Ugo Santamaria
A Salerno – la gente di là se ne ricorda ancora per una canzonatura poetica fattami da un giornaletto spiritoso – io avevo preso un alloggio tra cielo e terra, ma più in là che in qua, per la semplice ragione di essere io amantissimo della quiete…
Benché, grazie a Dio, sia difficile ai nostri orecchi distinguere il ronzio festoso d’un’ape dalle sue strida più disperate; — spero nondimeno mi sia permesso affermare che quel giorno la signorina Dell’Api strillava a più non posso.
Molti, ma molti anni fa, c’era in un paese di questo mondo, un signore, che aveva ereditato dai suoi antenati il titolo di Conte, un bel castello e grandissimi possessi.
Era la settimana di Pasqua, ed io camminavo lungo la riva del mare per ubbidire ai consigli dei medici, i quali mi avevano detto di vivere in solitudine e di non leggere più libri e giornali che parlassero della guerra, se volevo evitare irrimediabili perturbazioni.
Viveva una volta su un’isola deserta delle sponde del Mar Rosso, un Persiano con un berretto che rifletteva i raggi del sole con splendore più che orientale.
Don Matteo era un prete nato, per così dire, alla macchia, in un casolare di montagna, tra boschi di faggi e di cerri.
Era un tipo, davvero, bizzarro: diffidente e credulone a un tempo, e così superstizioso che, malgrado il suo latino…
Quando la signora Bettina ebbe chiusi gli occhi per sempre, suo fratello, l’illustre Spiridione Tomei, stentò molto a darsi pace.
La mattinata umida e malinconosa, senza raggio di sole, moriva tristemente nelle ultime luci fredde e annebbiate dell’imbrunire. A’ romori che nel giorno l’aria spessa e pesante aveva ammortiti, alla vita della mattina piena di movimento, di voci, di strepiti…
Quando una passione attecchisce improvvisamente in un essere debole e malato, è capace di divampare in indomabile incendio.








