Pubblicata nel 1903, la raccolta di novelle Gente oscura segue di due anni il successo teatrale di Amelia Pincherle Rosselli Anima e una precedente breve raccolta di novelle, Felicità Perduta, anche questa del 1901.

Forse non “memorabili” da un punto di vista letterario, vale comunque la pena di sottrarle all’oblio con questa edizione elettronica, poiché non hanno più visto ristampe in cartaceo né nella loro totalità e neppure mai comparse singolarmente in antologie. Se le inquadriamo nell’epoca nella quale furono scritte, si può dire che ad inizio del ’900 molto difficilmente una narratrice, pur affrontando tematiche varie da un punto di vista femminile, riusciva a discostarsi da storie di amore, convenzionali o trasgressive che fossero. Qui invece Amelia Rosselli affronta, con una sensibilità pur sempre borghese ma solidamente liberale e mazziniana, profili di personaggi prevalentemente femminili sempre provenienti da strati umili della società, tanto che una recensione comparsa sull’«Avanti!» afferma con evidente compiacimento che la scrittrice era certamente una socialista.

Una breve digressione merita la scelta del titolo. A chi conosce un poco la produzione poetica della nipote della scrittrice, l’omonima poetessa Amelia Rosselli, non potrà che balzare all’attenzione l’utilizzo frequente, talvolta persino ossessivo, che nei suoi versi viene fatto del termine “oscuro” in tutte le sue derivazioni. Questo non può che essere letto come un’allusione a ciò che è “oscurato”, quindi all’umile, all’ignoto; è anche un segnale di importante innovazione stilistica che è propria delle avanguardie storiche impegnate nella resistenza a un linguaggio derivato da operazioni ermeneutiche tradizionali, ma questo esula dal tema di questa presentazione e l’argomento può essere approfondito leggendo Pasolini [Empirismo eretico, Milano 1995 pag. 74]. È tuttavia facile scorgere il collegamento tra questa poetica di Amelia Rosselli nipote e i racconti di sua nonna dedicati a lavoratrici e lavoratori – e anche a non lavoratori – poveri, anonimi, spesso avvolti da una tristezza pervasiva se non da una disperazione senza uscita.

La novella che apre la raccolta, Due sogni, presenta due personaggi: un giovane operaio pervaso da forte idealità di classe e la sorella di lui che di mestiere fa l’indossatrice-manichino per conto di una sarta alla moda. La professione la conduce a una vita depravata e la sprofonda nel vizio. È da sottolineare tuttavia la profonda ironia che l’autrice riesce abilmente a sottendere a questa sua narrazione. La fortuna del villaggio descrive – e qui l’ironia diventa evidente e ammiccante – come un piccolo centro montano possa assurgere alla fama turistica tramite le forme di “pubblicità” fondate sul “passa-parola”. Il tutto tra la perplessità degli anziani contadini e la prontezza dei più giovani a “cogliere” le occasioni al prezzo di una perdita di identità che l’autrice osserva incerta e dubbiosa. Nostalgia e Ritorno sono brevi bozzetti fondati sull’ipocrisia della carità e sulla disperazione dell’emigrazione. L’ipocrisia della carità si sfuma invece in una sincera partecipazione nella novella Pane altrui, che conduce chi legge a un finale particolarmente ben riuscito attraverso un percorso che è ancora certamente ironico ma anche fortemente malinconico e che attraversa il contrasto tra la possibilità di dissipare e la feroce privazione della miseria estrema. Morale appare invece eccessivamente didascalica con il contrasto tra l’arroganza spietata della borghesia e l’ingenua miseria di una classe contadina che prova a rifugiarsi nell’urbanizzazione. Delicatamente ironico è il bozzetto Arlecchino dove lo smacco di una giovane ostessa maritata si svolge tra contadini avvinazzati e girovaghi da teatro dei burattini. La novella che chiude la raccolta, Umile amore, narra dell’amore vano che percorre l’intera vita di una donna dalla sua fanciullezza all’età adulta per un violinista che aveva iniziato la sua carriera come bambino prodigio e proseguito come affermato concertista; la novella, che si pone come un riuscito studio dell’animo femminile, riassume in chiusura di raccolta gli aspetti più tristi che possono essere attesi da una delicata sensibilità di donna.

Per apprezzare in pieno queste novelle credo che sia opportuno ricordare come la matrice borghese, aderente a una raffinata cultura umanistica, avesse spinto Amelia Pincherle Rosselli a battersi con tenacia per i diritti delle donne, in particolare per il diritto all’istruzione e a una vita professionale. La sua sensibilità la condusse a prendere a cuore i diritti delle donne di servizio, le domestiche (questo aspetto prende forma in maniera esplicita nella novella Morale), in particolare per garantire loro una qualche forma di previdenza.

L’anno successivo alla pubblicazione di questa raccolta di novelle venne inaugurato a Londra il Lyceum club internazionale per Artiste e scrittrici fondato da Constance Smedley; non molto tempo dopo la stessa Smedley inaugurò la sede del Club di Firenze dove trovò al suo fianco le più importanti intellettuali fiorentine dell’epoca come Elisa Milani e sua cognata Alice Weiss, la madre di don Lorenzo Milani. La partecipazione di Amelia Pincherle Rosselli fu immediata. Questa raccolta di novelle incarna quindi una sorta di anticipazione in direzione degli sforzi verso la ricerca dell’indipendenza economica e dell’emancipazione femminile attraverso il lavoro, sottolineando le difficoltà e le pietre d’inciampo che in questo percorso si presentano; percorso che avrebbe dovuto portare, secondo miss Smedley, ad una comprensione di innovativi rapporti di equilibrio nella società, non più fatta di uomini e donne ma di “persone” tese ad elaborare forme di convivenza basate su strutture non competitive o gerarchiche ma collaborative. Questa raccolta di novelle, con la sua desolata rappresentazione dei riflessi che sulla vita di donne “oscure” ha la gerarchica società patriarcale, mette una “piccola pietra” all’interno del lastrico che ancora oggi ha difficoltà a realizzarsi sulla strada che avrebbe potuto condurre a quella meta.

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Si ringrazia la Biblioteca Comunale Teresiana di Mantova (www.bibliotecateresiana.it) per la disponibilità dimostrata fornendoci generosamente le scansioni dell’originale.

Dall’incipit del libro:

Avevano a pena finito di mangiare. Egli respinse da sè il piatto vuoto; si sporse indietro sulla sedia, e aprendo la bocca a un rumoroso sbadiglio, si stirò le braccia e allungò le gambe sotto la tavola, in una tensione di tutti i muscoli.
La cena era stata silenziosa. Nessuno dei due, dopo il faticoso lavoro giornaliero, si era sentito voglia di sprecare il fiato in inutili ciarle: occupati entrambi dall’unico desiderio di quetare la fame. Ma ora, dopo il pasto frugale, annaffiato da un bicchiere di vino, un benessere si spandeva per tutto il corpo del lavoratore, un bisogno di udire la propria voce e l’altrui.
— Hai finito? – domandò alla sorella, che stava risciacquando le stoviglie, in un angolo. E poi che essa non rispondeva, còlto un momento che gli passava accanto per riporre la bottiglia nella credenza, l’afferrò scherzosamente per la sottana.
— Hai finito, sì o no?
Ma ella, liberandosi: – Lasciami disse.
Il fratello la guardò.
— Cosa c’è?
— Niente. Perchè? – si affrettò a dire lei allora, con voce improvvisamente ansiosa. – Sono stanca, ecco.

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