Arturo ha dieci anni ed è un bambino speciale, a cominciare dal suo nome: Arcturus, come l’astro più brillante del firmamento; L’isola di Arturo, il romanzo che sua madre leggeva da ragazza in riva al mare; Arthur Rimbaud, il poeta prediletto da suo padre.
È un bambino speciale che deve affrontare ogni giorno un mondo incapace di comprenderlo, ostinato ad affibbiargli l’etichetta del “diverso”.
È più facile vedere la diversità come un marchio simile al logo di una maglietta firmata, piuttosto che sforzarsi di entrare nell’universo di un bambino che brilla come una stella, ma a cui si vuole spegnere l’interruttore.
L’universo di Arturo è popolato da lettere che ballano e che lui non riesce a fermare, proprio come i suoi pensieri, che corrono veloci soffermandosi sulla sua vita di figlio, alunno, amico e nipote.
Questi pensieri a volte prendono forma nelle opere d’arte che i suoi genitori gli fanno conoscere, permettendogli di sviluppare in maniera poetica quel pensiero creativo che i bambini come lui hanno in dote.
Durante le attività di lettura in classe, a lui sembra di vivere un incubo. Sa che leggendo sbaglierà certamente e che i compagni si metteranno a ridere; eppure vuole a tutti i costi provarci, per scrollarsi di dosso quella diversità che la sua insegnante, nel tentativo di evitargli umiliazioni, involontariamente accentua facendo finta di essersi dimenticata di lui. Arturo si fa coraggio e legge, ma le risate scoppiano comunque, costringendo la maestra a rimproverare la classe.
Quelle risate di scherno Arturo se le porta dietro in ogni momento della sua vita e in tutte le attività che fa, persino nei giochi.
Il sorriso e le risate dei bambini, che sono tra le opere d’arte più emozionanti che ci siano, diventano delle spine che si conficcano nel suo cuore e lo tormentano.
Arturo si rifugia quindi nella sua fantasia, senza mai allontanarsi completamente dalla realtà, perché a volte ciò che succede intorno a lui, anche a causa del suo modo di essere, lo spinge a riflettere non solo su sé stesso, ma anche e soprattutto sulla fragilità degli adulti.
Il suo universo è vario: buchi, nuvole, le storie della nonna che la sera gli telefona per farlo addormentare, i giochi e le escursioni con la mamma. E poi il collezionismo di oggetti che sembrano inutili alle persone che lo circondano, ma che lui, grazie alla spinta della madre, ripone in valigie che da immaginarie diventano reali.
Arturo dà sfogo alla sua fantasia e, grazie a una mamma “scalatrice” con addosso un paio di scarpe da trekking e tanto amore, e a un’insegnante empatica, fortemente inclusiva, riesce a tappare i buchi, a modellare le nuvole e a raggiungere le cime delle montagne.
Lassù finalmente può riaccendere l’interruttore che per tanto tempo ha tenuto spenta la stella che porta il suo nome.
Un libro dolcissimo e pieno di poesia, in cui l’autore rivela una straordinaria sensibilità nell’affrontare un mondo speciale di cui fanno parte tanti bambini, ma che nonostante ciò è ancora poco conosciuto.
Un romanzo scritto con la grazia di un poeta, in cui l’arte è presente non solo nelle splendide illustrazioni di Giulia Tomai, ma anche nelle citazioni di artisti come Boccioni o Catalano e in cui la poesia abita in ogni parola di Arturo, in ogni suo pensiero e in ogni sua azione.
Gianluca Caporaso si conferma uno scrittore capace di puntare dritto al cuore del lettore, guidandolo con mano leggera verso il magico mondo dell’infanzia.




