Ciò che accade non basta se non resta. Brevissimo invito alla lettura dell’ultimo libro di Maurizio Ferraris.
Apriamo Il mondo è tutto ciò che resta. Una metafisica confidenziale (il Mulino, ottobre 2026). Ci troviamo nell’aula 35 dove lo scorso marzo Maurizio Ferraris ha tenuto la sua ultima lezione, la stessa aula nella quale cinquant’anni prima Gianni Vattimo aveva fatto una lezione di estetica. “Il mondo è tutto ciò che resta”, come restano le lezioni di Vattimo e quelle di Ferraris, e come ciò che in noi è rimasto delle lezioni universitarie – e spesso non si tratta solo di un ricordo brumoso, ma di qualcosa che si protrae nel corso del tempo modificandoci ancora. Non tanto, quindi, “il mondo è tutto ciò che è”, che sarebbe un continuare a identificare l’essere con la presenza, benché a una valutazione immediata l’assunto possa sembrare più sensato o più razionale. “Fare filosofia, allora, significava fare ontologia, occuparsi di tutto ciò che è, anzi, che fu”, chiuso ad altri esiti. Ma ora siamo nel terzo millennio, e abbiamo avuto tempo e modo di misurare la fallacia di quell’ordine di idee. Così come si rivela problematico l’incipit del Tractatus wittgensteiniano, “Il mondo è tutto ciò che accade”, perché l’evento deve poter avere un seguito al fine di non smettere di far parte del mondo.
Nella forma scritta del libro l’aula 35 perde i propri margini materiali e si dilata verso un uditorio molto più vasto. Ma entriamo brevissimamente nel vivo, nel capitolo che segue il prologo “Ground Zero”, cioè l’abissale “Isteresi” (gli altri capitoli: “L’essere”, “L’operare”, “Il sapere”, “Il volere”) dove Ferraris ex abrupto si chiede: “Perché c’è qualcosa e non il niente?”. La risposta: “C’è qualcosa perché il mondo è retto dalla sopravvivenza degli effetti anche quando le cause se ne sono andate”. Com’è evidente nell’era digitale, la registrazione – cardine della prospettiva filosofica di Ferraris dagli anni Novanta in avanti – fissa una forma e genera degli effetti. Ma non nel senso di uno strascico di parvenze o un’“ombra di un’origine perduta, bensì l’infrastruttura di una genesi operativa nella quale il nulla si trasforma in qualcosa non per una misteriosa aggiunta di sostanza, ma perché la traccia si fissa, diviene iterabile e alterabile come tutto ciò che è; e poi, come tutto ciò che è, finisce”. L’isteresi, il principio che si nasconde nella registrazione, e che abilita questi effetti a una sopravvivenza oltre le circostanze che li hanno causati, è il motore del mondo, aggiunge quindi il dettaglio cruciale per cui ciò che resta non è un deposito inerte ma si estende nel tempo fino ad esercitare un influsso e a modificare ciò che viene dopo. Ed è proprio partendo dalla registrazione che Ferraris assume l’infrastruttura isteretica, assegnando a questo concetto una facoltà, appunto, infrastrutturale e transcategoriale: è “l’infrastruttura metafisica che rende possibile il mondo”. Restare in virtù del catturare gli esiti di una trasformazione, del continuare ad agire attraverso nuovi effetti, diversamente che nella memoria.
Tuttavia, si domanda Ferraris, anziché di isteresi, non basterebbe parlare di memoria, di permanenza, di persistenza, di ritenzione? No, non sarebbe sufficiente, perché l’isteresi implica un processo, si comporta come una infrastruttura: composto di “infra” e “struttura”, una intelaiatura, una trama che connette gli elementi (cognizioni, volizioni, operazioni): non tanto, e non solo, perché qualcosa resti, quanto perché ciò che resta (cioè l’effetto) seguiti ad agire. Questa è la peculiarità dell’isteresi, che fissa una distinzione, ed “è il fondamento di una metafisica che abbandona l’ossessione ontocentrica per rivolgere l’attenzione a ciò che rende possibile non soltanto l’essere, ma anche l’operare, il sapere e il volere”.
L’isteresi non è un principio ontologico bensì trascendenza nel suo andare al di là dell’essere, e un trascendentale, “perché rende possibile molto più dell’essere”. È un trascendentale, tuttavia, che prende le distanze sia da quello classico e dal suo carattere ontoteologico, sia da quello moderno che va dal cogito, all’Io penso e all’idealismo trascendentale. Ferraris lo definisce “trascendentale allocentrico”, giacché nei modelli tradizionali il fondamento era trascendente rispetto al fondato, lo garantiva o un principio sovraordinato o la soggettività. Ora “il baricentro non è più il soggetto che conosce né un principio separato dal mondo, ma la conservazione delle differenze grazie alla quale il mondo continua ad operare”: un fenomeno isteretico.
A quindici anni dalla fondazione del Nuovo Realismo, che ai tempi del Manifesto poggiava su antecedenti opere di rilievo (penso almeno a Estetica razionale, al Mondo esterno, a Dove sei?, a Documentalità), Ferraris dà l’impressione, sulla scia delle opere anche imponenti intercorse (basti dire Documanità), di aver lavorato sul farsi profondo dei punti di sostegno della sua prospettiva, trascinando fattivamente tutti i fondamenti che la reggono al massimo grado delle loro possibilità. Ma non a una definitività: in più luoghi del libro infatti ci confida di star sistematizzando la sua ricerca, e ovviamente anche i paradigmi del Mondo è tutto ciò che resta, in un trattato dove la metafisica sarà molto meno confidenziale, ma basilare data la carenza dei sistemi filosofici in questo primo quarto di secolo. Il mondo è tutto ciò che resta è già un libro, e parallelamente – messi al corrente dell’imminenza del trattato – lo si può leggere come l’antecedenza di un progetto in itinere, come un ordito, uno schema ancora provvisorio (malgrado le analisi capillari e tra loro allineate), una scaletta di questioni e nodi da sviluppare in maniera totale ed esaustiva. Una metafisica dal tono confidenziale con cui interagiscono il racconto delle fasi di ricerca dell’autore, la rivelazione del trattato a venire, ciò che resta dei maestri, tra convergenza e distanza teorica, Vattimo e Derrida.
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- Il mondo è tutto ciò che resta. Una metafisica confidenziale
di Maurizio Ferraris
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