Da Il desiderio di cadere a Lasciare andare fino a Quando il cielo collassa: tre romanzi profondamente diversi per forma, trama e ambientazione, uniti da una domanda sempre più urgente. Che cosa resterà della nostra umanità quando avremo delegato alle macchine persino l’atto di raccontarci?
Ho attraversato la trilogia “Il diario come rimedio al disagio” di Max Deste con una sensazione piuttosto rara: quella di trovarmi davanti a un progetto letterario che rivela davvero la propria architettura soltanto quando si arriva alla fine. I tre libri possono essere letti autonomamente e raccontano storie lontanissime tra loro, eppure, osservati insieme, finiscono per comporre un’unica lunga riflessione sulla scrittura, sull’identità e sul bisogno profondamente umano di dare una forma al dolore.
Confesso che leggerli è stato un piacere che, in alcuni passaggi, ha sfiorato una sorta di godimento fisico della letteratura. Quello che nasce quando il ritmo della frase, un’immagine inattesa, un verso o un improvviso cambio di prospettiva producono qualcosa che precede persino la comprensione razionale. Deste non sembra particolarmente interessato a spiegare. E ancora meno a dimostrare. Preferisce evocare. Lascia che siano atmosfere, emozioni, silenzi, coincidenze e stati d’animo a condurre il lettore dentro un lungo dramma umano, attraversato però da un’ironia sottile e costante, talvolta quasi impercettibile.
È forse questa una delle qualità più interessanti dell’intera trilogia: raccontare vicende drammatiche senza appesantire la lettura. Lo stile rimane fluido, immediato, sorprendentemente piacevole, mentre sotto la superficie si accumulano interrogativi sempre più complessi.
Dal patto psicomagico al diario dell’intelligenza artificiale il vero protagonista dei tre romanzi, a ben vedere, potrebbe non essere nessuno dei loro personaggi. Potrebbe essere il diario stesso.
Nel primo capitolo, Il desiderio di cadere, la scrittura nasce come risposta a un trauma e assume quasi la forma di un patto psicomagico, con un evidente richiamo all’universo di Alejandro Jodorowsky. Scrivere significa intervenire simbolicamente sulla propria esistenza: mettere il dolore sulla pagina per poterlo osservare, trasformare e, forse, sopravvivere. Il diario diventa rito, terapia laica, gesto di resistenza. Scrivere di sé significa tentare di non essere interamente definiti da ciò che ci è accaduto.
Con Lasciare andare avviene una prima, radicale metamorfosi. Il diario rimane, ma diventa poesia. Deste sceglie il verso endecasillabo e trasforma il racconto di una crescita in una ricerca musicale della bellezza. La scrittura non serve più soltanto a sopportare il disagio: tenta di trasfigurarlo.
È una scelta tutt’altro che ornamentale. Il ritmo diventa significato. La disciplina metrica obbliga il dolore a entrare in una forma e proprio questa forma sembra renderlo nuovamente abitabile. Il diario poetico diventa così spazio di catarsi, conoscenza e ricerca del bello.
Poi arriva Quando il cielo collassa e l’intero percorso viene improvvisamente capovolto.
Siamo nel futuro, l’umanità è minacciata, alcuni sopravvissuti vivono in un bunker e il diario esiste ancora. Ma questa volta a scriverlo è un’intelligenza artificiale.
Ed è qui che il progetto di Deste acquista retroattivamente una forza particolare. Nel primo romanzo l’uomo scrive per salvarsi. Nel secondo trasforma la propria esperienza in poesia per cercare la bellezza. Nel terzo ha ormai consegnato la scrittura alla macchina. Eppure proprio la macchina, paradossalmente, diventa alleata dell’uomo e custode della sua memoria.
La domanda che attraversa l’intera trilogia diventa allora inevitabile: che cosa accade all’essere umano quando delega alle macchine proprio una delle attività attraverso cui, per millenni, ha costruito la propria identità? È difficile immaginare una questione più contemporanea. Scrivere alla vigilia della singolarità.
Viviamo già in un tempo in cui chiediamo sempre più spesso all’intelligenza artificiale di scrivere al nostro posto: lettere, racconti, relazioni, pensieri, persino parole destinate alle persone che amiamo. La trilogia di Deste porta questa tendenza verso il suo limite estremo, quello di una possibile singolarità tecnologica, ma evita accuratamente tanto la celebrazione quanto la demonizzazione della macchina. La questione interessante è un’altra. Se scrivere significa ordinare l’esperienza, interrogare se stessi, trasformare il dolore in linguaggio e lasciare una traccia della propria esistenza, che cosa perdiamo quando smettiamo di farlo personalmente? E, ancora più provocatoriamente: una macchina che custodisce le nostre parole potrebbe finire per comprendere il valore della memoria umana proprio mentre noi cominciamo a dimenticarlo?
Quando il cielo collassa non offre una risposta definitiva. Ed è bene che sia così. Deste costruisce situazioni, dissemina indizi, sovrappone possibilità. Il lettore deve completare ciò che manca. Proust, Joyce e il dialogo con la tradizione. Dietro questa riflessione emerge una forte componente metanarrativa e metaletteraria. Deste racconta storie, ma contemporaneamente interroga il modo stesso in cui le storie vengono costruite.
La letteratura del passato non compare come museo delle citazioni, bensì come interlocutrice.
Ci sono i modelli della grande tradizione poetica dietro la scelta dell’endecasillabo di Lasciare andare. E ci sono i padri della modernità letteraria, Marcel Proust e James Joyce, insieme ad altri autori che hanno trasformato il rapporto fra memoria, coscienza, tempo e narrazione.
Proust insegna che recuperare il passato significa in qualche modo ricrearlo. Joyce mostra quanto profondamente il linguaggio possa coincidere con il movimento della coscienza. Deste sembra raccogliere queste eredità per trascinarle dentro una domanda tipicamente contemporanea: che cosa diventa la letteratura quando alla coscienza umana si affianca una coscienza artificiale capace a sua volta di produrre linguaggio?
Non è casuale, allora, che proprio Quando il cielo collassa giochi con l’idea della ricerca del romanzo perfetto e faccia della letteratura stessa una parte della propria trama. Il romanzo riflette sul romanzo mentre racconta la possibile fine della civiltà che il romanzo lo ha inventato. Quando la letteratura incontra musica e pittura. Ma sarebbe riduttivo parlare soltanto di letteratura.
L’intera trilogia sembra aspirare continuamente a uscire dalla pagina e a incontrare le altre arti. La musica ne costituisce una delle presenze più significative, fino alla colonna sonora Omaggio al poeta, che prolunga emotivamente la parola attraverso il suono.
Poi c’è la pittura, che assume in alcuni dei passaggi più perturbanti una forma quasi macabra: la giovane pittrice che realizza le proprie nature morte umane dopo omicidi passionali trasforma il corpo, la morte e il desiderio in rappresentazione artistica. È un’immagine potente perché porta alle estreme conseguenze una domanda che percorre tutta l’opera di Deste: fino a che punto l’arte può trasformare il dolore senza tradirlo? Scrittura, poesia, musica e pittura diventano così linguaggi differenti dello stesso tentativo: opporre una forma al caos.
Ed è forse questo il significato più profondo della parola “rimedio” contenuta nel titolo della trilogia. La letteratura non elimina il disagio. Non cancella la perdita. Non impedisce la morte e, probabilmente, non impedirà neppure alle macchine di diventare infinitamente più capaci di noi in molte attività. Ma può ancora dare forma a ciò che ci accade.
Tre romanzi, un unico lungo viaggio. Ciò che sorprende maggiormente è quanto siano diverse le tre esperienze narrative. Il desiderio di cadere parte dal trauma e dalla vertigine; Lasciare andare sceglie l’adolescenza, la poesia e il ritmo; Quando il cielo collassa spalanca lo scenario fino all’apocalisse, al bunker, alla storia del Novecento e all’intelligenza artificiale.
Eppure non ho mai avuto la sensazione di leggere tre esperimenti arbitrariamente accostati. Al contrario: il diario evolve insieme all’uomo che lo scrive, fino al momento in cui l’uomo non è più colui che scrive. È probabilmente questa l’intuizione che mi rimane maggiormente dopo aver terminato la trilogia. Prima scriviamo per guarire. Poi scriviamo per cercare la bellezza. Infine costruiamo una macchina e le chiediamo di scrivere per noi. Ma proprio quella macchina potrebbe diventare la custode delle nostre storie quando tutto il resto sarà crollato.
Dopo Proust e Joyce, dopo il flusso della memoria e quello della coscienza, Deste sembra domandarsi se il prossimo territorio della narrativa possa essere il flusso di una coscienza condivisa fra uomo e macchina.
E allora Il diario come rimedio al disagio assume un significato persino più ampio di quello suggerito dai singoli romanzi. Non è soltanto una trilogia sul dolore, sulla crescita o sulla fine del mondo. È una riflessione sul motivo per cui continuiamo a raccontare storie. Forse perché, finché sentiremo il bisogno di raccontarci, non avremo ancora rinunciato completamente a essere umani.
A completare e ampliare l’esperienza della trilogia c’è infine Omaggio al poeta, una vera e propria colonna sonora che accompagna l’universo letterario di Max Deste. I brani non funzionano come semplice sottofondo, ma entrano in risonanza con le trame, i personaggi e i grandi temi dei tre romanzi, traducendo in suono ciò che la parola suggerisce: il dolore e la perdita, la vertigine e il desiderio, la ricerca della bellezza, il tempo, la memoria e la speranza. La musica diventa così un ulteriore livello narrativo, capace di prolungare oltre la pagina emozioni e atmosfere e di confermare quella vocazione al dialogo tra le arti che attraversa l’intero progetto di Il diario come rimedio al disagio.





