L’opera I simboli in rapporto alla storia e filosofia del diritto alla psicologia e alla sociologia, pubblicata nel 1893, è un lavoro giovanile di Guglielmo Ferrero, intellettuale eclettico la cui carriera avrebbe spaziato dalla sociologia al giornalismo, ma sarebbe poi restato famoso soprattutto come storico. Al momento della pubblicazione, Ferrero aveva appena ventidue anni e si era laureato in lettere a Bologna.

Ferrero cita esplicitamente come fonte di ispirazione i lavori di Cesare Lombroso, con cui collaborerà lungamente e di cui sposerà la figlia qualche anno dopo, di Herbert Spencer e soprattutto l’opera Saggio sui segni di Paolo Marzolo del 1866.

L’autore esplora l’origine e l’evoluzione dei simboli umani attraverso diverse discipline; sostiene che l’uomo, spinto dalla “legge del minimo sforzo” e dall’”inerzia mentale”, preferisce soluzioni semplici e consuetudinarie, spesso inconsce, per affrontare le complessità della vita sociale. L’opera analizza come questo principio influenzi la creazione di simboli nel linguaggio, nella religione, nella scrittura e soprattutto nel diritto, dimostrando che molte istituzioni e pratiche considerate complesse o mistiche nascono da atti pratici e ridotti, che nel tempo perdono il loro significato originale, trasformandosi in “simboli mistici” o formalismi.

Vengono esaminati diversi tipi di simboli, dai gesti che convalidano la proprietà o l’adozione, ai mezzi mnemonici per la comunicazione, fino alla “legge del minimo sforzo” che favorisce il formalismo nel diritto moderno, portando a sentenze spesso ingiuste. Ferrero conclude che la civiltà, nonostante il progresso, soffre di un “arresto ideo-emotivo”, dove i simboli assorbono la realtà e le pratiche diventano fini a se stesse, spesso a discapito della ragione e della giustizia.

Sinossi a cura di Claudio Paganelli

Dall’incipit del libro:

L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è questo un caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, muscolare e mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno dei fenomeni più caratteristici della psicologia umana.
Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il lavoro, anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice ássab significa lavoro, stanchezza, dolore; in greco πἑνομαι = sforzarsi, lavorare, soffrire; di qui πενἱα = povertà; πεἱνα = fame; πόνος = fatica e patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo1. Il francese travail trova in italiano il suo fratello gemello travaglio con significato di dolore; come l’italiano lavoro ha per padre il latino labor che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi fa che Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività. Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale a dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva ribellare per la sua debolezza.

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