Le novelle di questa raccolta, alcune delle quali già apparse in riviste dell’epoca, vennero pubblicate in volume unico a Torino nel 1908 dalla Società Tipografico-Editrice Nazionale. Le prime apparizioni di talune di queste novelle, se da una parte ebbero sempre una sentita e calda accoglienza da parte del pubblico soprattutto femminile che trovava in esse finalmente il punto di vista delle donne nell’affrontare i problemi di relazione, non raccolsero di converso nella critica, in particolare quella maschile, un gran favore. Lo stesso Croce riteneva gli scritti di lei arditi e poco adatti al grande pubblico. In generale le creazioni di Romano Pellicano erano mal giudicate dai ‘benpensanti’, quando non si arrivò a dire che queste novelle facevano “assai poco onore alla Calabria”. E tuttavia ci fu anche chi attribuì al libro il limite di non essere troppo ‘calabrese’. Val la pena di ricordare che fu proprio il marito dell’autrice che per primo credette fermamente nel valore degli scritti della moglie e si adoperò per cercare l’editore che avrebbe pubblicato le sue opere. Francesco Maria Pellicano morì nel dicembre dell’anno successivo alla pubblicazione di queste novelle.
Teniamo conto che Romano Pellicano scriveva assolutamente con cognizione di causa dell’ambiente calabrese: lei e la sua famiglia risiedevano per lunghi periodi a Gioiosa Ionica, luogo di origine del casato del marito di Clelia, e quando la coppia si trasferì in Calabria, nel 1896, fu proprio per una precisa scelta di lei. E, come scritto nella biografia estesa dell’autrice, qui in Liber Liber, la sua presenza in quei luoghi le permise un’osservazione diretta della popolazione locale, in particolare della sua parte femminile. Ed è decisamente con ‘compassione’ che Romano Pellicano descrive, attraverso una serie di quadri di vita, la difficile condizione femminile in quella parte d’Italia che allora poteva essere considerata decisamente arretrata e che ancora risentiva i danni dell’emigrazione nelle Americhe.
Lo sguardo con il quale Pellicano vede, l’animo con il quale analizza e la voce con la quale scrive a proposito di ciò che la circonda sono sicuramente obiettivi ma anche venati da grande affetto e comprensione delle difficoltà in cui le donne che le capita di incontrare si dibattono quasi quotidianamente. Scrive di un paese che le è caro, di persone che vivono la loro realtà di vita, a volte durissima, spesso con grande dignità, soprattutto le donne. Le novelle sono ambientate in un passato indistinto, ma non troppo lontano. Le dediche, che introducono ogni racconto, sono un omaggio a scrittrici e scrittori stimati dall’autrice, ma certamente anche un modo per mostrare quanto fosse inserita in un ambiente culturale estremamente colto.
Apre il volume Schiave, storia di un ‘normale’ tradimento, da parte di un marito, che va avanti con qualche seria complicazione. Ci piace ricordare che è la novella da cui è stato tratto il breve film omonimo, realizzato nel 2004 dal Liceo scientifico di Gioiosa Ionica, attentamente e magistralmente curato da Marilisa Morrone e visionabile in YouTube. Durante la festa patronale di San Rocco suonava, per tradizione la banda comunale, “quattro ottoni assassini che avrebbero lacerate le orecchie anche ai sordi”, ma scrive in Nota l’autrice:
«Conviene dire, in omaggio alla verità e per l’amor proprio d’un caro paese, che da allora la banda comunale di Giojosa Jonica ha fatto grandi progressi e adesso è fra le migliori della Provincia.»
La novella è dedicata allo scrittore e politico calabrese Giuseppe Mantica (1865 – 1907), scomparso l’anno precedente alla pubblicazione di queste novelle.
La novella seguente, L’infanticida, è da considerarsi il seguito della precedente. Se prima si racconta dei tradimenti che ‘normalmente’ la moglie è costretta a subire, qui il tema è l’aborto. Se il precedente era un tema affrontabile, anche se comunque poco opportuno farlo, come invece fa Romano Pellicano, dal punto di vista della moglie, il tema dell’aborto è un vero e proprio tabù. La novella è dedicata a Grazia Deledda (1871 – 1936), che Romano Pellicano ebbe modo di incontrare a Roma.
Ancora, nella novella La dote, si ricorda la condizione della donna all’interno della famiglia patriarcale. Qui la famiglia è composta da una madre vedova, un figlio e due figlie, costrette a rinunciare alla loro dote, che permetterebbe loro di uscire di casa, a favore del maschio. Dice la madre:
«”Ricordati che il capo di casa è lui, che ti fa le veci di padre; ricordati che la Madonna, quantunque madre di Dio, in tutte le cose di questo mondo si rimetteva al senno di Giuseppe, sapendo che a lui solo erano concessi i lumi necessarii a guidarla…”»
Questa novella è dedicata all’archeologa contessa Ersilia Caetani Lovatelli (1840 – 1925) che fu la prima donna ad essere cooptata (nel 1879) nell’Accademia dei Lincei.
La novella Colpo di stato, vincitrice di un premio in cui nella giuria era Croce – comunque abbastanza critico, come già scritto, verso gli scritti di Pellicano – pone molto crudamente il problema di quale sia la famiglia vera tra coloro che si curano e assistono una persona e coloro che ne sono parenti di sangue. La novella è dedicata a Antonio Fogazzaro (1842 – 1911).
La farsa di Rosetta, dedicata all’on. Maggiorino Ferraris (1856 – 1929) che oltre ad essere stato un uomo politico, per circa trent’anni diresse l’importante rivista «Nuova Antologia», racconta una farsa popolare tenuta in paese nell’ultimo giorno di Carnevale. Le farse erano brevi rappresentazioni, con varie Scene e un Ballo finale, nelle quali scalcinate compagnie di attori mettevano in scena storie di tradimenti e di ammazzamenti. Erano amate dal popolo che parteggiava anche molto accanitamente per l’uno o l’altro dei personaggi, ma questa volta non tutto va per il verso giusto.
Nella bellissima e struggente Marinarella vediamo, a mio avviso, immagini vivissime di gusto impressionista. La ragazzina Caterina è chiamata da tuttə Marinarella perché la sua vera dimensione è quella del mare, delle onde, dei vasti orizzonti al di là delle coste, della vita del padre vedovo che fa il pescatore. Il termine marinarella lo troviamo in un testo di Monnier – I racconti popolari in Italia, qui in Liber Liber – dove si legge che le marinarelle sono a Napoli le ragazzine del popolo piene di brio che passano la vita al porto, figlie di marinai, con il mare nel cuore, che si godono i racconti dei cantastorie. Nel 1907 il prolifico compositore ceco Julius Fučík (1872 – 1916) scrisse una ouverture concertante dal titolo Marinarella (proprio così, in italiano), che incarna perfettamente il brio e la gioia di vivere di una marinarella.
La novella è dedicata alla nobile filantropa Bice Tittoni (1861 – 1946), figlia del politico Giovanni Antona Traversi, sorella dello scrittore Camillo Antona Traversi e moglie di Tommaso Tittoni, per anni Ministro degli esteri; una di quelle donne che nella galassia del web sembrano costruite solo attraverso gli uomini che ebbero al loro fianco. Ma così non doveva essere nella realtà se viene citata dall’autrice.
Segue la novella Medioevo moderno, dedicata a Luigi Capuana (1839 – 1915), scrittore meridionale molto attento alla psicologia dei suoi personaggi femminili. Nella novella Romano Pellicano racconta una festa di nozze che termina… C’entrano Lucie, Renzi e Don Rodrighi.
La novella “Una effimera”, è un racconto lungo ambientato per le vie di Roma, con la forma di un’amichevole chiacchierata tra due giovani medici. È quasi sul piano scientifico che essi analizzano l’amore. Uno dei due sembra decisamente refrattario a questa ‘malattia’, questa “effimera” (un tempo era definita così una febbre di breve durata, di origine completamente oscura, di tipo infettivo e con decorso generalmente benigno) come alla fine vorrebbero definirla, inoculata da un microbo, l’eros-microbe. Il medico refrattario racconta la sua esperienza giovanile da medico condotto – e qui torniamo in Calabria – ma la malattia d’amore è superata, sembra, dalla passione per il suo lavoro:
«Sì, lo confesso: amo la mia arte come tu le amanti: con geloso fervore! È forse questa passione, perchè è una passione, ad immunizzarmi, come diresti tu, da tutte le altre: quella per la donna compresa? Molti mi giudicano un ambizioso: può darsi. Per Essa soltanto però vorrei salire in fama e distinguermi, non per altra via! ad Essa dedicare le gagliarde energie della mia giovinezza e le forze coscienti dell’età matura: pur senza arrivare – soggiunse sorridendo – all’innaturale aspirazione di quello scienziato francese: faire remonter le sexe dans son cerveau…»
Nel 1910, nella prefazione alla seconda edizione del saggio di Carlo Gallini La donna e la legge, Romano Pellicano scriveva e ribadiva:
«Sulla donna è stata compiuta la più mostruosa violazione che tirannide collettiva abbia mai consumato nel campo del pensiero, quella di “sessualizzarne” anche il cervello, negandogli il vital nutrimento e i liberi orizzonti necessari al suo normale sviluppo, che in lei si sono andati soffocando gusti, aspirazioni, tendenze e di un intero sesso si è fatta una specie di casta sacerdotale anchilosata nei sempiterni gesti del domestico rito […]»
La novella è dedicata a “Sfinge”, al secolo Eugenia Codronchi Argeli (1865 – 1934), scrittrice che scrisse di donne indipendenti e moderne. Grazia Deledda, in un biglietto, dava appuntamento a Sfinge e alla sua compagna, la scrittrice Bianca Belinzaghi, con la quale conviveva, per incontrarsi a casa della Marchesa Pellicano, considerata una figura di spicco di quegli anni come attivista e scrittrice.
La novella che chiude la raccolta, Potere giudiziario e potere amministrativo, è concepita anche questa come una pièce teatrale, una farsa, in cinque atti e vari intermezzi. Qui si affrontano i due poteri rappresentati nel paese dal Pretore Aspasia “giunto di fresco con poca dottrina e molta albagia”, “un ometto sulla cinquantina, calvo, tarchiato”, e il barone Gullì, “giovane, slanciato, militarmente disinvolto“, recentemente eletto Sindaco dall’elemento giovane del paese che spera in un raggio di modernità nella gestione della cosa pubblica.
La contesa è di lettura godibilissima, ricca di spunti ironici, presenti peraltro in tutta la produzione letteraria di Pellicano:
“I paroloni s’incrociano. Si vocifera, si gesticola, s’urla: par di stare in una scuola dalla quale si sia per poco assentato il maestro, o al Parlamento nazionale, in tempi d’ostruzionismo.”
È un mondo, quello della politica, esclusivamente maschile, quello che anima questa novella, ma Romano Pellicano ne svela tutta la piccineria e denuncia la realtà di una politica che molto spesso non è fatta di grandi sentimenti per i grandi temi, di senso di essere al servizio della comunità, ma di piccole invidie e di misere rivalità. La dedica al marito, che, ricordiamo, aveva ricoperto varie cariche pubbliche, sembra essere un monito ad evitare le storture della politica, ad evitare di rendere la politica uno strumento di discordia, di violenza.
Indubbiamente in queste novelle è molto presente la lezione del verismo: la base per la sua narrazione è la vita quotidiana nel mezzogiorno e la scrittura, molto espressiva e viva, si avvale spesso di termini dialettali, che la rendono anche più musicale. Si ricorda che la scrittrice decise di imparare il dialetto locale per poter meglio comunicare con le e i ‘gejusanə’ (lei era nata a Napoli). Un altro elemento molto vivo in alcune novelle, quello che sembra muovere l’autrice, è un moto di pudore e di commozione verso le sofferenze, le ingiustizie che le ‘sue’ donne sono costrette a subire. Ne deriva una narrazione che non è mai un semplice reportage sociale.
Sinossi a cura di Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi
NOTA: In caso di riproduzione di tutto o parte di questo testo, si prega cortesemente di citarne l’autrice e Liber Liber.
Dall’incipit del libro:
Pan! punfete!! patatonf!!! Due colpi secchi, un tonfo, un grido: «Santa Vergine Madre, m’ammazza!» e tutto ricadde in un silenzio pauroso.
Ai colpi, al tonfo, al grido, vi fu come un rimescolío nelle casupole accanto. Le comari si destavano, rizzandosi spaurite nei letti alti come torri, e tendevan l’orecchio. Qualcuna si chinava sul marito che le russava a lato, chiamando: «Cicciarèjo! Ohi, Cicciarè! Nicoluzzo pista l’Ajiva!»
Ma il contadino si rivoltava con un grugnito, dopo aver tirato un calcio alla coltre, e la moglie finiva col riaddormentarsi anch’essa dopo aver rivolto all’icona di San Rocco protettore un: Santu Roccu mio, dunance suspiro!
I vicini erano avvezzi a quei risvegli notturni.
Nicoluzzo il vetturale passava per il marito più malo che possa toccare a una figlia di mamma, e l’Ajiva per la moglie più pecora che possa toccare a un marito malo.
La cagione dell’ultimo alterco risaliva al pomeriggio quando, tornando dal torrente dove era stata a lavar panni, l’Ajiva aveva trovato l’uscio chiuso, le finestre sbarrate, e aveva sentito un bisbiglio soffocato, un fremito di baci muti, venir dalla casa sorda e cieca.
Aveva chiamato, bussato, inutilmente; e poichè l’Ajiva era gelosa, e ne aveva ben donde, a quell’ostinato silenzio una vampa le salì al capo, un sospetto le traversò lo spirito. Con le forze raddoppiate dall’ira, si diede a scrollar l’uscio, a chiamare con quanto fiato aveva in corpo, senza altro risultato che quello d’attirar gente nella rruga solitaria.
Scarica gratis: Novelle calabresi di Clelia Pellicano.



