che fondassero la loro trama su tematiche sessuali con risvolti scandalistici, ma che spesso ponevano in particolare rilievo una visione innovativa ed emancipata dell’etica femminile. Era infatti l’editore di riferimento di Victoria Cross (Annie Sophie Cory), esponente di rilievo della corrente “New Woman” – della quale facevano parte scrittrici come Sarah Grand, George Egerton e Mona Caird – movimento che si faceva interprete delle esigenze di una riforma del matrimonio, dello sviluppo intellettuale della donna e, forse soprattutto, della difesa e della corretta interpretazione delle emozioni femminili.
The Yoke ebbe ben otto ristampe, ancor prima dell’uscita dell’edizione economica nel 1908. La comparsa sul mercato di questa edizione economica indusse la National Vigilance Society a intentare un’azione legale contro il romanzo che già stato oggetto di una campagna dell’Academy Magazine contro i romanzi “trasgressivi” dell’editore John Long. La maggior parte degli articoli dell’Academy erano scritti da Lord Alfred Douglas, – conosciuto come Bosie al quale Oscar Wilde aveva dedicato il suo De Profundis [https://liberliber.it/autori/autori-w/oscar-wilde/de-profundis/] – ma divenuto poi implacabile moralista, con una evidente vena vendicativa. In diversi articoli del 1908, accusò Long di immoralità, sollecitando la polizia a interessarsi del caso in maniera repressiva. La polizia non lo fece, ma la National Vigilance agì autonomamente. Quando il caso arrivò in tribunale, Long desistette dal perseverare nella diffusione di quest’opera scandalosa e immediatamente fu disponibile a ritirare il libro dalla pubblicazione e dal commercio. Una possibile condanna sarebbe stata per lui rovinosa sia economicamente che per la sua libertà personale.
The Yoke è un libro decisamente fuori dai binari delle convenzioni del romanzo sentimentale. La quarantenne protagonista Angelica è nubile e conscia di attraversare una fase della propria vita dove le sue possibilità di trovare soddisfazioni e appagamenti si vanno esaurendo. Da giovane era stata fidanzata con un militare, «un uomo maturo, già temprato alle lotte dell’esistenza, di bontà e di energia non comuni», ma lui era morto prima che potessero sposarsi, lasciando un bimbo di due anni avuto da un precedente matrimonio. Le ultime parole dello sfortunato ufficiale furono: «Angelica! il mio povero bimbo! Te lo raccomando!» Angelica si attiene alla promessa e troviamo il piccolo Maurizio cresciuto, laureato in legge e praticante in un importante studio legale. Angelica tuttavia teme che le normali inclinazioni sessuali maschili possano condurlo a rovinarsi la vita. Ed è quello che accade al migliore amico di Maurizio. Angelica decide quindi di completare la relazione di grande affetto reciproco con il “figlioccio” offrendosi a lui come, almeno apparente, surrogato sessuale. Ma la narrazione non presenta affatto questa relazione come qualcosa di squallido o immorale. Per tutto il romanzo, Maurizio e Angelica mantengono sempre un livello di nobiltà di sentimenti e di integrità morale esemplare. Quando Chris, l’amico di Maurizio, confida a quest’ultimo di aver contratto la malattia – che non viene mai nominata – i fatti precipitano. Chris ha anche una bella sorella, Cecilia, che è amica d’infanzia di Maurizio (le rispettive famiglie si frequentavano da decenni) e sentimenti e rapporti si complicano e si aggrovigliano, dipanandosi nel finale in maniera forse imprevedibile ma sempre in linea con il carattere leale e integerrimo dei protagonisti.
Il romanzo viene pubblicato in edizione italiana nel 1909 con traduzione di Ernesto Ragazzoni (vedi in questa stessa biblioteca Manuzio https://liberliber.it/autori/autori-r/ernesto-ragazzoni/) e breve prefazione di Franco Sabelli che evidenzia alcuni punti essenziali; rimane l’unico romanzo di Wales tradotto in italiano. Il poeta bohémien di Orta Novarese scriveva: «Uno dei lavori più graditi, per me, dei più appassionanti, il lavoro dei lavori è… non scrivere. Ci passerei tutta la vita. Che gioia non annegare nel calamaio, non torturare nel buio e nella materia dell’inchiostro le idee, i sogni così felici di essere abbandonati a se stessi! Seguire le fantasie come vengono e dove trascinano! Si lavora d’immaginazione e non è lavoro da tutti.» [Le mie invisibilissime pagine, Il Tempo 21 giugno 1919, oggi anche in Buchi nella sabbia e pagine invisibili. https://liberliber.it/autori/autori-r/ernesto-ragazzoni/buchi-nella-sabbia-e-pagine-invisibili-poesie-e-prose/].
In questo romanzo Ragazzoni aveva trovato verosimilmente un possibile percorso «alla conquista ideale di volumi e volumi che non saranno mai, altro che nella mia mente, e n’ho ogni soddisfazione». E i possibili percorsi narrativi che questo romanzo adombra con apparente leggerezza ma in realtà con grande sagacia letteraria conducono certamente, attraverso volumi esistenti, spesso ormai dimenticati dall’editoria commerciale, anche a quelli «che non saranno mai». S’è fatto cenno più sopra al movimento New Woman e, benché questo romanzo sia opera di uno scrittore del quale si sa molto poco ma è certamente maschio, i temi tipici della sessualità femminile e di una sua possibile espressione al di fuori del “giogo” della moralità e dei valori convenzionali emergono in maniera prepotente. In un capitolo iniziale una coppia di novelli sposi viene a trascorrere alcuni giorni a casa di Angelica, e lei casualmente ascolta il rumore dei loro entusiastici rapporti sessuali; questo le porta alla mente ciò che nella propria vita non ha avuto. Donarsi a Maurizio non è per lei solamente il mezzo per preservarlo dall’incontrare una donna malata, ma è un modo per realizzarsi come donna lei stessa, un’opportunità che la vita le ha finora negato.
L’autore è deciso nel sottolineare che non vi è alcuna “punizione” per lei in seguito ai suoi rapporti sessuali “illeciti”. Cecilia legge il romanzo The Wages of Sin (Ragazzoni traduce La pena del peccato); è un romanzo, mai tradotto in italiano, di Lucas Malet (l’autrice, molto nota in quegli anni, non è comunque menzionata) praticamente sconosciuta in Italia. Solo un paio d’anni fa, grazie alle traduzioni di Enrico De Luca, sono stati pubblicati in Italia due suoi interessanti romanzi. Il menzionare questo romanzo – il cui titolo richiama un noto versetto biblico – consente a Wales di sottolineare come nella narrativa il “peccato” sessuale porti sempre alla morte della donna. E questa constatazione viene offerta a chi legge con un disappunto che sconfina evidentemente nel disprezzo.
L’espiazione eventuale avviene attraverso la lealtà, il coraggio di esporsi con naturalezza. E la “bugia” è non solo perdonata ma accolta con gioia e riconoscenza. Anche in questo aspetto traspare l’idea del traduttore che ebbe a scrivere: «Non c’è passione, per quanto bassa, che non sia parente di una virtù e che non possa trasfigurarsi, redimersi in quella. Che altro sono l’orgoglio, l’emulazione, lo sdegno, l’amor proprio, nella loro essenza, se non superbia, invidia collera, egoismo distillati attraverso una buona educazione? Tale sorte può avere la Bugia, e una delle migliori cose che l’uomo possa fare quaggiù per rendersi non del tutto indegno di quel firmamento che ha sul capo […] è di attendere alla sua evoluzione con pazienza e con arte. Apprenda egli a mentire a buon fine e non a malvagio, pel vantaggio altrui e non pel proprio, pietosamente e non crudelmente, con garbo, con finezza, con metodo, infine, e non alla carlona, imbarazzato e pusillanime […]» Per queste ragioni Ragazzoni può unirsi a Wales per guardare con simpatia ad Angelica e Maurizio. Wales si rivolge infine a chi legge con queste parole:
«Vi rattrista forse la sua sorte o lettore? Ma la sua estate dorata, ammesso anche che fosse un’estate tropicale, era venuta e se n’era andata. Angelica non provava alcun rimpianto. Ella non era più allo stesso punto in cui s’era trovata un anno prima: ella aveva gustato il frutto dell’albero della scienza, senza che questo si riducesse in cenere nella sua bocca. Si sentiva soddisfatta poichè la sua vita non era stata una misera cosa senza senso, un’inversione delle leggi della natura; ella, insomma, conosceva se stessa; e, per di più, aveva ormai provato in abbondante misura la grande verità che la legge naturale che attira l’uomo verso la donna, e la donna verso l’uomo, è la giusta e la vera.»
Gli aspetti melodrammatici del romanzo possono oggi apparire banali, ma se riusciamo a contestualizzarlo ci si rende conto che i personaggi – e quello di Angelica in particolare – sono presentati e realizzati in maniera molto interessante anche se la loro caratterizzazione soffre in una certa misura di essere il romanzo palesemente “a tema”. Opportuno quindi ci è sembrato contribuire a sottrarre questo testo all’oblio e alla censura al quale si è tentato di condannarlo fin dalla sua prima pubblicazione. Da ricordare che da The Yoke nel 1915 fu tratto un film con regia di James Warry Vickers, alla sceneggiatura del quale contribuì lo stesso Hubert Wales, e con interpreti principali Barbara Rutland, Lionel Belcher, Jack Hobbs, ma a quanto ho potuto appurare nel film (oggi molto difficilmente reperibile) Angelica non sottrae Maurizio al rischio della malattia venerea ma a una generica tossicodipendenza.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
L’indirizzo recava: «Signorina Angelica…». Signorina, proprio! Una signorina di quarant’anni.
Angelica sorrise lievemente…, senza la menoma ombra di amarezza, anzi, quasi messa di buon umore dall’associazione di quelle due parole.
Essere ancora ragazza a quarant’anni!
Ella era seduta al suo tavolinetto, sorbendo lentamente il the…. Il suo abito di mattina, azzurro tenero, ampio, a larghe pieghe, le si adattava a maraviglia… Le era stata recata la posta in quel punto, ed ella teneva fra le mani una lettera ancor chiusa.
Angelica era mattiniera. L’abitudine dell’alzarsi per tempo è già di per se stessa una cosa che dice molto riguardo all’età… Fra gli indizi, i segni del passar degli anni, uno dei più comuni è la virtù, che tanto più cresce quanto più si invecchia, di alzarsi presto al mattino senza alcuno sforzo.
«Mi alzo alle sei, alle sette, ogni mattina!» si sente spesso dire, con una certa aria di valentia, dai vecchi.
«Benissimo, ottimo signor mio settuagenario, voi fate così, si potrebbe rispondere, perchè non potete fare a meno. Non crediate perciò di avere speciali meriti. Voi avete dormito tutta la parte di sonno che vi si conveniva. Per voi sarebbe stato un sacrificio anche maggiore rimanere a letto più a lungo.»
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