La destra si decompone sotto i colpi del suo stesso carismatico più ingombrante; la sinistra si prepara a un autunno di fuoco tra primarie, veti incrociati e la tentazione di candidare l’ennesimo volto mediatico. E intorno, il Paese reale fischia.
Il quadro politico italiano che emerge dalle ultime settimane di agosto è quello di un sistema in stato di ebollizione controllata, dove ogni movimento di un attore produce un’onda d’urto sull’intero scacchiere. Quattro fenomeni, apparentemente distanti, si intrecciano in un unico, complesso racconto: la vicenda Vannacci-Paglia, i fischi a Meloni a Taranto, la crisi interna alla Lega e la guerra delle primarie nel Campo largo, fino alla tentazione di Avs di candidare Sigfrido Ranucci. Non sono storie separate; sono i capitoli di uno stesso romanzo politico, scritto dalla fragilità delle leadership e dalla volatilità degli elettori.
L’uniforme e la politica: il caso Vannacci-Paglia come termometro di una destra che si spacca
La vicenda che ha visto il tenente colonnello Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare e consigliere del ministro della Difesa Guido Crosetto, ricevere minacce di morte via social dopo le sue critiche all’europarlamentare Roberto Vannacci è molto più di un episodio di cronaca nera. È il sintomo di una frattura profonda che attraversa il mondo delle destre e, più in generale, il rapporto tra istituzioni militari e politica. Paglia, ferito gravemente in Somalia e costretto alla sedia a rotelle, ha rappresentato per anni l’icona del sacrificio per la patria. Le sue parole – secondo cui chi sceglie la politica deve “svestire la divisa” e non può più essere definito “generale” – hanno toccato il nervo scoperto della comunicazione politica di Vannacci, che della propria immagine militare ha fatto un marchio di fabbrica.
Le minacce rivolte a Paglia – “Se fosse per me basterebbe un 7,62” – non sono solo l’espressione di una frangia violenta, ma il riflesso di una radicalizzazione che accompagna l’ascesa di Futuro Nazionale. E mentre il ministro Crosetto esprime “ferma condanna”, il problema politico resta aperto: Vannacci non è più un fenomeno marginale. I sondaggi Swg lo danno stabilmente al 7,2%, a un passo dal superare Forza Italia (7,4%) e ormai ben oltre la Lega, ferma al 5,5%. Il generale in congedo ha costruito un partito-personale che non solo sottrae voti agli alleati di governo, ma ne contesta la linea, alimentando un dualismo interno che la premier Meloni fatica a gestire. La querelle con Paglia, insomma, non è un incidente: è la prova che il carisma militare di Vannacci si sta trasformando in un’arma politica a doppio taglio per il centrodestra, capace di mobilitare consensi ma anche di innescare cortocircuiti identitari.
I fischi di Taranto e la fragilità di Meloni
Se Vannacci rappresenta una minaccia interna, il malessere sociale si manifesta in forme altrettanto eloquenti. La contestazione che ha accolto Giorgia Meloni all’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo a Taranto è un campanello d’allarme che la premier non può ignorare. Il suo nome, pronunciato allo stadio Iacovone, è stato accolto da fischi ripetuti, in netto contrasto con l’ovazione riservata al presidente Mattarella. La sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, ha parlato di “ingratitudine” verso un governo che ha reso possibile l’evento, ma la replica della città è stata secca: i fischi non riguardano solo l’ex Ilva, ma “il giudizio sull’operato complessivo del Governo, il costo della vita, i carburanti, le promesse elettorali disattese”.
La stessa Meloni ha cercato di smorzare i toni, dichiarando di “comprendere perfettamente le ragioni di chi esprime il proprio dissenso”. Ma la ferita è politica, prima ancora che personale. In un momento in cui i sondaggi la danno stabile al 27%, la premier scopre che il consenso nazionale non è immune da crepe territoriali e che la governabilità del Paese passa anche attraverso la capacità di ascoltare il malessere delle periferie. I fischi di Taranto sono il segnale che il rapporto tra Palazzo Chigi e il Paese reale si sta facendo più complesso, e che l’immagine di una leader forte e determinata può essere scalfita dalla realtà di una città che attende risposte da decenni.
Salvini e la Lega: il partito che si sgretola
Il terzo anello della catena è il più drammatico per il centrodestra: la crisi interna della Lega. Il partito di Matteo Salvini è in caduta libera: i sondaggi lo collocano tra il 4,9% e il 5,7%, mentre le tensioni interne sono esplose. La riunione tra i dirigenti ha mostrato che “il partito così com’è non funziona più, e non c’è accordo su come cambiarlo”. La prospettiva di un cambio ai vertici, ipotizzata dal governatore della Lombardia Attilio Fontana, agita ulteriormente le acque.
Salvini si trova stretto tra due fuochi: da un lato, la perdita di consensi verso Vannacci, che gli sottrae l’elettorato più radicale; dall’altro, le spinte autonomiste del Nord, che vedono nel segretario un ostacolo più che un alleato. Il suo tentativo di aprire alla “condivisione di responsabilità” per calmare la fronda interna appare sempre più come un atto di resistenza più che di governo. La Lega, che per anni è stata il motore del centrodestra, rischia di diventare il suo tallone d’Achille, trascinando giù l’intera coalizione. E la somma dei consensi del centrodestra, che si ferma al 40,9%, è ormai sotto la soglia del 42% necessaria per ottenere il premio di maggioranza. Un dato che apre scenari inediti per le prossime elezioni.
Il Campo largo e la guerra delle primarie: Conte vs Schlein
Mentre il centrodestra si decompone, l’opposizione si prepara a un autunno di fuoco. La sfida per la leadership del Campo largo è ormai un duello aperto tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il leader del Movimento 5 Stelle, forte del suo libro “Una nuova primavera”, ha lanciato le primarie come “lo strumento migliore per dar sfogo alla grande onda democratica”, proponendole “aperte a tutti”. E i sondaggi gli danno ragione: secondo una rilevazione Piepoli, Conte raccoglie il 36% di gradimento, staccando nettamente la segretaria dem.
Schlein, dal canto suo, frena: le primarie rischiano di trasformarsi in un “dibattito politicista respingente”, e il tempo potrebbe non essere sufficiente. Ma la posta in gioco è altissima. La segretaria del Pd si sente minacciata non solo dalla popolarità di Conte, ma anche dalle sue recenti dichiarazioni contro la cultura “woke”, che hanno aperto un fronte interno nel campo progressista. Lo scontro non è solo tattico: è una battaglia per l’anima della coalizione, tra un’idea di sinistra più radicale e populista (quella di Conte) e una più tradizionalmente democratica e riformista (quella di Schlein). Il tutto mentre il Pd, secondo i sondaggi Swg, arretra al 20,6%, e il M5S cresce lievemente al 13%. La leadership di Schlein, già messa in discussione, rischia di essere travolta da una marea che sale da sinistra.
L’effetto domino su Avs e la tentazione Ranucci
L’ultimo anello della catena, e forse il più emblematico della crisi di identità della sinistra, è la tentazione di Alleanza Verdi e Sinistra di candidare Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report. Dopo le esperienze di Aboubakar Soumahoro e Ilaria Salis – entrambi trasformati da fenomeni mediatici in parlamentari – il duo Fratoianni-Bonelli sarebbe pronto a “calare l’ennesimo jolly”. L’invito a Ranucci alla festa nazionale di Avs del 9 settembre suona come una presentazione ufficiale.
L’ipotesi, però, “gela il Pd e agita le acque nel Campo largo”. Per i democratici, candidare l’ennesimo volto noto del giornalismo senza un radicamento territoriale e politico rischia di trasformare la sinistra in un circo mediatico, allontanando l’elettorato moderato. Per Conte, invece, l’operazione potrebbe essere funzionale a indebolire ulteriormente Schlein, mostrando quanto il Pd sia in difficoltà nel proporre una classe dirigente credibile. Ma il rischio è che l’intero Campo largo venga percepito come un contenitore di “nomi a effetto” piuttosto che come un progetto politico coerente.
Conclusioni: un sistema in cerca di equilibrio
Quattro storie, un unico filo conduttore: la politica italiana sta vivendo una fase di transizione accelerata, dove le vecchie leadership vacillano e le nuove – da Vannacci a Conte – cercano di imporre la loro egemonia. Il centrodestra è minato dall’ascesa del generale, che erode consensi alla Lega e mette in difficoltà Meloni, costretta a gestire un alleato che è anche un competitor. La sinistra, dal canto suo, è divisa tra la spinta populista di Conte e la resistenza di Schlein, mentre Avs gioca la carta dell’effetto sorpresa con Ranucci.
I sondaggi raccontano di un elettorato in movimento: il Pd cala, la Lega crolla, Futuro Nazionale sale. Il Campo largo, se unito, sarebbe in vantaggio (43,7% contro il 40,9% del centrodestra), ma l’unità è tutto fuorché scontata. L’autunno che si apre sarà decisivo: le primarie del Campo largo, la tenuta di Salvini, la gestione del caso Vannacci e la candidatura (o meno) di Ranucci sono i nodi che determineranno il futuro dell’intero sistema politico. In questo scenario, l’unica certezza è che il vecchio equilibrio è saltato, e il nuovo è ancora tutto da scrivere.




