Curiosa e controversa vicenda, quella dell’Epistola della peste, attribuita dapprima a Machiavelli, poi a Lorenzo di Filippo Strozzi, suo potente protettore, infine di nuovo all’autore del Principe, ma non da tutti: lo testimonia la pubblicazione, nel 2020, di Pistola fatta per la peste, di Lorenzo di Filippo Strozzi (Edizioni dell’Orso), nella cui presentazione, pur ammettendo una possibile collaborazione di Machiavelli alla stesura dell’opera, si afferma che “Strozzi ne è certo il primo e principale autore”. Si tratta di una tesi in aperta contraddizione con quella cui un anno prima erano approdati gli studi del filologo Pasquale Stoppelli, curatore di un’edizione critica di Epistola della peste di Niccolò Machiavelli. Nell’ampia introduzione all’opera, Stoppelli, con l’approccio razionale e sistematico di un filologo ma anche con l’intimo compiacimento di un investigatore che, conclusa la sua indagine, svela l’identità del “colpevole”, espone al lettore le motivazioni sociali, letterarie e linguistiche che a suo parere portano ad attribuire “senza riserve” la paternità dell’opera all’autore del Principe.

Il mistero, e le alterne attribuzioni, sono stati alimentati dalle due fonti del testo, i manoscritti Banco Rari 29 e Ashburnham 606. Il Banco Rari 29, passato dalla biblioteca della famiglia Strozzi alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, è costituito da 11 fascicoli manoscritti, il primo, la captatio benevolentiae, di mano di Strozzi, i successivi sei, a partire dall’inizio della descrizione della peste, di Machiavelli (con interventi correttivi di Strozzi), i rimanenti quattro di copisti. Proprio grazie a Banco Rari 29, a partire dal 1786, anno in cui gli studiosi poterono avere accesso al manoscritto, l’opera fu attribuita a Machiavelli. Ashburnham 606 è invece una raccolta, posteriore, delle opere letterarie di Lorenzo di Filippo Strozzi, che fece copiare qui dal Banco Rari 29 anche l’Epistola, rivendicandone la paternità; il copista premise al testo la didascalia «Pistola fatta per la peste. Lorenzo a Girolamo di Maestro Luca in villa», attribuendo quindi l’opera a Strozzi, come attesterebbe anche un’acclusa dichiarazione in latino (hanc epistolam agit Laurentius Philippi Stroci ciues florentinus). La raccolta entrò a far parte della collezione di lord Ashburnham, e più precisamente del fondo Libri, venduto nel 1884 dal British Museum al Governo italiano e da questi affidato alla Biblioteca Medicea Laurenziana. A partire dal 1885, in virtù di questo manoscritto l’opera venne quindi attribuita a Strozzi, fino alla citata edizione critica di Stoppelli del 2019.

La presente edizione dell’Epistola si basa su entrambi i manoscritti, riportando la didascalia iniziale di Ashburnham 606 e facendo generalmente proprie le correzioni di Strozzi. Si è inserita quindi di volta in volta in nota, nei punti più significativi, la precedente versione di Machiavelli, avvalendosi dell’autografo Banco Rari 29, accessibile on line. Si è scelto inoltre di intervenire sugli evidenti errori tipografici, di aggiornare la punteggiatura e l’ortografia (sostituzione con “u” di “v” con valore fonetico “u” e di “j” con “i”, eliminazione dell’”h” analogica e dell’accento sulla congiunzione “o”, inserimento dell’apostrofo a “de’” ove forma tronca per “dei” e degli accenti attualmente in uso).

L’Epistola risponde al dichiarato intento di aggiornare il destinatario sia sulla peste di Firenze, che aveva spinto l’amico ad allontanarsi dalla città, che sulla propria vita quotidiana. Nella parte iniziale, modellata sull’introduzione alla prima giornata del Decameron, vengono messi in luce come da Boccaccio gli effetti sociali dell’epidemia, in particolare la disgregazione delle famiglie e il venir meno della solidarietà umana, con riprese quasi testuali (“si andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso” in Boccaccio, “Chi fiori, chi odorifere herbe, chi spugne, chi ampolle, chi palle di diverse spezierie composte in man porta, o, per meglio dire, al naso sempre tiene” nell’Epistola).

L’autore invita poi l’amico a seguirlo in una sua giornata fiorentina, non un giorno qualsiasi ma il I Maggio, tradizionalmente festeggiato in passato in tutte le piazze della città. Ora l’atmosfera è ben diversa, le piazze sono popolate solo da cadaveri e becchini, il cui canto sguaiato, parodia del noto “Ben venga maggio” di Poliziano, si sostituisce a quello consueto delle fanciulle danzanti. Passando da una chiesa all’altra alla ricerca di quei contatti umani ormai impossibili altrove, l’autore si imbatte in frati poco devoti che corteggiano le fedeli, nobildonne affascinanti che contempla con voluttà, e infine in una di esse, “la desiata consorte”: la descrive nei dettagli, rifacendosi dapprima agli stilemi della lirica d’amore duecentesca per poi allontanarsene indugiando sul seno e su dita “forse di tale vertù che per i loro toccamenti qualunque vecchio Priamo si risentirebbe”. Il tutto evocato alternando i toni tragici del contesto, quelli comici di talune scene e gli erotici di altre, con uno stile ben lontano da quello del Principe, così descritto dall’autore nella lettera dedicatoria a Lorenzo de’ Medici:

«La quale opera io non ho ornata né ripiena di clausule ample, o di parole ampullose e magnifiche, o di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinsecocon li quali molti sogliono le loro cose descrivere e ornare; perché io ho voluto, o che verunacosa la onori, o che solamente la varietà della materia e la gravità del subietto la facci grata.»

Nel Principe le scelte stilistiche sono volte ad una resa efficace dei contenuti: la sintassi, con il procedimento dilemmatico e la concatenazione di concetti, mira alla chiarezza espositiva, il lessico tecnico (il linguaggio della politica) alla precisione, quello popolare alla comprensibilità, e l’aggettivazione non è mai ridondante. Con il suo capolavoro Machiavelli getta quindi le basi per la futura prosa scientifica. Nell’Epistola, invece, lo stile, in particolare nella descrizione iniziale della peste, sembra modellato su quello della cornice del Decameron, per imitarlo o forse per parodiarlo, come mette in rilievo la stroncatura di Francesco De Sanctis, che nella Storia della letteratura italiana attribuisce l’opera a Machiavelli e ne critica la prosa tanto quanto apprezza quella del Principe.

«Anche in prosa Machiavelli ebbe pretensioni letterarie, secondo le idee che correvano in quella età. Talora si mette la giornea e boccacceggia, come nelle sue prediche alle confraternite, nella descrizione della peste e ne’ discorsi che mette in bocca a’ suoi personaggi storici. Vedi ad esempio il suo incontro con una donna in chiesa al tempo della peste, dove abbondano i lenocini della rettorica e gli artifici dello stile: ciò che si chiamava «eleganza». Ma nel Principe, ne’ Discorsi, nelle lettere, nelle Relazioni, ne’ Dialoghi sulla milizia, nelle Storie, Machiavelli scrive come gli viene, tutto inteso alle cose, e con l’aria di chi reputi indegno della sua gravità correre appresso alle parole e a’ periodi. Dove non pensò alla forma riuscì maestro della forma. E senza cercarla trovò la prosa italiana.»

Sinossi a cura di Mariella Laurenti

Dall’incipit del libro:

Dilettissimo et da me molto honorato compare. Se bene la dolce vostra compagnia m’è stata sempre giocundissima1 et sempre ho preso singulare piacere non solo degli honesti et cortesi costumi, ma de’ piacevoli et humanissimi ragionamenti vostri; non però, per esserne stato qualche tempo privo, come più volte è advenuto per essere voi absente o in più gravi occupationi implicato, ho sentito dolore in parte alcuna simile a quello che di presente sento2, per il lungo dimorare vostro lontano dalla città. Il che io atribuisco a due principali cagioni. L’una credo che sia che crescendo sempre la vostra benivolenzia verso di me, con la continuatione di multiplicarne gl’infiniti vostri benefici, conviene ancora che cresca l’affectione mia inverso di voi, quantunche sendovi io in tanti modi, più anni sono, obligato, non pensassi che a pena fussi possibile che più crescere potesse. L’altra cagione è che, s’egli è vero che la moltitudine delle cose et la diversità di quelle distragga l’humane menti, io confesserò che la varietà delle conversationi di molti amici, la quale al presente mi manca, non mi lassava profondare così intensamente nella recordatione et consideratione di voi, solo amico, et della vostra gentilissima consuetudine; della quale, sendone hora privato, m’accorgo che io manco in tutto di quello piacere che altre volte solamente solevo sentire essere scemato alquanto.

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