Philippe Maynial, Le ragazze dello Squadrone blu. Madaleine Pauliac e le Crocerossine che sfidarono Stalin (1945-1946), traduzione di Chiara Bianchi, collana “Faretra”, Edizioni Ares, Milano 2026, pp. 252, € 18,00, EAN: 9788892987456

La liberazione dei prigionieri al termine della Seconda guerra mondiale è stata in molti casi – anche gli italiani lo seppero molto bene – un processo lungo e accidentato. La situazione si presentava particolarmente angosciosa nei Paesi fatalmente attratti nella sfera d’influenza sovietica: la violenza indotta e pianificata dell’Armata Rossa non lasciava adito a molte speranze. Le stime, necessariamente imprecise, parlavano di un numero tra i 300 e i 600 mila prigionieri francesi bloccati nell’Europa orientale, specie in Polonia: militari presi prigionieri, membri della Resistenza catturati in Francia e poi deportati all’est, francesi, soprattutto delle regioni dell’Alsazia e della Lorena, che erano stati arruolati, più o meno convintamente, nell’esercito tedesco, ecc.
La missione militare di rimpatrio dei francesi
De Gaulle sa bene che il destino della Polonia è segnato e che il tempo stringe. Istituisce una missione militare di rimpatrio dei francesi e chiama a comandarla una donna: Madeleine Pauliac. Nata a Villenueve-sur-Lot (Dipartimento del Lot e della Garonna) nel 1913, figlia di Roger, caduto nella battaglia di Verdun; laureata in medicina e specializzata in tracheostomie pediatriche, lavora all’Hôpital des Enfants-Malades di Parigi. Aveva collaborato con la Resistenza e nel 1944, dopo la liberazione di Parigi si era arruolata come ufficiale medico, partecipando alla battaglia nelle montagne e foreste dei Vosgi, dimostrando grande capacità di soccorrere i feriti in un ambiente ostile. Sono titoli sufficienti per una così inusuale decisione di De Gaulle, a cui probabilmente si aggiunge il carattere di grande decisione e tenacia, la capacità di dialogo e forse anche il fatto che come donna avrebbe suscitato minori diffidenze.

All’inizio di aprile del 1945 – la guerra si avvia alla conclusione – Madeleine arriva a Mosca. In Ambasciata il generale Catroux le spiega i dettagli della missione a Varsavia e «che gli occupanti non avrebbero fatto nulla per aiutare dei francesi a rimpatriare altri francesi» (p. 39). Numerosi ostacoli, burocratici e di viaggio, le permettono di raggiungere Varsavia solo il 2 maggio. Vi trova un cumulo di macerie, una miseria estrema e la totale impunità e violenza delle truppe occupanti. L’ambasciata francese è stata appena riaperta in una modesta casa della periferia, ma trovarsi tra connazionali le è di grande conforto. Dall’altro lato della strada potrà insediare un piccolo ospedale francese.
Alcune navi partono con regolarità da Odessa per riportare in Francia i concittadini. Prima però devono trascorrere un periodo “di transizione” in un campo russo, dove nulla è scontato. Il problema, piuttosto, è rappresentato dai feriti o malati che non si possono muovere, o da coloro che gli invasori non intendono liberare. «La possibilità di trovare i cittadini francesi dispersi in mezzo a quei disordini dipendeva dai passaparola, da informazioni arrivate tramite persone che migravano in un flusso perenne. Doveva recarsi sul posto, per vedere cosa stava accadendo nelle città e nei centri appena liberati, tastare il polso della situazione, continuare a cercare, ancora e ancora» (p. 106).
Lo “Squadrone blu”
In aiuto alla missione francese era stata destinata una unità composta – fatto senza precedenti – esclusivamente da personale femminile: undici tra infermiere e autiste del corpo militare della Croce Rossa Francese a bordo di cinque grosse ambulanze Austin. L’unità prese a chiamarsi lo “Squadrone blu”, dal colore delle uniformi che erano state loro donate dagli statunitensi. Il loro viaggio verso Varsavia, a differenza della Pauliac che vi era arrivata da Mosca, avviene da occidente, seguendo la Settima Armata USA che marcia su Berlino. Ogni volta che trovano francesi, una o più delle ambulanze torna a riportarli dietro le linee. Avanzano in terre devastate da una violenza inumana e rimangono impietrite dal Konzentrationslager di Dachau, al pari dei soldati americano che lo hanno appena liberato. Da aprile a luglio, lavorando senza riposo, costruiscono un’amicizi

a e una stima reciproca davvero granitiche. Il 26 luglio attraversano il confine della Polonia. Due giorni dopo sono a Varsavia per mettersi agli ordini della dottoressa Pauliac, che d’istinto riconoscono come una di loro, anzi come il loro capo. Una testimonierà: «L’Ospedale è frutto del lavoro di Pauliac. Abbiamo stretto un’amicizia che ci dà calore»; e ancora: «Moriremmo per Pauliac. È la nostra forza trainante, piena di affetto» (p. 142).
In Polonia il ritmo non è meno incalzante, soprattutto perché hanno la chiara percezione che ben presto quel mondo sarà loro precluso. La “cortina di ferro” sta per calare definitivamente su quella parte di mondo. Nei quattro mesi che hanno avuto a disposizione (la missione sarà ufficialmente smobilitata l’11 novembre 1945), lo Squadrone blu percorre 40.000 chilometri in più di 200 missioni. Alcune vanno a vuoto, altre hanno successo, alcune sono davvero avventurose. Gli otto francesi che trovano all’ospedale di Białystok, devono letteralmente rapirli con l’inganno, per tornare a Varsavia di gran carriera; senza passare dalla propria sede, li portano direttamente al campo di aviazione dove, due volte alla settimana, un aereo Dakota atterra da Parigi per i rimpatri (pp. 154-159). O quando, in una delle delicatissime missioni che le portano in territorio sovietico, al campo di Tambov, dopo una gelida accoglienza, Madeleine con un colpo di geni

o riesce a conquistarsi la fiducia del comandante del campo (pp. 173-175). Al termine di quei quattro mesi, in perenne corsa contro il tempo, riusciranno a rimpatriare oltre mille connazionali feriti.
Al rientro in Francia, ognuna delle dodici ragazze segue la propria strada. Rimarranno però in contatto e amiche per la vita. In appendice al volume (pp. 245-247), l’autore traccia per ognuna un sommario quadro biografico. Alcune si reinseriscono nella vita normale, altre – fatte per l’azione – ripartono per altre missioni: Miche e Violette saranno infermiere scolastiche in Marocco, Cécile parteciperà a una campagna di vaccinazione in Tunisia e in Senegal e poi guiderà ambulanze nella guerra in Indocina…
Una missione privata e segreta
Da parte sua, Madeleine Pauliac non ha dubbi: tornerà oltrecortina, a Varsavia, a qualunque costo. Nei mesi di dicembre e gennaio partecipa alla normale vita della sua famiglia, straniante in sé dopo quello che ha vissuto. L’opposizione della madre e della sorella si fa sempre più insistente fino a che, nel corso dell’intera notte di Natale, sente il dovere di confidarsi con la sorella Anne-Marie. Ancora nell’estate l’avevano avvicinata due suore polacche. Le avevano chiesto di andare, lei sola e in segreto, a trovarle nel loro convento, nella foresta a circa 30 chilometri da Varsavia. Non le dissero il perché, ma era evidente che si trattava di una disperata richiesta di aiuto.
Quello sperduto convento era stato violato dai nazisti prima e dai sovietici poi. Parecchie suore erano morte, tutte erano state violentate decine di volte, diverse erano incinte. Diventava chiara la richiesta di segretezza: oltre alla gogna mediatica cui sarebbero state sottoposte, la loro stessa situazione sarebbe diventata un implicito atto d’accusa all’Armata Rossa di essere composta da violentatori (cosa del resto risaputa a ragione da tutte le donne polacche); per Mosca sarebbe stata l’occasione perfetta per sopprimere il convento. Madeleine, che era una pediatra, le ascoltò, le incoraggiò, se ne prese cura, spiegò loro i rudimenti della maternità. Iniziò in gran segreto a visitarle ogni notte, dopo giornate estenuanti. Ma come si sarebbero potuti giustificare così tanti bambini in un convento? Anche se la sua missione erano i francesi, in quei mesi assisteva tanti polacchi e si prendeva cura di torme di bambini, resi orfani dalla cieca violenza della guerra. Ecco l’idea: il convento avrebbe potuto aprire un orfanatrofio. Lei ne avrebbe portati un certo numero, cui si sarebbero aggiunti i figli delle suore. Clandestinamente riuscirà anche a imbarcarne ventiquattro, clandestinamente, sull’aereo che giungeva ogni settimana: saranno affidati dalla Croce Rossa a famiglie francesi. Tanto che, nell’ottobre 1945, la Croce Rossa Polacca le conferisce la Croce d’Oro con una motivazione davvero sorprendente per chi non sa: «per il suo instancabile lavoro nel salvare e assistere i bambini polacchi».
Ora, conclusa la missione ufficiale, vuole dare compimento anche a questa sua privatissima e segreta missione. Anne-Marie capisce e con il cuore in tumulto non si oppone più alla sua ripartenza, fissata per il 28 gennaio. Due settimane dopo, il 13 febbraio 1946, in Francia giunge un telegramma che annuncia la sua morte. Sulla strada da Łowicz e Soshaczew l’auto su cui erano Madeleine e il colonnello Sazy si era schiantata contro un albero. La ricostruzione ufficiale fu fatta sulla testimonianza di una pattuglia sovietica “che per prima era giunta sul posto”. Molti fin da subito pensarono a un’operazione dell’NKVD (il “Commissariato del popolo per gli affari interni”, da cui pochi anni dopo sarebbe nato il KGB), che controllava ogni suo movimento già dall’arrivo a Mosca dell’anno precedente. «Il suo andirivieni attraverso la Polonia; le 200 missioni di salvataggio che intraprese nei mesi seguenti; la sua posizione di testimone degli omicidi, dei saccheggi e degli stupri commessi dalle truppe dell’Armata Rossa e la possibilità che lei avrebbe riferito al proprio governo e verosimilmente al mondo ciò che aveva visto, tutto questo avrebbe fatto di Madeleine una sorvegliata speciale dei servizi segreti russi e forse una persona da mettere a tacere, per sempre» (p. 218).
Sono necessari sei mesi per rimpatriare la salma, che giunge nel suo paese natale il 27 luglio 1946. Tutta la cittadina si mobilita per il funerale, cui prendono parte, con le loro divise, tutte le componenti dello Squadrone blu. L’anno dopo, il Governo le assegnerà la Legione d’onore, la più alta onorificenza dello Stato Francese.
Svelamento e riscoperta

Degli anni a seguire Philippe Maynial, figlio di Anne-Marie, ricorda: «da bambino, mi ritrovavo ad ascoltare gli adulti mentre parlavano di lei, come se la sua presenza fosse ovvia, palpabile, assoluta. Eppure, era un fantasma. Non sapevo nulla di Madeleine Pauliac, se non che era mia zia, e che era un’eroina. Bastava che il suo nome venisse nominato, e un’atmosfera di rispetto si imponeva» (p. 15). Anni dopo, nel 2006, poco prima di morire, sua madre gli consegna una busta contenente fotografie, lettere, un diario e alcuni rapporti scritti dalla stessa Madeleine. «Mi disse: “Questo è tutto ciò che rimane”» (p. 20). Maynial – per anni è stato responsabile dei diritti esteri per la casa di produzione “Gaumont”, ideatore del Premio “Sopadin” per la sceneggiatura e attualmente direttore generale di “Babylone Productions” – per dieci anni diventa anche un ricercatore storico. Riesce a rintracciare tutte le famiglie delle ragazze dello Squadrone e a intervistare a lungo Simone Saint-Olive, l’unica ancora in vita.
Non stupisce che, come uomo di cinema e come innamorato della figura della zia, sia stato il co-autore del film “Agnus Dei” (2016) e, più tardi, del documentario “Les Filles de l’Escadron Bleu” (2019). Nel 2017 pubblica Madeleine Pauliac. L’Insoumise, che viene rivisto e aggiornato per l’edizione statunitense (2025). È questa più ampia edizione, molto ben scritta, che Chiara Bianchi ha magistralmente tradotto e curato, offren

do al pubblico italiano questa storia straordinaria: Le ragazze dello Squadrone blu. Madaleine Pauliac e le Crocerossine che sfidarono Stalin (1945-1946), pubblicata dalle Edizioni Ares di Milano nel mese di maggio, a ottant’anni dalla morte della protagonista.
È un bene che questa figura, ormai quasi dimenticata nella propria patria e totalmente sconosciuta in Italia, venga riscoperta. Sorprende che l’interesse per la catastrofe della Seconda guerra mondiale non accenni a diminuire. Dove la violenza è tanto devastante, la generosità del bene è chiamata ad essere altrettanto assoluta. È questo, credo, che cerchiamo, perché la vita continui ad avere un senso, ad essere umana. E tanto più lo è quando non cerca meriti e riconoscimenti. Fu proprio uno degli aspetti testimoniati dalle colleghe e dall’a

bate Paul Bielliard, loro compagno d’avventure, che il giorno del suo funerale dichiarò: «Ho già molto da perdonarmi nei confronti di colei che oggi piangiamo, che sarebbe stata la prima a stupirsi del fatto che qualcuno avrebbe mai parlato di lei e che, con quel suo fare brusco un po’ sdegnoso, mi avrebbe espresso il proprio stupore con tutta la franchezza che le era propria ogni volta che qualcuno si prendeva la libertà di lodare il suo lavoro» (p. 241).
(La fotografia di copertina dell’articolo e le foto nn° 2, 3 e 4 appartengono alla collezione personale dell’Autore e agli archivi di famiglia dello Squadrone blu. Tutti i diritti sono riservati)




