Singolare avventura di viaggio fu scritto alla fine del 1933 e, stampato da Mondadori nel 1934, fu immediatamente sequestrato per immoralità. Nonostante Brancati, uscito dall’ebbrezza fascista, avesse poi ripudiato tutto quello che aveva scritto antecedentemente al 1935, aveva infine deciso di ristampare questo romanzo e ne stava preparando una prefazione. La morte impedì questo progetto, tuttavia sappiamo che nella prefazione che avrebbe pubblicato dava conto della “sensualità”, della quale il romanzo è permeato, che era il limite raggiunto dal disagio esistenziale che già si ritrovava nel romanzo precedente, L’amico del vincitore, nel quale tuttavia questo disagio esistenziale ristagnava ad uno stadio di arrovellio mentale.
Per Brancati quindi questa sensualità era l’unica possibilità per fare esplodere le proprie inibizioni all’interno di un clima morale e culturale dove ogni facoltà dello spirito e dell’intelletto era compressa dal dirigismo e dal conformismo. Quando scrisse questa bozza di prefazione Brancati aveva già scritto Paolo il caldo; si può quindi ben comprendere che quello che afferma non va visto in alcun modo come una sorta di giustificazione morale, bensì come il sottolineare che questo romanzo rappresentò per lui una svolta importante del suo pensiero e del suo rapporto con l’ambiente sociale dell’epoca.
Il protagonista, Enrico, si reca a Viterbo, da Roma, insieme alla cugina Anna. Sembra una sorta di vacanza. Enrico lavora nella redazione di un giornale (in questo particolare si può scorgere un riemergere di esperienza autobiografica; anche altri racconti dello stesso periodo sono ambientati in una redazione di giornale) e, uscendo dalla vita attiva, si trova quasi all’improvviso privo di riserve morali e cede agli istinti che lo travolgono trascinandolo al di fuori del controllo di sé. In estrema sintesi è questa la tesi del romanzo: chi si allontana dall’intensità della vita attiva perde di vista il senso morale e finisce in preda al disordine. La chiave si situa quindi nell’“agire”:
«Guardò nella sua anima e la trovò completamente vuota, ma con l’impressione che il destino gli avesse voluto fare uno scherzo. C’erano tante cose un momento prima, un giorno prima! C’era la fede, c’era la possibilità di agire, c’era quel senso di spietata freschezza in cui egli avrebbe potuto lavare anche il diavolo… Adesso non c’era niente.»
Il ritorno a Roma avviene quindi procedendo a piedi e con passo di marcia, ritornando all’ebbrezza dell’azione: «Agire! Agire! Un-due! Un-due! Un-due!».
Azione e sesso occupano nella vita borghese, secondo Brancati, lo stesso posto che occupa la guerra. Nel 1933 era avvenuto l’incidente Hirtenberg, al quale infatti Brancati accenna nel romanzo, e lo spirito bellico aleggia sull’Europa. Ridolfi, amico di Enrico incontrato a Viterbo, dice:
«dobbiamo agire continuamente, passare da una cosa fatta a una cosa da fare, muovere delle cose dure, pesanti, solide; altrimenti…[…] cadiamo in gravi disordini.»
Questa azione tende a identificarsi con la guerra:
«La nostra generazione è minacciata dal ridicolo: passa con aria marziale fra guerre e insurrezioni, evitandole con una precisione assai comica.»
La riflessione di Enrico si compendia qui:
«Io so come sia orribile la guerra; e non mi faccio illusioni in proposito. Ma noto che la tranquillità, la fermata, è una cosa assai grave per noi.»
La gita a Viterbo diviene quindi per i due cugini una sorta di comparazione materiale e morale tra due modi di vita. Ma quello che maggiormente emerge è la sensazione soffocante che grava sulla generazione dei giovani in quell’epoca, che assume i connotati angosciosi di una vita che pare condannata ad un immobilismo collocato fuori dal tempo. E questo senso di angoscia si trasferisce anche nella sensualità, che tiene legati i due cugini ma nello stesso tempo li contrappone come nemici. Da sottolineare anche le belle descrizioni della Viterbo medievale, che sembra abbia colpito particolarmente Brancati durante un suo precedente breve soggiorno in quella città.
Moravia, scrivendo la prefazione a Paolo il caldo, individua in questo romanzo il diretto antecedente dell’opera forse più nota, e lasciata incompleta, di Brancati. Il tratto comune credo che si possa agevolmente individuare nel crollo della fiducia nei valori sociali, dalle macerie del quale riemerge una sensualità fine a se stessa e distruttiva.
Il secondo romanzo breve (o racconto lungo) compreso in questo testo, Sogno di un valzer, fu pubblicato nel 1938 su «Quadrivio». In questo testo Brancati dà via libera alla sua vena ironica e satirica. La vicenda si svolge a Nissa, città siciliana immaginaria nella quale non è difficile riconoscere Caltanissetta. L’ispirazione potrebbe venire dalla pirandelliana Girgenti dove Pirandello ambienta le sue novelle di ispirazione regionale. Ma il parallelo che si potrebbe fare è quello con La vita è sogno di Calderon De La Barca. La narrazione si snoda attraverso due personaggi principali, Ottavio Carrubba, ex-prete, fine dicitore e strepitoso imitatore, e Giovanni La Pergola, verduraio semianalfabeta che Carrubba considera però geniale e depositario di numerose altre virtù. In un ricevimento in casa del presidente del tribunale, Carrubba mima il valzer di una «scimmia tarda, piena di sonno e sempre nel timore di ricevere un colpo di frusta».
Il successo è così completo nella buona società di Nissa che Carrubba viene designato come presidente di un comitato organizzatore di una festa da ballo. In questi preparativi, nei quali Carrubba vuole coinvolgere La Pergola, si inseriscono come delle mini-novelle incastonate nella vicenda principale dell’organizzazione del ballo. Il quale ballo viene rinviato perché il salone del Comune viene occupato prima da un ciclo di prediche di frati paolini. Gli intellettuali di Nissa finiscono per intrattenersi col predicatore discutendo dell’immortalità dell’anima. Ecco quindi l’occasione per Brancati di condividere con chi legge il suo scintillante sorriso ironico. Sorriso che si allarga ancor più quando un ciclo di conferenze di un noto antroposofo costringe a un nuovo rinvio la festa da ballo. Qui l’ironia di Brancati colpisce personaggi noti all’epoca nell’ambito dell’antroposofia: Giovanni Castelli, il conferenziere, è oggi ricordato soprattutto per qualche traduzione di testi tolstoiani, ma all’epoca era il più noto divulgatore del pensiero di Steiner; Brancati cita poi Küfferle, la baronessa Emmelina De Renzis, la quale con il figlio Giovanni Antonio Colonna di Cesarò fu la principale animatrice del “gruppo di Ur”, tutti responsabili della conversione all’antroposofia dell’avvocato Luigi Noretti, esponente in vista della buona società nissiana. Ma le conferenze suggestionano soprattutto l’animo semplice di La Pergola che si attende ora dal responso onirico la verità sul fratello morto assassinato quindici anni prima.
Il racconto, con finale tendente al macabro e raccapricciante, è stato visto come un tentativo di parodiare Pirandello. Forse si può dire che il fascino di Pirandello, certamente avvertito da Brancati, lo porta a temere di imitarlo e quindi ne capovolge il pensiero ammantandolo di una evidente vena comica che si dipana dall’iniziale progetto di ballo sostenuto e patrocinato dal desiderio di cultura e di scepsi da parte della buona società nissiana («La Gioia doveva sorridere al Pensiero, e il Pensiero doveva tenere i fili della Gioia») fino alla surreale scena conclusiva ambientata nel cimitero. Senza dimenticare che la strada dove La Pergola abita ed esercita la sua professione di verduraio viene nel frattempo travolta dall’espediente economico della componente femminile di trasformarla, con circospezione e discrezione, in bordello, cosa che sfugge all’occhio di La Pergola tutto teso ormai a una visione introspettiva che attraversa anche tutte le vite passate.
Con questo racconto Brancati conferma l’idea più volte espressa da Sciascia che la continuità della letteratura siciliana sta nella “corda pazza”, la corda sulla quale l’uomo pirandelliano del Berretto a sonagli vuole intonare la sua aria di libertà e demenza: la demenza e il sogno toglierebbero i lacci alla costipata fantasia umana.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Nel treno Roma-Viterbo, quel giorno insolitamente viaggiavano poche persone.
“Anche ieri” pensava Enrico Leoni, guardando la sua compagna di viaggio, Anna Leoni, sonnecchiare col viso nascosto sotto una sciarpa, “anche ieri…” e perdeva il filo del ragionamento. Ma non s’irritava per questo; anzi, era lieto che il suo pensiero si spezzasse a capriccio, come un domatore che, per una volta nella vita, dà alle sue belve il diritto di disobbedirgli.
Nei finestrini, scorreva il buio dei tunnel.
“Anche ieri” continuò a pensare Leoni “ho letto un articolo sulla nostra epoca… Chi era l’autore? Chi era l’autore, maledizione?… Ma non importa! Vi si diceva che i nostri scrittori di teatro fanno male a divertirsi con vecchi argomenti, mentre l’epoca è irta di problemi, un sistema crolla e i popoli son chiusi in difficoltà d’ogni genere… e chissà come s’apriranno una via: se attraverso una guerra o con un colpo di genio…”
La ragazza, che dormiva di fronte a lui, uscì dalla sciarpa, aprì gli occhi, sorrise e di nuovo ricadde nel sonno. Ma ora dormiva col viso scoperto e faceva sentire chiaramente, attraverso le palpebre, il moto leggero delle pupille.
Scarica gratis: Singolare avventura di viaggio ; Sogno di un valzer di Vitaliano Brancati.