Il romanzo di Theo Thijssen che i Paesi Bassi leggono e amano da un secolo, per la prima volta in italiano. La traduzione è di Stefano Secondo ed è gratuita: si può scaricare in EPUB e in PDF.

«Nella semplicità di tutto ciò che accade, un bel pezzo di arte letteraria.»
P. L. Van Eck Jr., Den Gulden Winckel, 1923

"Il giovane Kees", di Theo ThijssenIl libro

Kees de jongen, pubblicato nel 1923, è considerato una pietra miliare della letteratura olandese. È la storia di un ragazzino di Amsterdam che vive le piccole e grandi avventure della quotidianità: le amicizie, i litigi, i sogni a occhi aperti, le prime cotte, il rapporto con una madre severa ma amorevole. Thijssen riesce a restituire il mondo interiore dell’infanzia con una verità e una delicatezza che pochi autori sono stati in grado di eguagliare.

Theo Thijssen (1879-1943) fu maestro elementare ad Amsterdam per oltre vent’anni, prima di dedicarsi interamente alla scrittura e alla politica. Socialista convinto e difensore dell’istruzione pubblica, trasse dalla sua esperienza quotidiana con i bambini dei quartieri operai una comprensione profonda dell’infanzia: non idealizzata, ma vissuta e osservata con occhio attento e partecipe.

Il libro ebbe un successo che sorprese per primo il suo autore. Thijssen aveva in mente uno studio sull’animo dei ragazzi, e lo scrisse in una lettera del 1937: voleva dare «un pezzo di psicologia del ragazzo», non un ragazzino speciale ma «qualcosa di generale», e mostrare «il potere, il ruolo della fantasia». I lettori ci trovarono di più: un ragazzo in cui ognuno riconosceva se stesso. Ancora nel 1943, un mese prima di morire, Thijssen si diceva sorpreso che tante migliaia di persone si fossero affezionate a Kees. Da allora il libro è andato a teatro e al cinema, e nel 2023 ha compiuto cent’anni.

Nonostante la sua importanza nel canone letterario dei Paesi Bassi, dove il libro è tuttora letto e amato, Kees de jongen è rimasto pressoché sconosciuto al pubblico italiano. Questa traduzione nasce dal desiderio di colmare quella lacuna, portando ai lettori italiani un’opera che, per i suoi temi universali, parla ben oltre i confini olandesi.

«Solo i bambini sanno quello che cercano.»
Antoine De Saint-Exupéry

La traduzione

Nel tradurre ho cercato di preservare l’atmosfera dei vicoli di Amsterdam, il ritmo della prosa di Thijssen e la sua voce narrativa intima, quasi sussurrata. Ho mantenuto i nomi originali e le ambientazioni, convinto che il lettore italiano saprà apprezzare il sapore autentico di un mondo lontano nel tempo e nello spazio, ma vicinissimo nell’esperienza umana.

La sfida più grande è stata restituire l’uso magistrale che Thijssen fa del discorso indiretto libero. Il narratore non si limita a osservare Kees dall’esterno, ma si cala nella sua testa, fondendo la narrazione con il flusso dei suoi pensieri. Per rendere questa fusione in italiano ho preferito la mimesi psicologica e il ritmo del parlato alla rigidità della grammatica formale. L’imperfetto indicativo al posto del congiuntivo o del condizionale passato non è una disattenzione, ma una scelta precisa: serve a restituire quel senso di ineluttabilità e di dramma assoluto con cui i ragazzini vivono le imposizioni degli adulti. Le frasi spezzate, le ripetizioni martellanti e le esclamazioni stizzite riproducono il «film mentale» che Kees proietta in continuazione, per sfuggire alla realtà o per prepararsi ad affrontarla.

Un’attenzione altrettanto grande ha richiesto il registro linguistico dell’Amsterdam popolare dell’epoca. I dialoghi riflettono le differenze generazionali e di classe: l’austerità ruvida dei nonni, il pragmatismo esasperato della madre, il sarcasmo bonario del padre. I termini carichi di sfumature intraducibili alla lettera, come i riferimenti all’abbigliamento e agli oggetti quotidiani che nel romanzo definiscono identità e status sociale, hanno richiesto un paziente lavoro di cesello, perché il lettore italiano percepisca lo stesso disagio o la stessa fierezza che il lettore olandese coglie immediatamente.

L’obiettivo è stato raggiungere un’equivalenza emotiva prima ancora che letterale, e ogni scelta, dall’imperfetto al posto del congiuntivo fino all’ultima nota a piè di pagina, risponde a quello.

Le note

Dove il cesello non bastava, ho aggiunto una nota a piè di pagina. Le note sono tutte del traduttore, e ho cercato di tenerle poche e brevi, riservandole ai punti in cui l’italiano perde un sottinteso che il lettore olandese coglie da sé: una festa, un oggetto di casa, una moneta, un’usanza di scuola o di bottega.

Ogni informazione è stata verificata su fonti olandesi: il Woordenboek der Nederlandsche Taal per il senso che parole come juffrouw o stuurman avevano allora; i giornali d’epoca digitalizzati su Delpher, dove gli annunci di Het Nieuws van den Dag degli anni Novanta raccontano da soli il commercio del tè a provvigione da cui vive la famiglia di Kees; la biblioteca digitale DBNL per i testi coevi; le statistiche del comune di Amsterdam per l’illuminazione delle strade. Dove le fonti non confermavano una cifra o un dettaglio, ho preferito ometterlo piuttosto che inventarlo.

Il metodo

Di questa traduzione va detto con chiarezza come è nata. Ho usato un modello linguistico, e l’ho usato dal primo giorno: la prima stesura di ogni paragrafo è stata sua, con un’istruzione precisa sullo stile e un divieto ripetuto, quello di non aggiungere nulla che nell’originale non ci sia. Ma una prima stesura non è una traduzione. Il lavoro che l’ha resa tale ha occupato dieci mesi, ed è stato tutto di chi scrive.

La prima scelta, e la più importante, è stata quella della voce. Un romanzo ambientato nell’Amsterdam degli anni Novanta dell’Ottocento, con un ragazzo di famiglia operaia che dà del voi ai genitori, non può parlare l’italiano di oggi. Ho preso a modello la narrativa italiana di fine Ottocento, della stessa epoca della storia raccontata, e l’ho alleggerita di ciò che oggi suonerebbe polveroso, perché Thijssen non amava le parole costose e la sua prosa va letta senza sforzo. Il terzo capitolo, il primo a essere portato alla forma definitiva, è diventato il diapason: ogni capitolo successivo è stato accordato su quello.

Mantenere quella voce per trenta capitoli e più di quattromila paragrafi è stata la fatica vera. Le scelte sono diventate regole scritte, nate quasi tutte da correzioni fatte a mano: come si punteggia un dialogo, quando il narratore dice il padre e quando Kees dice papà, a chi si dà del voi e a chi del lei, quali costrutti olandesi affiorano sotto l’italiano e vanno tolti uno per uno. Un glossario fissa la resa delle parole che tornano, dalle monete agli oggetti di scuola, perché un termine che ricorre in trenta capitoli resti lo stesso dalla prima all’ultima pagina.

Ho lavorato paragrafo per paragrafo, con l’olandese a fronte, in un programma scritto apposta per questo libro. Nessun paragrafo è passato senza una lettura, e molti ne hanno avute tre o quattro: dopo la traduzione ogni capitolo è stato riletto per intero, prima con controlli automatici su tipografia, glossario e allocutivi, poi a orecchio, per il ritmo e il tono. Ogni modifica è annotata con la sua ragione, e sono più di millesettecento.

Le decisioni di lingua le ho confrontate, a lavoro quasi finito, con le risposte della consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca: il voi ai genitori, che è lo schema di Agnese e Lucia nei Promessi sposi, i pronomi di cortesia minuscoli, papà e non babbo per una famiglia di città. Il confronto non ha portato a cambiare nessuna di queste scelte; qualcuna ne è uscita rafforzata.

La prima stesura è della macchina. La voce del libro, la sua tenuta da un capo all’altro e ogni scelta che conta sono del traduttore.

Tipografia

Il PDF è impaginato come un libro di carta, con LuaLaTeX e KOMA-Script, e le scelte sono quelle della tradizione: formato di 14 per 21,5 centimetri, margini calcolati sulle metriche del carattere e non a mano, paragrafi senza spazio tra l’uno e l’altro e con il rientro di prima riga dal secondo in poi, mai sul primo di una sezione, nessuna riga vedova né orfana, e pagine che finiscono dove finisce il testo, senza dilatare gli spazi per arrivare in fondo: in un romanzo pieno di dialoghi brevi quegli spazi dilatati si noterebbero subito.

Il carattere è l’Adobe Garamond di Robert Slimbach, disegnato sui punzoni di Claude Garamond. Prima c’era un Bodoni, troppo moderno e troppo nervoso per un romanzo di ragazzi del 1923; il Garamond ha vinto per la sua trasparenza, perché è un carattere che non si nota, e con la prosa di Thijssen è la qualità che serve. Le cifre nel testo sono minuscole, all’antica, così che non saltino fuori dalla riga; le testatine sono in maiuscoletto, con i capitoli in numeri romani.

Ogni capitolo apre a pagina destra, con il titolo a un terzo dell’altezza e un piccolo fleuron sotto, e si chiude con un fregio. I dialoghi sono tra caporali, come nella narrativa classica italiana, e le parole citate tra virgolette alte. Le note stanno in fondo alla pagina, in corpo piccolo, mai spezzate su due pagine: chi non vuole leggerle può saltarle senza perdere niente. L’EPUB viene dallo stesso testo, con l’indice e i metadati a posto, e va bene per i lettori digitali e per il telefono.

Un libro libero non ha ragione di essere brutto.

Chi traduce

Sono Stefano Secondo, un programmatore e architetto informatico che ha vissuto ventidue anni ad Amsterdam. Non sono un traduttore di mestiere e questa è la mia prima traduzione. È nata da un’osservazione semplice: un classico della letteratura olandese, che lì conoscono tutti, in italiano non esisteva. Da solo non avrei mai osato, perché tradurre un romanzo intero è un’opera immane per chi non lo fa di professione. Ma i modelli linguistici di oggi hanno messo quell’impresa alla mia portata e ho pensato che valesse la pena di provare.

So che quando si parla di intelligenza artificiale e di testi, si pensa subito alla produzione frettolosa e senza cura che va sotto il nome di AI slop. Ho cercato di fare l’opposto. La macchina è stata uno strumento, formidabile se ben governato; il governo, con le sue scelte e la fatica che comporta, è rimasto a una persona. Il risultato avrà i suoi difetti e ne rispondo io. Ma oggi abbiamo una traduzione italiana di Kees de jongen e prima non l’avevamo.

Il resto spetta a Kees. Vi invito a seguirlo nelle sue giornate, a sorridere delle sue fantasie e a riconoscere, forse, un po’ di voi stessi nel giovane protagonista.

Licenza

Il giovane Kees di Theo Thijssen, traduzione italiana di Stefano Secondo © 2026, è rilasciato con licenza CC BY-NC-SA 4.0. L’originale olandese, Kees de jongen (1923), è in pubblico dominio.

Si può leggere, copiare, regalare, correggere. Non si può vendere.

Scarica “Il giovane Kees” di Theo Thijssen

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Ulteriori informazioni

Il libro ha un suo sito Internet dedicato: