La Cantata Profana, “A Kilenc Csodaszarvas” (“I nove cervi fatati”), Sz 94, BB 100, è una composizione per tenore, baritono, coro e orchestra scritta da Béla Bartók nel 1930.
Sulla base di alcuni documenti ritrovati, gli studiosi dell’opera di Bartók sono arrivati alla conclusione che la Cantata Profana avrebbe dovuto costituire la prima parte di un ciclo più vasto comprendente tre o quattro brani; tuttavia, uno schizzo frammentario sembra indicare che oltre alla Cantata, basata sul testo di una ballata popolare romena (tradotto dallo stesso musicista in ungherese e opportunamente adattato alla struttura della composizione), Bartók prevedeva probabilmente di scrivere altri brani simili basati su testi parte in slovacco e parte in ungherese, in modo da esprimere musicalmente il legame di amicizia tra i popoli vicini nell’area della valle del Danubio. In effetti, dopo aver affrontato lo studio del patrimonio musicale popolare in Ungheria, il compositore aveva esteso la sua attività di ricerca anche alle aree linguistiche slovacche e romene; fu questo un lavoro che ebbe grande importanza per Bartók, in quanto lo condusse decisamente verso l’emancipazione dallo schematismo dei sistemi all’epoca in uso basati esclusivamente sui modi maggiore e minore.
La prima audizione della Cantata Profana ebbe luogo in Inghilterra a Londra il 25 maggio 1934 a cura della BBC; nella capitale britannica fu diretta anche la prima esecuzione in concerto. In Ungheria, la prima esecuzione avvenne il 9 novembre 1936 da parte dell’Orchestra Filarmonica di Budapest diretta da Ernő von Dohnányi, con le voci soliste del tenore Endre Rösler e del baritono Imre Palló.
Analogamente al Secondo Concerto per pianoforte e orchestra, la Cantata Profana è un’opera nella quale si rivela l’influenza della polifonia di Johann Sebastian Bach su Bartók, nella sua accezione più generale. Peraltro, va precisato che Bartók si avvale della musica del sommo maestro di Eisenach come modello di economia dei mezzi espressivi e non per comporre opere secondo forme e locuzioni antiche, di cui esempi cospicui nel XX secolo sono la Passacaglia per orchestra di Wladimir Vogel, il Primo e Secondo Concerto Grosso di Ernest Bloch e le Partite per orchestra di Alfredo Casella, Goffredo Petrassi e William Walton. Titolo e forma della Cantata sono stati scelti da Bartók con piena consapevolezza: la forma e la serrata tessitura contrappuntistica della scrittura manifestano l’attento studio delle Cantate e delle Passioni di Bach, mentre l’aggiunta dell’aggettivo “profana” vuole rimarcare l’assenza di qualsiasi forma di ispirazione religiosa. Si può altresì osservare come la Cantata sia compresa in un preciso momento della musica contemporanea, nel corso del quale si assiste a una rinascita dell’interesse per la scrittura corale; tra il 1926 ed il 1930 vedono la luce diversi lavori importanti tra cui la Messa Glagolitica di Leóš Janáček, lo Stabat Mater di Karol Szymanowski e la Sinfonia di Salmi di Igor Stravinskij.
La Cantata Profana occupa un posto a sé tra le opere di Bartók, non essendo stata né preceduta né seguita da opere similari; pur tuttavia, si possono rinvenire legami con composizioni d’altro genere. Così, la drammaturgia di ballata molto particolare della Cantata richiama il Castello del Principe Barbablù, mentre la sua poesia della natura ricorda il tono del Principe di legno. Inoltre, si deve tenere conto dell’influenza che può aver esercitato su Bartók il precedente costituito dal Psalmus hungaricus di Zoltán Kodály.
Il testo della Cantata si basa sulla leggenda dei Cervi incantati, che narra le vicissitudini di un vecchio padre e dei suoi nove figli, ai quali non aveva insegnato alcun mestiere ma solo l’attività della caccia. Un giorno, i nove figli inseguirono un grande cervo così a lungo da smarrire la strada; il loro girovagare tra luoghi sconosciuti li condusse per caso ad attraversare un ponte dove furono magicamente trasformati in nove cervi. Il vecchio padre, preoccupato per la prolungata assenza dei figli, va alla loro ricerca, ma inutilmente; trova invece le tracce di nove cervi che lo conducono presso una fonte. Come vede i cervi, il suo istinto di cacciatore lo induce a imbracciare il fucile e ad aprire il fuoco, quando il più grosso dei cervi gli lancia un avvertimento: «Caro babbino, non sparare su noi, altrimenti ti prendiamo sul palco delle nostre corna e ti scaglieremo di monte in monte, di roccia in roccia, di vetta in vetta, finché in tanti pezzettini resterai spiaccicato». Inutilmente il padre implora i suoi figli di ritornare a casa, dove la madre li attende in lacrime presso la tavola apparecchiata; la risposta del cervo è definitiva: «Vai tu dalla nostra cara mammina, ma noi non andiamo. Non andiamo perché le nostre corna non passano attraverso le porte, ma solo tra i monti; il nostro corpo non può andar più vestito di panni, ma solo tra verdi foglie; le nostre zampe non possono più calpestare la cenere del focolare, ma solo le foglie secche; la nostra bocca non può più bere nei bicchieri ma solo alle fonti».
La struttura esteriore dell’opera evidenzia una ripartizione in tre sezioni, di cui la prima consiste nell’introduzione epica, la seconda nello svolgimento del dramma propriamente detto e la terza nella ricapitolazione altrettanto epica. Tale articolazione tripartita cela in qualche modo l’effettiva struttura simmetrica della Cantata.
Note tratte e riassunte da Wikipedia
https://it.wikipedia.org/wiki/Cantata_profana_per_tenore,_baritono,_doppio_coro_e_orchestra
Organico: tenore, baritono, doppio coro, ottavino, 3 flauti, 3 oboi, 3 clarinetti, clarinetto basso, 3 fagotti, controfagotto, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, cassa chiara, grancassa, piatti, tam-tam, arpa, archi
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