Ugo Santamaria
Il castellano di Ripalta s’era allevato con amore un valletto di nome Ugo e con desiderio, esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare, attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere.
«Che cosa vi fa pensare che potrei essere utile in questo caso?» domandò il <Dr. Giovanni Silence, osservando un po’ scettico la signora svedese che sedeva dinanzi a lui.
Questa non è una storia del tempo lontano. E neppure è una storia gaia.
È la recente storia di un paese di contadini, di cui, tra poco, non resterà che il ricordo: vicenda dolorosa di tutta un’umile gente, costretta a lasciare le sue case e i suoi campi per portare con sè, lungo le vie incerte del destino, il suo chiuso dolore.
Il vecchio guardacaccia aveva ricorso al classico trucco dei mariti che si ritengono traditi; aveva detto alla sua nipotina Betta che, dovendo recarsi al paese per affari, sarebbe ritornato solo verso sera.
Pare che la volpe sappia quando deve nascere un polledrino, e sta all’agguato. E la cavallina sa che la volpe è in agguato. Perciò, appena il polledrino nasce, la madre si mette a correre in circolo intorno al piccolo…
Per l’abuso che ne fecero i poeti, chi ammira più i palpiti e i raggi delle stelle? Ma l’anima di Carlo Dònnola ancora aveva rapimenti a un fulgido cielo. Nemmeno gl’innamorati oggidì s’intendono nella bramosia dell’argento lunare e preferiscono la povertà delle tenebre…
Cento cinquanta camere, in tre piani, nel punto piú popoloso della città. Tre ordini di finestre tutte uguali, le ringhierine ai davanzali, le vetrate e le persiane grigie, chiuse, aperte, semiaperte, accostate.
Un preistorico rito, oltre a quello di fare il pane in casa, voleva mia madre, nella nostra casa di Nuoro, insegnare alle sue farfallesche figliuole. Questo rito era venuto dalle montagne della Barbagia fin dai tempi in cui all'ansito dei puledri selvaggi si univa quello degli indomiti cavalieri Iliensi.
Vincenzo della Cascina Rampina, preso con sé Bortolino, il più grande dei suoi figliuoli, messi due piccioni e quattro noci in un canestro, venne a Milano coll’asinello a trovare il suo figlioccio, o per dir meglio il suo padroncino Mario, che compiva giusto in quel giorno i dodici anni.






