Ci sono città che accolgono una storia e altre che vi entrano senza chiedere permesso. Venezia appartiene alla seconda categoria.
Quando compare in un romanzo, raramente si limita a offrire un insieme di calli, palazzi e canali. La sua presenza modifica il ritmo del racconto, condiziona i movimenti dei personaggi e trasforma persino il modo in cui essi percepiscono se stessi.
Non è soltanto una questione di bellezza. Una città può essere splendida e rimanere comunque uno sfondo. Venezia, invece, possiede una geografia capace di intervenire direttamente nella narrazione.
Una città che decide il percorso
In molte città ci si sposta scegliendo la strada più veloce. A Venezia il percorso non è quasi mai completamente libero. Un ponte obbliga a salire, un canale interrompe la linea retta, una calle conduce altrove rispetto a quanto sembrava promettere. La destinazione può apparire vicina e richiedere invece una lunga deviazione.
Questa struttura modifica il tempo. Il personaggio non può semplicemente attraversare la città: deve assecondarla, interpretarla e, qualche volta, arrendersi alla sua logica.
Anche l’acqua ha una funzione narrativa. Divide e collega nello stesso momento. Riflette ciò che sta sopra di essa, ma non lo restituisce mai in modo perfettamente fedele. Un palazzo visto nell’acqua è ancora lo stesso palazzo, eppure appare mobile, deformato e provvisorio.
Per chi scrive, il riflesso non è soltanto un’immagine suggestiva. Può diventare il simbolo di una verità incompleta, di un’identità incerta o di qualcosa che il personaggio non riesce ancora a riconoscere.
Il rumore dentro il silenzio
Venezia può sembrare silenziosa, ma il suo silenzio non è mai vuoto. Contiene passi, acqua, corde, porte, voci che arrivano da una calle laterale e rumori dei quali non è immediatamente possibile individuare l’origine.
In una città attraversata soprattutto a piedi, i suoni acquistano un’importanza particolare. Un passo dietro di noi può appartenere a un passante oppure a qualcuno che sta seguendo il nostro stesso percorso. Una voce può essere vicina, anche se non vediamo chi sta parlando. Un’imbarcazione può annunciare la propria presenza prima di apparire.
Sono dettagli che modificano la percezione. Il personaggio comincia ad ascoltare prima ancora di guardare.
Oltre la Venezia da cartolina
Scrivere Venezia significa anche confrontarsi con un’immagine già presente nell’immaginario di chi legge. Tutti credono di conoscerla: le gondole, piazza San Marco, il Carnevale, i palazzi affacciati sull’acqua. Sono elementi reali, ma possono diventare una gabbia se vengono utilizzati soltanto per confermare ciò che il lettore si aspetta.
La difficoltà consiste nel sottrarre la città alla cartolina senza privarla della sua bellezza.
Per riuscirci occorre osservare ciò che normalmente resta ai margini: una finestra illuminata quando il resto del palazzo è buio, una porta che sembra non essere utilizzata da anni, i segni lasciati dall’acqua sulla pietra, un campo attraversato in un’ora insolita o una maschera conservata fuori dal periodo del Carnevale.
È spesso in questi particolari che la città smette di essere decorazione e comincia ad agire.
Quando Venezia entra nel romanzo
Queste riflessioni hanno accompagnato la scrittura del mio romanzo Il tuo gatto è dentro il mio giardino, un noir psicologico ambientato in una Venezia reale, attraversata da artisti, galleristi, restauratori, investigatori e persone che non coincidono mai completamente con l’immagine che mostrano agli altri.
La vicenda si sviluppa intorno al mondo dell’arte e a un’opera ferita, un oggetto che sembra custodire qualcosa e che obbliga i personaggi a interrogarsi su ciò che vedono, su ciò che desiderano e su quanto siano disposti a nascondere.
Sebastiano Vian è un gallerista inquieto che attraversa un labirinto di relazioni e passioni. Attorno a lui si muovono Lucia Bordin, fragile e luminosa; Claire Dufresne, fotografa enigmatica legata a un atelier di Campo San Polo; Malva, assistente silenziosa consumata dalla devozione; Selva Quintero, artista colombiana capace di portare in laguna i fantasmi della propria terra; e Beatriz Caldeira, restauratrice brasiliana in cerca di riscatto.
Non sono semplicemente muse, amanti o rivali. Ognuna custodisce una memoria, un desiderio e una versione personale della verità. Le loro relazioni compongono progressivamente una vicenda nella quale arte, attrazione, ossessione e bisogno di controllo diventano difficili da separare.
A seguire le tracce è Elena Moretti, tenente dei Carabinieri nata a Sant’Erasmo. Conosce Venezia, i suoi tempi e le sue reticenze, ma sapere come attraversare una città non significa necessariamente comprenderne tutti i segreti. Elena non si accontenta delle superfici: cerca le crepe, i dettagli e i simboli che parlano più delle facciate.
L’indagine procede così non soltanto tra luoghi e persone, ma dentro ciò che ciascun personaggio tenta di proteggere. Le opere d’arte non hanno una funzione decorativa: osservano, nascondono e, in alcuni momenti, sembrano accusare.
Di chi è il gatto? Di chi è il giardino?
Il titolo del romanzo nasce da una domanda apparentemente semplice: che cosa accade quando qualcosa appartenente a un’altra persona entra nel nostro spazio più intimo?
Il gatto rappresenta una presenza inattesa, un desiderio o un pensiero capace di superare un confine senza chiedere permesso. Il giardino è lo spazio personale e mentale che ciascuno crede di poter proteggere.
Ma di chi è il gatto? Di chi è il giardino? E chi può essere considerato davvero l’intruso?
Sono domande che attraversano la storia senza offrire immediatamente una risposta. Anche per questo Venezia diventa il luogo naturale del romanzo: una città nella quale ogni confine appare preciso e, contemporaneamente, mobile.
Maschere e identità
La maschera veneziana rappresenta bene questa ambiguità. È considerata uno strumento per nascondere il volto, ma può produrre anche l’effetto contrario. Quando nessuno riconosce chi la indossa, diventa possibile manifestare desideri, paure e comportamenti che normalmente rimarrebbero nascosti.
La maschera non cancella necessariamente l’identità. Talvolta la libera.
Nel romanzo le maschere non appartengono soltanto al Carnevale. Diventano un modo per interrogare i personaggi: chi sono quando vengono osservati e chi diventano quando credono che nessuno possa riconoscerli?
Quando una città possiede una presenza così forte, anche i personaggi devono cambiare. Non possono attraversarla rimanendo completamente estranei. Le distanze rallentano le decisioni; gli spazi stretti aumentano la vicinanza; l’acqua ricorda che ogni confine può essere superato, ma non sempre nel modo previsto.
La città finisce così per esercitare una pressione morale. Non decide al posto dei personaggi, ma li costringe a rivelarsi. Li accompagna verso luoghi nei quali devono scegliere se continuare a nascondersi oppure affrontare ciò che hanno cercato di evitare.
Prima di descrivere Venezia bisogna ascoltarla
Occorre camminare senza limitarsi a registrare nomi e monumenti. Bisogna osservare come cambia il passo delle persone, dove la luce si interrompe, quali rumori attraversano l’acqua e quali dettagli rimangono impressi quando ci si allontana.
La descrizione più precisa non è sempre quella che contiene il maggior numero di informazioni. È quella che riesce a far percepire al lettore che il luogo esiste anche oltre la pagina.
Quando questo accade, Venezia non accompagna più la storia. La modifica.
Il personaggio crede di entrare nella città, ma lentamente comprende che è stata la città a entrare dentro di lui.
Approfondimento
Il tuo gatto è dentro il mio giardino
L’immagine in evidenza di questo articolo utilizza uno sfondo generato tramite intelligenza artificiale. La copertina del libro è riprodotta per gentile concessione dell’autore.




