Il libro può considerarsi la sintesi rappresentativa degli interessi scientifici e culturali coltivati nell’arco della vita da Francesco Griselini (1717-1787), uomo di punta dell’Illuminismo veneto e tra i più noti riformisti dell’Italia settentrionale nel campo agricolo. Pubblicato a Milano nel 1780, consiste in ventisei epistole da lui inviate a diversi esponenti del mondo delle scienze e delle lettere durante il suo viaggio nel Banato di Temeswar, una vasta regione dell’Europa centrale oggi compresa nella Romania, che gli Asburgo avevano di recente sottratto al dominio ottomano, e dopo una lunga parentesi di occupazione militare era stata restituita da poco al governo civile. Basato su fonti documentarie di prima mano, oltre che sui personali riscontri autoptici, il resoconto descrive le tappe del lungo itinerario, principiato a Monfalcone nell’agosto del 1774 e concluso nella capitale Temeswar (l’odierna Timişoara), che tra il percorso e i soggiorni lo tenne impegnato per più di tre anni.
Nelle Lettere odeporiche gli argomenti d’ordine scientifico si concatenano con le tematiche di carattere culturale, alternandosi mirabilmente nell’illustrare per la prima volta, e in modo organico, un nevralgico contesto geopolitico che per la sua delicata ubicazione era rimasto inaccessibile ai viaggiatori occidentali. In questa bivalenza è con dilettevole partecipazione che seguiamo l’autore mentre, da scienziato, esamina sotto le lenti i polipi tratti dai fondali del litorale triestino; quando si cala nel cuore dei cunicoli delle più importanti miniere del Banato per stabilire la loro esatta conformazione geologica; allorché saggia la composizione delle acque termali di Meadia fra termometri e provette; e quando delinea al microscopio la struttura di misteriosi e micidiali moscerini infestanti la valle danubiana. Ma accanto alle qualità del ricercatore sul campo non manchiamo di apprezzare lo spessore informativo delle sue esaurienti digressioni storico-archeologiche, e ci soffermiamo volentieri sulle descrizioni di città e monumenti, spesso accompagnate da efficaci notazioni cronachistiche; lo invidiamo per l’ampia conoscenza che dimostra nella sfera degli studi classici; lessico alla mano, lo assecondiamo nell’affermare che nella regione si continuasse a parlare una lingua rimasta tenacemente ancorata al retaggio di una pur effimera romanità; e infine siamo quasi tentati di giustificare in qualche misura il giudizio severo e a tratti impietoso che più volte egli esprime nei confronti di una popolazione molto distante dalla mentalità del secolo dei lumi per usi, abitudini e comportamenti.
Un pionieristico e inconsueto spaccato della Romania del XVIII secolo, che per la scelta del soggetto e la personalità dello scrittore si colloca fra le pietre miliari della letteratura odeporica del Settecento italiano.
Sinossi a cura di Giovanni Mennella
Dall’incipit del libro:
In conseguenza di un generoso invito fattomi nel 1774. da S. E. il Sig. Barone Giuseppe di Brigido, Cavaliere d’ogni nobile virtuosa dote ornatissimo, non esitai a passare da Venezia a Trieste, onde di là seco Lui incamminarmi pel Bannato di Temeswar, essendo dalle Loro Sacre MM. II. e Real Appostolica stato scelto a Preside del C. R. Dicasterio, cui allora era confidata l’amministrazione delle cose spettanti al governo di quella vasta Provincia.
Correa già gran tempo, ch’io nodriva il desiderio di vedere delle Regioni, le quali sebbene incluse nella nostra Europa, nonostante poco si conoscono, perchè pochissimo da illuminati ed avveduti Viaggiatori percorse e visitate. Ad onta di esorbitanti dispendj e perigli si và più volentieri in quelle dell’Asia, dell’Africa, e dell’America, atteso che presumesi tutto essere pellegrino e raro quello che può vedersi ed incontrarsi in rimote e barbare contrade. Ma meno forse non lo sono parecchie dell’Europa stessa sì per ragion dei costumi assai curiosi e singolari di coloro, che ne le abitano, come pel lusso che vi fa Natura in quantità di produzioni, le quali nel suo gran libro non istanno al di sotto delle esotiche le più ricercate ed ammirate. Non vi si trovano, è vero, piramidi, e labirinti come nell’Egitto, non ruine del genere di quelle dell’Antica Palmira, di Persepoli, del Tempio del Sole, e degli orrendi cimiterj per le vittime umane da’ Messicani scannate, e non muraglie tanto estese quanto il Van-ly già fatto costruire, onde servisse di barriera alla China; ma all’incontro non mancanvi sparsi frammenti e reliquie della Greca e Romana grandezza in erudite iscrizioni, archi trionfali, templi, terme, acquidotti, vie tagliate con immensa fatica nelle rupi de’ monti, cunicoli minerali aperti nel vivo sasso senza l’uso della polvere pirica, e rimasugli di ponti, che quand’eran totalmente in piede contavansi tra le più stupende maraviglie di una Potenza, cui non imponeva il corso rapido, la vastità e profondità del Danubio.
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