Di Piero Bevilacqua
Chiunque abbia seguito, con non superficiale attenzione, le vicende che hanno fatto epoca nel secondo Novecento, vale a dire la trasformazione dell’Europa nell’Occidente euroamericano, non può non guardare all’imponente volume La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo, prefazione di G. Fasanella, traduzione di S. Calzavarini (Fazi, 2026, pp. 617, € 22), grandiosa impresa storiografica della giornalista britannica Frances Stonor Saunders, come al libro più tacitamente atteso per fare nuova luce su quella vicenda. Per completare il quadro generale dei processi e delle vicende che hanno cambiato la natura culturale, politica e psicologica del nostro continente.

come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo
Tale dichiarazione sarà meglio compresa dal lettore se si ricorda che la storia degli Stati Uniti nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale ha ricevuto, in questo primo scorcio di millennio, due poderosi e clamorosi disvelamenti: la vasta ricerca di William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (il cui titolo originale è Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions), Fazi, 2003, un testo di ben 886 pagine; e la ricerca di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Einaudi, 2021.
Si tratta di due ricerche – che fanno onore al giornalismo americano e che a tutti gli effetti vanno qualificate come opere storiche – le quali, insieme ad altri saggi meno noti che qui non è possibile ricordare, hanno aperto la via alla comprensione della storia profonda degli USA negli ultimi ottant’anni. Perché questo Paese, forse caso unico nella storia contemporanea, possiede un doppio Stato e quindi una doppia storia: lo Stato delle relazioni ufficiali, lo Stato liberal-democratico, quello che si mostra al mondo, all’apparenza rispettoso (almeno fino a qualche anno fa) del diritto internazionale, e al tempo stesso lo Stato segreto, quello che organizza colpi di Stato in altri paesi, pianifica assassini di politici non graditi, tiranneggia le economie di chi non si piega al Washington Consensus, muove guerre arbitrarie contro chi, per interessi economici e geopolitici, viene classificato come nemico.
Nell’opera della Saunders viene ora disvelato in forma sistematica un altro ambito di intervento, quello della cultura, della teoria, delle ideologie politiche, per neutralizzare il marxismo e le culture comuniste considerate dominanti tra le élites europee. Così, insieme al Piano Marshall, che nel dopoguerra apre un mercato sterminato alla fiorente industria americana, grazie alla collocazione di basi militari nei territori nazionali, tramite l’intromissione nella vita politica ed elettorale dei vari paesi (come accadde a partire dal 1948 in Italia), si viene realizzando un progetto di completo assoggettamento del Vecchio Continente. Col controllo sulla cultura si inaugura un capitolo assolutamente inedito di dominio coloniale. Nulla di simile si era mai visto nel corso dell’era volgare. Un continente relativamente giovane, un multiforme aggregato di immigrati, ne conquista un altro di antichissima civiltà. Senonché, a differenza di quanto avvenne nel mondo antico, non si verificò il fenomeno sintetizzato dal verso di Orazio: Graecia capta ferum victorem cepit. I selvaggi americani che ci invasero non furono conquistati dalla nostra cultura, ma ci imposero la loro. L’americanismo è diventato, infatti, la cultura dell’Europa.
Il libro della Saunders, pubblicato per la verità nel Regno Unito prima dei due testi appena citati, nel 1999, e l’anno seguente negli USA, e che vede la luce in traduzione italiana in questo 2026, disvela dunque un altro fondamentale aspetto della storia segreta d’America: l’opera di conquista culturale dell’intellettualità europea a una visione americana del mondo attraverso una gigantesca, sistematica, capillare operazione della CIA.
Il centro della vicenda, che consente all’autrice di ordinare lo sterminato materiale documentario in un coerente quanto affascinante percorso narrativo, è la fondazione del Congress for Cultural Freedom (CCF), Associazione per la Libertà della Cultura, finanziata ufficialmente da numerose fondazioni, tra cui la Ford e la Fairfield, ma essenzialmente dalla CIA, che ne era l’ente promotore. Essa nacque a Berlino nel 1950 e venne soppressa nel 1967, quando si scoprì, con clamore, che il Congress era una creatura della CIA.
Al culmine della sua influenza, l’organizzazione spionistica contava uffici in 35 paesi, stipendiava decine di persone, pubblicava più di venti riviste di prestigio, organizzava esposizioni d’arte, conferenze internazionali di alto livello, concerti, mostre, ricompensava artisti, musicisti e letterati con premi e riconoscimenti. E aveva un raggio d’influenza a scala mondiale, operando però soprattutto in Europa, grazie all’attività, più o meno consapevole e diretta, di scrittori, artisti, filosofi, giornalisti e cineasti che per quasi vent’anni lavorarono a creare l’immaginario culturale filoatlantico degli europei. Come scrive l’autrice nell’introduzione: «La sua missione consisteva nel distogliere l’intellighenzia europea dal fascino duraturo di marxismo e comunismo, in favore di una visione del mondo che si accordasse meglio con l’American way».
Le riviste finanziate più prestigiose e attive furono Der Monat, in Germania, Preuves, in Francia, Tempo Presente, in Italia, ed Encounter, in Gran Bretagna, per limitarci alle più note. E di non minore prestigio erano circondati i nomi delle figure intellettuali e artistiche coinvolte, a vario titolo, cui si può solo accennare: da Igor Stravinskij e Sergej Prokof’ev a uomini di cultura liberali, democratici, di sinistra non marxista, come Bertrand Russell, John Dewey, Karl Jaspers, Benedetto Croce, ma anche tanti ex comunisti o uomini della sinistra radicale delusi, come Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Guido Piovene, Altiero Spinelli, Carlo Levi, Italo Calvino, Vasco Pratolini, Raymond Aron e Arthur Koestler.
Alcuni sapevano, altri sospettavano. «Altri ancora, probabilmente, ne erano ignari. In ogni caso, tutti erano fortemente motivati dal fine.» Per la verità, Calvino e Pratolini – molto probabilmente all’oscuro di tutto – compaiono nel testo solo per la loro collaborazione a Tempo Presente, diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, fra i più attivi e più direttamente coinvolti nell’opera della CIA in Italia. Non è ovviamente facile, in questa complessa storia, che l’autrice ricostruisce con superba maestria e accurato equilibrio, stabilire il grado di informazione che tutti i diversi protagonisti possedevano del disegno occulto da cui tutto discendeva. Del resto, non si tratta di portare a processo degli imputati. Ma non si può non convenire con la conclusione d’insieme della Saunders: «Piacesse loro o no, ne fossero o meno al corrente, pochi furono gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli storici, gli scienziati e i critici dell’Europa del dopoguerra a non essere collegati, in un modo o nell’altro, a questa impresa segreta.»
Gli agenti promotori e sostenitori della vasta e sempre più fitta rete furono, agli inizi, alcuni agenti della CIA che avevano già partecipato a operazioni di intelligence nel corso della guerra, come Michael Josselson o Frank Lindsay, anch’egli veterano dell’OSS, che tra il 1949 e il 1951 avrebbe organizzato in Europa la rete di stay behind, denominata Gladio. Ma c’erano anche nuovi adepti come Nicolas Nabokov, un russo bianco che era vissuto a Berlino prima di emigrare negli USA, che la Saunders presenta così: «Alto, bello, espansivo, che coltivava amicizie (e mogli) con estrema facilità ed eleganza». E non meno attivi e influenti furono personaggi di grande prestigio, come lo scrittore anglo-ungherese ed ex comunista Arthur Koestler – che tuttavia si scontrò spesso con la CIA – o come l’influente storico americano Arthur Schlesinger, i quali impressero sul Congress l’indirizzo desiderato dalla CIA.
Ma se questi erano alcuni delle figure apicali, vasto era il “consorzio” dell’élite che operava sul campo, che promuoveva incontri, organizzava mostre, attivava salotti, realizzava opera di persuasione attraverso il lavoro molecolare delle relazioni personali: la massa ricca e potente di imprenditori, avvocati, diplomatici, esponenti politici, giornalisti, sindacalisti, magnati della stampa. In una parola, «l’élite che decideva la politica estera statunitense e le linee della legislazione interna».
Il lettore avrà capito che siamo di fronte a un libro che costituisce un’arditissima sfida storiografica e intellettuale, resa possibile da un lungo e imponente lavoro di ricerca. Chi conosce l’avvincente fatica dell’indagine storica non può non identificarsi, anche sentimentalmente, con le parole dell’autrice: «Per scrivere questo libro mi sono trasformata per un lungo periodo in una nomade, trascinando i miei malridotti bagagli e le mie carte in innumerevoli luoghi». È vero che la legge americana sulla libertà d’informazione, il Freedom of Information Act, ha messo a disposizione degli studiosi le carte desecretate dell’FBI. Ma i documenti della CIA sono rimasti quasi inaccessibili: «La mia prima richiesta, risalente al 1992, deve avere ancora risposta».
Per costruire l’imponente affresco di storia culturale, politica e psicologica, per farci entrare in questo oceanico salotto e osservare da vicino l’opera con cui una rete di ardenti crociati ha contribuito a cambiare non solo l’ideologia e la posizione politica di migliaia di intellettuali, ma anche il modo di pensare degli europei, la Saunders deve aver peregrinato anche per archivi privati e compulsato una massa sterminata di fonti. Già basterebbe questo per renderlo un libro a suo modo unico e fondamentale.
Intanto, grazie a un accurato indice analitico a corredo del volume, è possibile soddisfare le più varie curiosità: per esempio, sapere che cosa pensava di Stalin Bertolt Brecht o i maggiorenti americani; le opinioni del generale Marshall, quello del Piano, sul destino dell’Europa o di Truman sul comunismo; senza considerare le voci dei grandi nomi della letteratura e dell’arte del tempo, da Steinbeck a Eliot, da Virginia Woolf a George Orwell. Molto spesso è come entrare nel salotto di casa di questi personaggi.
Una curiosità non superficiale, perché a volte ci si imbatte in informazioni inquietanti, per quanto talora relativamente note, come l’attività spionistica di uno scrittore di rango qual era Ignazio Silone, ex comunista diventato collaboratore dell’OVRA sotto il fascismo per proteggere il fratello, ma che diventa agente della CIA nel dopoguerra, così come un altro nome importante della cultura italiana, Nicola Chiaromonte.
A proposito del quale val la pena qui riportare il frammento di una lettera del 4 ottobre 1957 a lui inviata da M. Lasky, direttore di Encounter, in quanto condirettore di Tempo Presente, in cui è possibile osservare come collaboravano le riviste europee finanziate dallo spionaggio americano:
«Caro Nicola, ti accludo quello che considero uno straordinario e freschissimo pezzo di John Wain. Naturalmente non si può pubblicare così com’è, ma credo che si possa farne un articolo di dibattito, citandolo comunque nel modo più esteso possibile. Mi pare particolarmente importante per l’Italia, dove i vari Moravia, Piovene ecc. continuano a fare ogni tipo di inchino ai sovietici.»
Ma anche l’appendice di documenti, a conclusione del volume, non è meno ricca di interesse. A leggerla, per esempio, stupisce non poco scoprire i dati sui fondi erogati dalla CIA al Festival di Spoleto nell’anno 1959-60. […]
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Acquisto
La guerra fredda culturale
come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo
di Frances Stonor Saunders
traduzione di Silvio Calzavarini
prefazione di Giovanni Fasanella




