«Mi accingerò ora alla descrizione di quel fatto, in parte dimenticato, col quale, veramente, si inizia la mia cronaca.»
Dopo quasi cento pagine dedicate alla storia del «molto rispettabile e dotato d’ingegno Stepan Trofimovič Verchovjenskij» e della sua tormentata relazione con Varvara Petrovna, ricca vedova del luogotenente generale Stavrogin, la “cronaca” inizia con la scena più movimentata del romanzo. A questo punto il tempo del racconto, accelerato nelle pagine precedenti, tende a dilatarsi, coincidendo con quello della storia.
Nel salotto di Varvara Petrovna, l’incontro fra pochi intimi organizzato per il fidanzamento di Trofimovič si trasforma ben presto in una scena caotica, nella quale irrompono inaspettatamente tutti i personaggi che diverranno i protagonisti del secondo volume, con un rapido susseguirsi di affermazioni sconvolgenti, aggressioni, crisi isteriche, svenimenti…. Il narratore dedica quasi cento pagine a questo evento, interrompendone a tratti la cronaca per presentare al lettore coloro che tumultuosamente sopraggiungono e le motivazioni che li hanno portati lì: ad ogni arrivo nuove domande, polemiche, rivelazioni, fino a quando fa irruzione un ennesimo personaggio, che appare «sconosciuto a tutti», ma non lo è affatto. Si tratta di Pjotr Stepanovič, il cui padre, Trofimovič, avendolo visto solo due volte da quando, in tenera età, l’aveva affidato a delle zie russe, sulle prime non lo riconosce. Nuovi colpi di scena, fino a quando non arriva l’ultimo visitatore, Stavrogin, figlio di Varvara Petrovna, con il quale il climax drammatico raggiunge il suo apice, come il giorno prima aveva previsto e a posteriori conferma il narratore.
«Un’idea inverosimile si rafforzava sempre più nella mia immaginazione. Pensavo con angoscia al domani…. Questo ‹domani›, cioè quella stessa domenica, in cui doveva essere ormai irrevocabilmente decisa la sorte di Stepan Trofimovič, fu uno dei giorni più memorabili della mia cronaca. Fu il giorno delle sorprese, il giorno in cui si sciolsero imbrogli vecchi e ne nacquero dei nuovi, un giorno di recise spiegazioni e d’una confusione ancora maggiore.»
Si tratta di un narratore interno, il «signor G-v», che è anche un personaggio, un giovane confidente di Trofimovič da lui introdotto nel salotto di Varvara Petrovna e da quel momento testimone, diretto o indiretto, di tutte le vicende. Nel narrarle, interloquisce spesso con il lettore, per presentargli i personaggi, per spiegarne il comportamento («pregherò il lettore di ricordare che cosa fosse stato il carattere di Varvara Petrovna in tutta la sua vita …») o per attirare l’attenzione su aspetti importanti («Prego il lettore di ricordare l’«esaltazione» di poco prima che non era passata nemmeno allora»). Non mancano ironici “a parte” teatrali, strizzate d’occhio al lettore, ad esempio per commentare la prosopopea del letterato Karmazinov, caricatura di Turgenjev, che presenta in pubblico una propria poesia:
«Ci sono, diceva, certe righe che sgorgano così dal cuore che non si può nemmeno dire, così che una simile cosa sacra non si può in nessun modo portarla in pubblico (e perché allora l’aveva portata?); ma siccome lo avevano pregato, lui l’aveva portata.»
Benché si professi narratore distaccato ed oggettivo, non si rivela di certo tale nel presentare Stepan Trofimovič: come personaggio prende spesso le distanze da lui ignorandolo o mostrandosi infastidito dai suoi atteggiamenti; come narratore lo descrive utilizzando il procedimento antifrastico, enfatizzandone i meriti di studioso e di letterato, ma confrontandoli poi con una realtà che è ben diversa («Ed era tuttavia un uomo intelligentissimo e dotato in sommo grado d’ingegno, un uomo, per così dire, anche di scienza, benché, del resto, nella scienza… sì, insomma, nella scienza non facesse molto, o, quanto pare, nulla.»). Lo mostra come un parassita («Vi sono delle nature che si attaccano straordinariamente alla casa, come dei cagnolini domestici»), ossessionato da complessi di persecuzione («Sospettava con inquietudine che lo avessero già denunciato al nuovo governatore, come un uomo pericoloso»), dotato di una sconfinata autostima, ben poco giustificata dagli scarsi riconoscimenti accademici. Contraddistingue Stepan Trofimovič il culto della bellezza, incarnata per lui dall’arte europea:
«E io dichiaro che Shakespeare e Raffaello sono al di sopra della liberazione dei contadini, al di sopra della nazionalità, al di sopra del socialismo, al di sopra della giovane generazione, al di sopra della chimica, al di sopra di quasi tutta l’umanità, poiché sono ormai il frutto, il vero frutto di tutta l’umanità e, forse, il frutto più alto che ci possa essere! La forma della bellezza già raggiunta, senza il raggiungimento della quale io, forse, non acconsentirei nemmeno a vivere…»
Dostoevskij, paradossalmente, definisce nel contempo Stepan Trofimovič “pietra di fondazione di tutto il romanzo” e personaggio “di secondo piano” in una lettera inviata nel marzo 1871 al poeta russo Apollon Nikolaevic Majkov.
«Stepan Trofimovič è un personaggio di secondo piano, il romanzo non verte affatto su di lui; ma la sua storia è strettamente intrecciata con gli altri (principali) avvenimenti del romanzo e per questo io l’ho scelto come pietra di fondazione di tutto il romanzo. Comunque la beneficiata di Stepan Trofimovič si avrà nella quarta parte: è qui che sarà descritta l’originalissima conclusione del suo destino.»
Pur avendo dedicato a Trofimovič più spazio che agli altri personaggi all’interno del romanzo, Dostoevskij identifica come veri protagonisti i portatori dei demòni, politici e personali, che danno il titolo al romanzo, rispettivamente Pëtr Verchovenskij e Nikolaj Vsevolodovič Stavrogin.
«Or, vi era là un gran branco di porci, che pascolavano su per la montagna; e i demoni pregavano Gesù che li lasciasse entrare in quelli. Gesù lo permise. Allora i demoni, usciti da quell’uomo, entrarono nei porci, ma il branco si lanciò a corsa pazza dall’alto della china nel lago e annegò.» (Luca, VIII, 32-36 dall’epigrafe iniziale de “I demoni”)
Ma chi sono questi demoni? Lo spiega a Sofia Matvejevna, venditrice ambulante di Bibbie, Trofimovič, che di essi, con il suo amore per la cultura europea (sintomatico l’uso della lingua francese per elevare il tono delle conversazioni, moda assai diffusa all’epoca) può essere considerato il “cattivo maestro”.
«Quei demoni che escono dal malato e che entrano nei porci, son tutte le piaghe, tutti i miasmi, tutta l’immondizia, tutti i demoni e i demonietti che si son raccolti nella grande e cara malata, nella nostra Russia, durante secoli e secoli! […] Ma una grande idea ed una grande volontà la illumineranno dall’alto come anche quel folle indemoniato, ed usciranno tutti questi demoni, tutta l’immondizia, tutta questa turpitudine che ha cominciato a marcire sulla superficie… e da sé chiederanno d’entrare nei porci. Ma forse son già entrati! Siamo noi, noi e quelli, e Petruša… et les autres avec lui, ed io primo forse in testa agli altri, e ci precipiteremo, folli e indemoniati, giù dalla rupe nel mare e affogheremo tutti, e quella è la nostra sorte, perché non saremo capaci che di questo. Ma la malata guarirà e ‹siederà ai piedi di Gesù…› e tutti guarderanno con meraviglia.»
Dostoevskij, che pure da giovane aveva creduto negli ideali progressisti tanto da essere imprigionato e condannato alla fucilazione (commutata all’ultimo istante dallo zar Nicola I in lavori forzati) per aver partecipato alle riunioni del circolo Petraševskij, vede e descrive attraverso le parole di Trofimovič una Russia “malata”, le cui classi sociali sono tutte contraddistinte dalla degenerazione morale e i cui demoni sono i nichilisti: questi, importando dall’Occidente le idee rivoluzionarie, hanno snaturato lo “spirito nazionale”, ostacolando in tal modo quella missione civilizzatrice che il romanziere, ora conservatore e convinto seguace del “messianesimo russo”, attribuisce alla propria patria. Come egli scrive ad A. Majkov nel febbraio 1868, infatti:
«Tutti i concetti e i fini morali dei Russi sono molto più elevati di quelli degli europei. In noi c’è una fede molto più immediata e nobile nel bene e nel cristianesimo […]. Per tutto il mondo si sta preparando un grande rinnovamento attraverso il pensiero russo (che è strettamente saldato con l’ortodossia).»
Ed è proprio un tragico evento storico che ispira a Dostoevskij il suo romanzo. In un parco di Mosca, Il 21 novembre 1869, il nichilista russo Sergej Gennadievič Nečaev, assieme a cinque membri del gruppo clandestino rivoluzionario, uccide lo studente universitario Ivanovič Ivanov, ritenuto colpevole di tradimento. Nella lettera di accompagnamento al volume de “I demoni” inviato al futuro zar Alessandro III, che aveva letto con interesse il romanzo e gli chiedeva alcune delucidazioni, Dovstoevskij scrive:
«Si tratta quasi di uno studio storico, per mezzo del quale ho voluto spiegare come si rendono possibili, nella nostra strana società, fenomeni così mostruosi come il movimento Nečajev. Io penso che tale movimento non sia casuale né isolato. Penso che esso sia una diretta conseguenza dell’enorme frattura che si è prodotta fra tutta la nostra formazione intellettuale e le basi primitive e originali della vita russa.»
Nel secondo volume de “I demoni”, un gruppo clandestino rivoluzionario balza al centro della scena e condiziona con le sue azioni la vita di quasi tutti i personaggi. Ne tiene le fila il figlio di Trofimovič, Pëtr Verchovenskij. Nel creare questo personaggio, Dostoevskij si ispira proprio a Nečaev: sui suoi proclami rivoluzionari spicca l’ascia, simbolo dell’associazione “Giustizia popolare”, fondata nel 1869 da Nečaev; i membri del gruppo clandestino di Verchovenskij ricalcano da vicino i complici di Nečaev e la signorina Virginskij, rivoluzionaria che parla a nome degli studenti oppressi, adombra la figura di A. Dementjeva-Tkačjova, accusata nel processo del 1871 contro “Giustizia popolare”. Come Nečaev, Pjotr Stepanovič inizia la propria attività politica a Pietroburgo, per poi spostarsi a Skvoreshniki, cittadina di provincia dov’è ambientato il romanzo, ottenendo ben presto, grazie all’adulazione, all’abile retorica ed ai pretesi legami con i vertici dell’organizzazione rivoluzionaria, il consenso di potenti e popolani, affascinati dalle nuove idee importate dall’Europa. Nell’operare, come prescritto dal “Catechismo del rivoluzionario” di Nečaev e Bakunin, ritiene «morale tutto ciò che permette il trionfo della rivoluzione, immorale tutto quello che l’ostacola.» e vive «fingendo di essere ciò che non è”. Dostoevskij, nel descriverlo, come Manzoni ne “I promessi sposi” ne delinea il carattere attraverso l’aspetto fisico:
«Vestiva bene ed anzi alla moda, ma senza ricercatezza; pareva a prima vista curvo e mal fatto, ma in realtà non era curvo, ed era anzi disinvolto. Aveva l’aria d’un originale e ciò nonostante tutti da noi trovarono poi le sue maniere assai compite, e il suo discorso che andava sempre al fatto. Nessuno l’avrebbe trovato brutto, ma il suo viso non piaceva a nessuno. La sua testa era allungata verso la nuca e pareva schiacciata dalle parti, così che il suo viso pareva aguzzo. La sua fronte era alta e stretta, ma i lineamenti del viso erano minuti; l’occhio acuto, il nasino minuscolo ed affilato, le labbra lunghe e sottili. L’espressione del viso pareva malaticcia, ma non era che apparenza. Aveva una certa piega secca sulle guance e accanto agli zigomi, il che gli dava l’aspetto d’un convalescente dopo una grave malattia. Era, invece, perfettamente sano, forte e non era stato nemmeno mai malato. Camminava e si moveva molto frettolosamente, ma non aveva fretta di andare in nessun posto… Da principio la cosa vi poteva anche piacere, ma poi nauseava.»
Un ritratto che evidenzia tutta l’ambiguità del personaggio, efficacemente sottolineata dalla struttura sintattica: lo stile paratattico, accostando ripetutamente proposizioni principali a coordinate avversative introdotte da «ma», «ma in realtà», «ciò nonostante», mette ancor più in evidenza quel contrasto fra apparenza e realtà che è la nota caratteristica di Pjotr Stepanovič. Egli, nel corso del romanzo, muove le fila delle vicende a danno di tutti, mostrandosi non nella grandezza di un eroe nero, ma, al contrario, come un essere meschino, senza ideali, avido, opportunista, disonesto, arrogante, vendicativo, immagine coronata da un’uscita di scena pienamente coerente. Un personaggio negativo, quindi, la cui unica dote inconfutabile è la capacità di sedurre gli altri per poi asservirli a sè e manipolarli. Lo circondano i membri del nucleo clandestino, anch’essi connotati negativamente, dal pavido Ljamšin al giovane Erkel, a lui fanaticamente devoto. Dostoevskij sente la necessità di distinguere Pjotr Stepanovič dal modello, Nečaev, scrivendo, in una lettera inviata al suo editore, Michail Nikiforovic Katkov, nel dicembre 1870:
«Uno degli avvenimenti più importanti del mio romanzo sarà costituito dalla nota vicenda dell’assassinio di Ivanov compiuto a Mosca da Nečaev. […] La creazione della mia fantasia può notevolmente discostarsi dalla realtà effettuale e il mio Pjotr Verchovenskij può non assomigliare affatto a Nečaev; ma mi sembra che nella mia mente colpita da quel fatto l’immaginazione abbia creato il personaggio, il tipo corrispondente a quel crimine. […] Ma da solo quel personaggio non mi avrebbe sedotto. Secondo me questi miserabili aborti non sono degni di entrare nella letteratura. […] Pertanto, sebbene questo episodio occupi una delle posizioni di primo piano nel romanzo, esso finisce tuttavia per essere soltanto uno degli elementi di contorno all’azione di un altro personaggio che potrebbe a buon diritto considerarsi l’autentico protagonista del romanzo.»
Si tratta di Nikolaj Vsevolodovič Stavrogin, che, inizialmente concepito come un personaggio secondario, si trasforma poi, come nella stessa lettera Dostoevskij consapevolmente riconosce, nel vero protagonista della vicenda.
«Anche questo secondo personaggio (Nikolaj Stavrogin) è una natura tenebrosa, uno scellerato. Ma a me sembra che si tratti di un personaggio tragico anche se è probabile che molti dopo aver letto il romanzo si domandino: “Ma che roba è questa?” Mi sono deciso a scrivere un’opera su questo personaggio perché è troppo tempo che volevo rappresentarlo. Secondo me è un personaggio tipicamente russo. Sarò molto, molto deluso se non mi riuscirà come voglio. E sarò ancora più triste se sentirò condannarlo come un personaggio artificioso. Io l’ho tratto dal mio cuore. Naturalmente è un carattere che solo di rado si presenta nella realtà in tutta la sua tipicità ma si tratta comunque di un personaggio russo (appartenente ad una determinata classe sociale). […] tutto il personaggio verrà descritto in scene e in azioni e non con dei ragionamenti e pertanto v’è speranza che ne verrà fuori un personaggio vivo e reale.»
Un personaggio che l’autore sente sgorgato dal proprio cuore, tanto affascinante da attrarre con il suo magnetismo uomini (che continuano ad abbracciarne gli ideali con entusiasmo e cieca fede anche dopo che lui stesso li ha abbandonati) e donne (le tre eroine del romanzo, che lo amano tutte appassionatamente). Anche nel suo caso il ritratto ne rivela, attraverso l’aspetto fisico, il carattere:
«Mi colpì pure il suo viso: i suoi capelli erano un po’ troppo neri, i suoi occhi chiari un po’ troppo quieti e sereni, il colore del viso un po’ troppo delicato e bianco, il rossore un po’ troppo vivo e puro, i denti come perle, le labbra di corallo: lo si sarebbe detto un modello di bellezza, e nello stesso tempo pareva anche ributtante. Si diceva che il suo viso ricordava una maschera; del resto, si dicevano molte cose, fra l’altro, della sua straordinaria forza fisica.»
I ripetuti «un po’ troppo» fanno risaltare la nota saliente dell’indole di Stavrogin, l’eccesso, paradossalmente accompagnato dalla noia, dall’indifferenza che nemmeno le azioni più eclatanti riescono a scalfire; fa eccezione una misteriosa vicenda del passato che ne condiziona l’esistenza, con l’ineliminabile e tormentosa apparizione di quello che lui ritiene possa essere un «demonio». Curiosa, a questo proposito, la vicenda del misterioso capitolo «Da Tichon (La confessione di Stavrogin)», presente nel manoscritto originario del romanzo, ma non pubblicato dalla rivista “Messaggero russo” per evitare l’intervento della censura. Vi si narra l’incontro di Stavrogin con il vescovo Tichon, al quale il giovane fa leggere la confessione da lui scritta per rivelare a tutti il proprio delitto e liberarsi così, forse, del suo demonio. Il capitolo, inserito in questa edizione del romanzo ma tuttora assente in altre, ci fornisce una chiave di lettura indispensabile per comprendere appieno il travaglio dell’immortale personaggio di Dostoevskij.
Nella narrazione delle vicende, la rappresentazione dello spazio è poco presente: ad eccezione del tenebroso parco di Skvoreshniki, scenario dettagliatamente descritto di un macabro dramma, prevalgono gli interni, evocati in quei dettagli che connotano la condizione sociale ed economica degli abitanti, generalmente colti dall’occhio straniato di personaggi di un diverso ceto sociale. L’umile abitazione di Lebjatkin, ad esempio, è descritta dal benestante narratore, abituato a frequentare le case dei nobili, («Tutta la loro abitazione consisteva in due brutte, piccole stanzette, con le pareti affumicate, da cui pendeva letteralmente a brandelli la tappezzeria sporca.»), mentre il salotto di Varvara Petrovna è colto dallo sguardo ammirato della poverissima sorella di Lebjatkin:
«Intanto Maria Timofejevna s’era lasciata trasportare del tutto: con delizia e senza alcuna confusione osservava il bellissimo salotto di Varvara Petrovna: la mobilia, i tappeti, i quadri alle pareti, l’antico soffitto dipinto, il grande crocifisso di bronzo in un angolo, la lampada di porcellana, gli album, i ninnoli sulla tavola.»
La rappresentazione dei personaggi giustifica da sola le affermazioni di Italo Calvino che, in un’intervista a Bernardo Valli, affermò di amare Dostoevskij «perché deforma con coerenza, furore e senza misura”. (Bernardo Valli, “Italo. Una biografia, ricordi e sei articoli”, Ventanas , 2023). Le descrizioni, di cruda accuratezza, mettono in primo piano, esasperandoli, solo alcuni dettagli, con un potente effetto di deformazione caricaturale.
Varvara Petrovna «non somigliava del tutto a una bella donna; era alta, gialla, ossuta, con un viso smisuratamente lungo che aveva in sé qualcosa di equino.»; Sigaljov è caratterizzato da «orecchi d’inverosimile grandezza, lunghi, larghi e grossi, divergenti dalla testa in un certo modo particolare.»; Lebjadkin «era un uomo alto, ricciuto, sodo, sui quarant’anni, dal viso violaceo, alquanto gonfio e floscio, dalle guance che sussultavano ad ogni movimento se necessario, dagli occhietti piccoli, iniettati di sangue, talvolta abbastanza furbi, con baffi, fedine e un incipiente carnoso pomo d’Adamo, abbastanza spiacevole a vedersi»; Maria Timofejevna è una «donna di forse trent’anni, d’un pallore da malata, vestita d’un vecchio abito scuro di cotone, con un lungo collo scoperto e con dei capelli scuri, radi, annodati sulla nuca in un piccolo nodo della grossezza del pugno d’un bimbo di due anni….»; Semjon Jakovlevič, « nostro beato profeta », «Era un uomo abbastanza grande, gonfio, giallo di faccia, sui cinquantacinque anni, biondo e calvo, dai capelli radi, con la barba rasa, la guancia destra gonfia e la bocca che pareva essersi alquanto storta, una gran verruca vicino alla narice sinistra, degli occhietti stretti ed un’espressione calma, posata, sonnolenta sul viso.»
Il romanzo fu pubblicato dapprima a puntate, nel 1872, sulla rivista “Russkij vestnik” (“Messaggero Russo”), poi, in volume, l’anno successivo.
La traduzione, in questa edizione, è a cura di Rinaldo Küfferle (1903-1955), nato a Pietroburgo da padre svizzero e trasferitosi con la famiglia in Italia nel 1917, dopo la Rivoluzione russa. Laureatosi a Milano, nel 1927, in filologia classica, negli anni trenta si sposa con la scrittrice per ragazzi Giana Anguissola ed inizia a collaborare con le case editrici Treves, Sonzogno, Bompiani, Barion, Martello, Mondadori traducendo dal russo opere di autori classici (oltre a Dostoevskij, Puškin, e Turgenev) e contemporanei, oltre che libretti d’opera.
Sinossi a cura di Mariella Laurenti
Dall’incipit del libro:
Nell’accingermi alla descrizione degli avvenimenti così strani, svoltisi or non è molto nella nostra città, in cui finora non era accaduto nulla di notevole, sono costretto, per la mia inesperienza, a rifarmi alquanto da lontano, e precisamente da alcuni particolari biografici intorno al molto rispettabile e dotato d’ingegno Stepan Trofimovič Verchovjenskij. Questi particolari non serviranno che d’introduzione alla presente cronaca, mentre la storia che mi propongo di descrivere è ancora innanzi.
Lo dirò senz’altro: Stepan Trofimovič rappresentava fra noi continuamente una certa parte speciale e, per così dire, civile e amava questa parte fino alla passione, tanto che, mi sembra, non avrebbe potuto nemmeno vivere senza di essa. Non già che io lo paragoni a un attore sulla scena: Dio me ne guardi, tanto più che io personalmente lo stimo. Qui tutto poteva dipendere dall’abitudine o, per meglio dire, dalla continua e nobile inclinazione sin dagli anni d’infanzia verso il piacevole sogno di una bella posizione civile. Amava, per esempio, estremamente la sua condizione di «perseguitato» e, per così dire, «esiliato». In tutt’e due queste parolette v’è un certo lustro classico che lo aveva sedotto una volta per sempre e che, innalzandolo gradatamente nel suo proprio concetto, per tanti anni, lo aveva portato alla fine su un piedestallo abbastanza alto e gradito all’amor proprio.
Scarica gratis: I demoni di Fëdor Mihajlovič Dostoevskij.




