Essere in sesta fila per vedere Stevie Wonder dal vivo è un privilegio. Alla Unity Arena di Oslo, il 20 ottobre, mi aspettano quasi tre ore di musica per celebrare i cinquant’anni di Songs in the Key of Life, l’album pubblicato nel 1976 che resta uno dei capolavori della storia del soul. Non una semplice successione di successi, ma un’opera capace di attraversare amore, spiritualità, ricordi personali e questioni sociali, mantenendo intatta la propria attualità.
La scaletta non segue rigidamente l’ordine del disco: alterna brani intimi a esplosioni di ritmo, momenti di virtuosismo a canzoni entrate nella memoria collettiva. È questo intreccio, insieme alla possibilità di ascoltare da vicino un artista che ha segnato la storia della musica, a dare alla serata il suo significato.
Una band di altissimo livello
Il palco è relativamente essenziale: uno schermo centrale, due laterali, luci prevalentemente calde e qualche effetto laser. Nessuna scenografia particolarmente elaborata: l’attenzione è tutta per la musica.
Stevie Wonder si muove tra il pianoforte a coda, orientato verso le gradinate alla sua sinistra, e le tastiera rivolte al pubblico. Sul lato sinistro c’è anche un piccolo pianoforte verticale, che viene poi rimosso.
A sostenerlo è una formazione numerosa e di grande qualità. Alle chitarre ci sono Yohei Nakamura ed Errol Cooney, al basso Nathan Watts, alla batteria Stanley Randolph e alle percussioni Aaron Draper e Senfaub Stoney. Greg Phillinganes è alle tastiere, Brandee Younger all’arpa. Si aggiungono cinque fiati — due trombe, un trombone e due sassofoni — e una sezione d’archi diretta da Henry Panion III.
Completano il gruppo sei coristi, quattro donne e due uomini. Tra loro c’è Aisha Morris, figlia di Stevie, che in alcuni momenti accompagna il padre anche mentre si sposta sul palco.
La band è uno dei punti di forza dello spettacolo. Basso, batteria e percussioni costruiscono una base solida, mentre fiati, archi e tastiere arricchiscono gli arrangiamenti. I musicisti non si limitano a riprodurre fedelmente i dischi: dialogano, si rispondono e valorizzano le diverse anime del repertorio, dal soul più raccolto al funk più trascinante.
Dalla sesta fila, tuttavia, il volume è a tratti eccessivo, quasi sparato. È un peccato, perché la ricchezza degli arrangiamenti meriterebbe un equilibrio sonoro migliore.
Anche la voce di Stevie Wonder presenta qualche incertezza nell’intonazione. Il repertorio è tecnicamente impegnativo, con salti melodici, cambi di tonalità, variazioni ritmiche e armonie articolate: non basta conoscere le canzoni, bisogna governare una scrittura musicale complessa. Questo non cancella le imperfezioni, ma aiuta a comprenderne la difficoltà. Quando però la voce ritrova la sua naturalezza, resta immediatamente riconoscibile.
If It’s Magic: quando basta una voce
Tra i momenti più belli della serata c’è If It’s Magic. La grande band lascia spazio a una dimensione quasi cameristica: sul palco restano la voce di Stevie Wonder e l’arpa di Brandee Younger. Il contrasto con la potenza sonora degli altri brani è notevole. L’arpa non si limita ad accompagnare, ma dialoga con la voce, ne segue le sfumature e costruisce un’atmosfera sospesa. Non servono effetti spettacolari né un arrangiamento elaborato: bastano due strumenti, ciascuno con il proprio spazio. È uno di quei momenti in cui l’arena sembra restringersi e la distanza tra il palco e il pubblico si riduce. La delicatezza dell’esecuzione mette in luce una qualità fondamentale di Wonder: la capacità di emozionare senza alzare la voce, lasciando che siano la melodia e il silenzio intorno alle note a fare il resto.
I Just Called to Say I Love You: un ritorno all’infanzia
Un’altra emozione arriva con I Just Called to Say I Love You. Non me l’aspettavo in questa serata e ascoltarla dal vivo a Oslo mi riporta immediatamente all’infanzia.
È una canzone dalla struttura semplice, quasi disarmante, ma proprio questa immediatezza le permette di attraversare il tempo. Per chi l’ha ascoltata tanti anni prima, non è soltanto un successo da riconoscere alle prime note: è una porta che si riapre su ricordi personali, immagini e sensazioni che sembravano lontani.
Per me è uno dei passaggi più significativi del concerto. Non tanto per la complessità dell’esecuzione, quanto per ciò che riesce a risvegliare. In una serata dedicata a un album così ricco, questa canzone ricorda quanto la musica accompagni le nostre vite, spesso senza che ce ne rendiamo conto.
Il gioco musicale di Easy Goin’ Evening
Con Easy Goin’ Evening (My Mama’s Call) il tono cambia. Stevie Wonder suona l’armonica, mentre Greg Phillinganes interviene alla clavietta, una tastiera dal timbro caratteristico. Ne nasce un dialogo giocoso, fatto di frasi musicali che si rincorrono e si rispondono. È una parentesi di leggerezza che permette di apprezzare il talento strumentale di Wonder e la complicità con i musicisti. Il divertimento passa attraverso le note, le variazioni e la naturalezza con cui i due si scambiano gli interventi.
Poi Stevie si sposta sul palco e Aisha lo accompagna. La presenza della figlia aggiunge una dimensione familiare alla scena, senza trasformarla in una parentesi sentimentale costruita. È un dettaglio che rende il concerto più umano, mostrando il rapporto tra l’artista, la sua musica e le persone che lo circondano.
Black Man: il groove e il messaggio
Con Black Man l’energia sale nettamente. Le percussioni spingono, la batteria sostiene il ritmo, i fiati danno corpo al suono e i cori ne rafforzano l’impatto. La band procede compatta, trasformando il brano in uno dei momenti più trascinanti della serata.
Ma Black Man non è soltanto una prova di forza musicale. Il testo celebra il contributo delle persone nere alla storia e alla civiltà, richiamando il valore del riconoscimento e dell’uguaglianza. Il messaggio sociale non viene aggiunto alla musica come una spiegazione esterna: ne è parte integrante.
Il risultato è potente proprio perché contenuto e ritmo procedono insieme. Ci si lascia trascinare dal groove e, nello stesso tempo, si avverte la portata del messaggio. È una delle ragioni per cui Songs in the Key of Life resta molto più di un album di grandi canzoni: la dimensione personale e quella collettiva convivono senza perdere forza.
Il pubblico della Unity Arena
Anche il pubblico contribuisce all’esperienza. Ci sono soprattutto adulti, ma non mancano bambini e ragazzi. L’impressione è quella di un’arena internazionale, con persone di provenienze diverse, accomunate dalla musica di Stevie Wonder.
Nelle prime file noto una ragazza nera che parla con un addetto alla sicurezza e racconta di essere arrivata da Londra. È un episodio breve, ma dà concretezza all’idea di un concerto per cui qualcuno ha scelto di viaggiare pur di esserci.
Gli spettatori norvegesi partecipano con entusiasmo: cantano e si alzano in piedi durante i brani più conosciuti, poi, terminata la canzone, tornano tranquillamente ai propri posti. È una partecipazione calorosa ma composta, che alterna momenti di grande coinvolgimento a una sorprendente calma. Con Sir Duke e Isn’t She Lovely l’arena si alza in piedi. Sono brani capaci di coinvolgere immediatamente, anche chi non conosce ogni dettaglio della discografia di Wonder. Verso la fine, alcune persone si avvicinano alla zona sotto il palco, spinte dall’energia crescente dello spettacolo.
Anche l’organizzazione della Unity Arena funziona bene: i punti di distribuzione delle bevande sono numerosi, le file vengono gestite in modo efficiente e il servizio è rapido. Un dettaglio pratico, ma apprezzabile in una serata lunga e molto partecipata.
As e il legame con gli Incognito
Quando arriva As, il pensiero va inevitabilmente agli Incognito di Bluey Maunick, una band che amo da molto tempo. Il loro universo musicale, tra soul, jazz-funk e groove raffinato, ha un legame naturale con la musica di Stevie Wonder.
Mi vengono in mente anche alcune delle voci che hanno accompagnato la storia degli Incognito, da Tony Momrelle a Joy Rose e Natalie Duncan. È un’associazione personale, nata da anni di ascolti: non un semplice riferimento musicale, ma il richiamo a un mondo sonoro che sento particolarmente vicino.
As è una dichiarazione d’amore assoluta, costruita su un sentimento che resiste al tempo e ai cambiamenti. La melodia si sviluppa con naturalezza, mentre l’arrangiamento ne sostiene lo slancio senza appesantirlo. Ascoltarla dal vivo significa anche riconoscere quanto la scrittura di Wonder abbia influenzato generazioni di musicisti. Il suo modo di intrecciare melodia, armonia e ritmo continua a risuonare in molte esperienze musicali successive. Per me, il brano crea così un ponte tra il concerto di Oslo e una passione che dura da anni.
Another Star: la band al massimo
Se devo scegliere uno dei momenti più alti del concerto, indico Another Star. La band è al massimo dell’energia: i sei coristi, distribuiti ai due lati del palco, sostengono la voce, mentre fiati, archi e percussioni costruiscono un suono sempre più pieno.
Il ritmo trascina. Gli strumenti si rispondono, gli arrangiamenti si allargano e il brano cresce fino a diventare una celebrazione collettiva della musica. La complessità dell’esecuzione non crea distanza: al contrario, alimenta il coinvolgimento del pubblico.
Stevie presenta i musicisti, riconoscendo il contributo di ciascuno. È un gesto significativo, perché rende visibile ciò che per tutta la serata è stato evidente all’ascolto: dietro la figura leggendaria del protagonista c’è una squadra di professionisti che sostiene un repertorio impegnativo con precisione, esperienza e vitalità.
Another Star riunisce molte delle anime di Songs in the Key of Life: soul, funk, ricchezza melodica e dimensione corale. Ma soprattutto restituisce il piacere di una band che suona insieme, con un’intesa capace di trasformare un arrangiamento complesso in pura energia.
Superstition e il finale travolgente
Con Superstition si arriva all’apoteosi. Il riff è inconfondibile, il groove trascina l’arena e la band spinge al massimo. Bastano poche note perché il pubblico riconosca la canzone e si lasci coinvolgere.
Dopo quasi tre ore, il brano porta la serata verso una conclusione esplosiva. Il ritmo non concede tregua e l’energia accumulata durante il concerto trova il suo sfogo naturale. È un finale che non ha bisogno di molte spiegazioni: la musica fa tutto da sola.
C’è spazio anche per una scena più familiare e divertente, una sorta di trenino che coinvolge Stevie e i suoi familiari. Ci sono il figlio che aveva cantato all’inizio del concerto e una figlia giovanissima, con l’apparecchio ai denti. Il momento è spontaneo e alleggerisce il finale, mostrando un lato dell’artista lontano dall’immagine della leggenda irraggiungibile.
Dopo aver attraversato brani intimi, canzoni di impegno sociale e grandi esplosioni ritmiche, il concerto si chiude in un clima di festa. È una conclusione coerente con lo spirito dell’album: la musica come espressione personale, ma anche come esperienza da condividere.
La musica che resta
A cinquant’anni dalla sua pubblicazione, Songs in the Key of Life conserva tutta la sua ricchezza: gli affetti, i ricordi, le questioni sociali e la gioia della musica condivisa. Non è soltanto un capolavoro da celebrare, ma un’opera che continua a mettere in relazione esperienze e generazioni diverse.
Torno a casa con il ricordo di una serata intensa, di musicisti straordinari e di canzoni che fanno parte della mia storia personale. Il vero privilegio non è soltanto aver ascoltato dal vivo un artista leggendario, ma aver ritrovato, dopo cinquant’anni, una musica capace di emozionarmi ancora.






