Északi fény è quasi sicuramente uno dei più importanti romanzi di questo scrittore ungherese conservatore e reazionario. Fu scritto nel 1929, a dieci anni di distanza dagli avvenimenti che descrive. Il titolo di questa traduzione italiana non rispecchia il significato del titolo originale (Aurora Boreale o Luce del Nord) mettendo invece l’accento sui temi di quella parte del romanzo che tratta degli scontri tra rivoluzionari e controrivoluzionari durante il periodo della storia d’Ungheria che segue la fine della prima guerra mondiale, traendolo dalla nomenclatura con la quale solitamente si definiscono le parti in lotta nella guerra civile in Russia susseguente alla rivoluzione d’Ottobre.
Le vicende dei due rami della famiglia Gàl, già divisi per antiche questioni di lasciti ereditari, attraversano la tragedia della sconfitta bellica e dei sommovimenti che seguirono in Ungheria caratterizzati dallo spirito nazionalista e indipendentista e dall’influenza e il fascino che la rivoluzione bolscevica esercitava in quella fase storica sulle classi oppresse e sugli intellettuali. Disordini politici e fermenti innovatori e rivoluzionari sono visti attraverso gli occhi di Sándor Gàl, giovane aristocratico ricco e istruito, sensibile ai valori di cultura e arte, ma che non ha radici da nessuna parte e non trova soddisfazione in alcuna idea o principio, provenendo da una stirpe “degenerata”, che non trova fede in nulla, incapace di avere spinte ideali, e tende a collocarsi al di fuori di qualunque comunità umana. Non riesce a radicare in un substrato teorico solido quello che desidera e viene quindi travolto dalla rivoluzione, non perché sia un rivoluzionario, ma perché è stato un pacifista asettico e un democratico teorico durante la guerra e con questa immagine di sé, offerta agli amici e conoscenti, attraversa la “rivoluzione dei crisantemi” vagando tra la folla della rivoluzione, e altalenandosi tra se stesso e il popolo; ma al momento dell’instaurarsi della Repubblica dei Consigli alcuni suoi amici assumono un ruolo di primo piano e il miope fanatismo di Ács, divenuto Commissario del popolo, lo trascina ad accettare l’incarico di presidente del tribunale rivoluzionario. Tutto questo mentre il cugino Gianni Gàl, aviatore ferito in guerra, è tenace sostenitore della controrivoluzione. Oscillando quindi tra un banale flirt con una donna astuta e meschina e il proprio tentativo di mantenere una parvenza di umanità in una situazione che lo obbliga a pronunciare sentenze di condanna a morte e a farle eseguire immediatamente, attraversa la breve stagione del comunismo ungherese, durata dal 21 marzo 1919 fino al 1º agosto dello stesso anno, quasi trasognato e in balia degli eventi. Il suo tentativo di fuga al momento del successo insurrezionale dei “controrivoluzionari” regala pagine notevoli – ad esempio la descrizione della giornata trascorsa sulla soffitta del campanile in attesa che il buio possa agevolare il suo allontanarsi dalle zone critiche del conflitto – ma non può avere successo.
Ferenc Herczeg, che in quei giorni conobbe la prigione e la repressione, guarda con un certo disprezzo, benevolo tuttavia, le vicende del sedicente rivoluzionario ben pasciuto e provvisto di denaro. È forse questo disprezzo che gli impedisce poi di andare più a fondo nei complessi meandri di una vita intellettuale e spirituale consentendogli di spingersi solo fin dove la sua vena satirica può trovare materiale adeguato. Quando si sforza di mantenersi obiettivo ci si accorge subito che questo atteggiamento equilibrato è una forzatura. Tuttavia subisce la satira dell’autore anche la numerosa schiera di personaggi che non appartengono al versante rivoluzionario. L’autore ne sottolinea la sconsideratezza, la codardia e la superficiale indifferenza, ma la sua posizione apertamente antirivoluzionaria costringe questa parte della narrazione in un ambito che chi legge non può non trovare sottovalutato; l’impotenza delle vecchie classi dirigenti e dei singoli individui che di queste fanno parte hanno contribuito in maniera decisiva al naufragio della rivoluzione, ma questo concetto rimane solo pallidamente accennato. L’obiettività dell’autore di fronte agli eventi descritti rimane quindi solo apparente.
«I popoli? Essi, prima di tutto, se ne infischiano della civiltà. I popoli sono masse d’uomini e l’uomo singolo se ne infischia di tutto ciò che non tocca i suoi interessi personali. Per gli ideali non s’è fatta nessuna rivoluzione, ma per i salari, sì. Sentimenti comuni non esistono affatto, o, se esistono, esistono soltanto nelle vostre chiacchiere da comizi. La rivoluzione sorge dove il sistema di governo offende gli interessi privati della maggioranza.»
«Noi non intendiamo di giuocare alla costituzione. Sia uno solo a dichiararlo, o siano dieci milioni noi faremo entrare a colpi di martello nella testa del popolo ciò che gli è utile e salutare. Non c’è altro.»
«In nessun luogo è il popolo a fare la rivoluzione, – dichiarò Ács – quest’è sempre e dovunque affare della classe colta. Il popolo non fa che accettare il fatto compiuto, se lo trova utile, e, siccome ora il popolo è in trincea e batterà i denti al pensiero della campagna invernale, afferrerà a due mani la rivoluzione che gli sarà offerta.»
«Se Alessandro e i suoi amici hanno il genio dei condottieri e sono capaci di salvare il paese dal pantano, avranno ragione essi e i posteri inalzeranno loro monumenti….»
Da questi esempi di concetti espressi nel testo possiamo desumere le sfaccettature argutamente intelligenti che propone questa lettura. Si può discutere su queste battute ma dobbiamo tenere presente che la posizione reazionaria dell’autore è posta come premessa dell’intero romanzo. Herczeg sottolinea gli omicidi dei controrivoluzionari, che rientrano nella stessa categoria morale di quelli dei comunisti, ma non riesce a nascondere un evidente cenno di benevolenza. L’aspetto che mi sembra più interessante e che prevale in tutto il romanzo è tuttavia una vena satirica e di ironica arguzia; valga di esempio l’occhio con il quale viene vista l’azione del giornalista Pálfi – non a caso protagonista del capitolo finale – apparentemente progressista ma disponibile a porre la sua firma dove trova il lato della sua convenienza.
La traduzione integrale è del fiumano Silvino Gigante, probabilmente il più importante conoscitore della letteratura ungherese in Italia nella prima metà del ’900. Fu pubblicato in Italia nel 1934, in un periodo nel quale era fattore importante poter dichiarare (così nell’introduzione di Ignazio Balla) che Herczeg teneva in casa il ritratto di Mussolini, bene in vista nel suo studio, con affettuosa dedica. Ma questa introduzione di Balla (che non riportiamo in questa edizione Manuzio per ragioni di copyright) non inficia il significato letterario dell’opera, né lo può fare il tentativo di usarla in funzione propagandistica antisovietica.
Nell’ambito del progetto Manuzio, sul tema della rivoluzione ungherese del 1919 si può utilmente consultare il libro Le lotte di classe e la dittatura del proletariato in Ungheria di Béla Szántó.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
L’aria sentiva ancora di neve, ma sulla riva del Séd gemme verde-dorate, sottili come ragnatele, tremolavano sui rami spioventi dei salici, mentre sul pendìo del colle, intorno alle cataste di legna del bosco ceduo, cantava il cuculo, fischiava il merlo, trillava il fringuello. Dai piccoli cuori ardenti degli uccelli prorompeva la voce della primavera.
Alessandro Gál, montato sul suo baio, svoltava proprio allora nel viale dei gelsi, diradati dal tempo come i denti d’un vecchio pettine. Il suo costume era irreprensibile: egli avrebbe potuto presentarsi benissimo non soltanto tra i campi arati a vapore di Varjas, ma anche tra i cavalieri mattutini di Heydepark. Sul baio si vedeva invece che s’era in tempo di guerra: era storto e vecchiotto e la sua testa, a forma di mazza, finiva in un gran muso di montone.
Ormai si poteva applicare anche ai cavalli la frase dell’antica canzone dei coscritti: «Son rimasti a casa due o tre meschini….». Il cavaliere era un giovane Bonaparte troppo cresciuto. Guardato di profilo il suo volto appariva regolare e pieno, di faccia invece era tanto stretto da dar nell’occhio, ciò che gli dava un’espressione fragile e melanconica. Del resto egli stava in sella con un atteggiamento alquanto professorale, come il Marco Aurelio dalla faccia benigna e dalla schiena rigida sul suo cavallo di bronzo in Campidoglio.
Scarica gratis: Bianchi e rossi di Ferenc Herczeg.




