La raccolta Racconti di Ferdinando Martini venne pubblicata nel 1888 da Treves. Sembra che in questa forma e con questo titolo il testo non sia mai stato più ripubblicato. Il libro contiene un breve racconto, L’oriolo, che apre la raccolta, due racconti lunghi, Peccato e penitenza e La Marchesa, e due quadretti di Gite autunnali: Sul torrente e Sul lago.
Ad eccezione de La Marchesa, gli altri racconti sono dedicati a intellettuali contemporanei all’autore: Caterina Pigorini-Beri (1845 – 1924) è stata una scrittrice, definita da Monnier in I racconti popolari in Italia (qui in Liber Liber) “donna di spirito e di erudizione” che si occupò, tra l’altro, di raccogliere le storie della tradizione marchigiana; il piemontese Vittorio Bersezio (1828 – 1900), scrittore, giornalista e deputato; Giulio Piccini (Jarro) (1849 – 1915), eminente scrittore, giornalista e critico teatrale italiano, figura di spicco della cultura fiorentina di fine Ottocento.
Nel primo racconto, L’oriolo, il primo problema che si pone è se le ragazze siano fatte o no per prendere marito. È decisamente affascinante la figura di questa bella e giovane aristocratica che, anche giunta alla ragguardevole età di ventiquattro anni, non ne vuol sapere di maritarsi e invece ama studiare la storia, le lingue e non solo. Ma le tocca, per amore dell’affettuoso padre, mettersi in caccia. Come sia andata a finire lo si sa da uno scambio epistolare tra amiche e dal meccanismo dell’“oriolo di porcellana di Sassonia posto sull’architrave del camino innanzi allo specchio, fra due candelabri di vecchia Sassonia essi pure”.
Peccato e penitenza, il primo racconto lungo, vede vittima una giovane donna. La vicenda è abbastanza intricata e non priva di una qualche singolarità. Dichiara l’autore:
«Intendiamoci: la bambina propriamente detta non esiste. La donna comincia, si può dire, a tre anni, perchè a tre anni cominciano a disegnarsi in lei i suoi due contrassegni morali: l’amore e la vanità.»
Ed è proprio l’ansia di essere amata, con tutta la purezza d’animo che si possa immaginare, che le diventa fatale. E chi è che la fa colpevole: colui che lei adora o colui che la disprezza?
Dopo due brevi intermezzi di Gite autunnali, uno, Sul torrente, che narra una tragedia durante una piena dell’Adige, l’altro, Sul lago, con un quadretto familiare sul lago di Costanza, la raccolta si chiude con un secondo racconto lungo, La Marchesa.
«La natura che di rado illumina la fronte delle donne bellissime col raggio dell’intelletto aveva fatta per la Marchesa un’eccezione; bastava guardarla per ammirarne la bellezza, parlarle per intendere ch’era una donna d’ingegno, vederla volgere li occhi per crederla buona.»
Attenzione ad ogni parola della descrizione di questa donna. Gli indizi per il resto del racconto già ci sono. La Marchesa si veste con gli abiti di Worth, “il più gran sarto da donna fra quanti fiorirono a Parigi”, il grande Charles Frederick Worth (1825 – 1895), che era inglese e che, per dirne una, da «Harper’s Bazaar» è definito il primo stilista della storia; i suoi gioielli escono dall’officina dei Castellani, dinastia di grandissimi orafi romani. E cosa anima, nell’intimo, questa donna straordinaria?
«Al tempo nel quale avvennero questi fatti, Firenze era sede del governo e del parlamento; vi calavano da ogni provincia d’Italia cittadini di ogni ceto; artisti e banchieri, scienziati e marchesi, giornalisti e magistrati, uomini gravi e donne leggere.»
Si è scritto che Pirandello ha costruito il ‘teatro nel teatro’, facendo ‘cadere’ la quarta parete del palcoscenico, quella rivolta verso il pubblico, in modo da rendere questo molto più coinvolto nell’azione scenica. Anche Martini, prima e in una dimensione certamente più modesta, cerca di far cadere la terza parete del libro, per eccellenza bidimensionale, coinvolgendo lettrici e lettori. A questo aspetto si può legare la dichiarazione spassionata dell’autore:
«Tradizioni domestiche, dimore grate, reverenza di sepolcri troppo presto dischiusi, amicizie numerose e dilette, memorie della adolescenza ignara e della giovinezza felice mi fanno cara la Val di Nievole sopra ogni altra regione d’Italia; pur s’io la miro bellissima non credo sia quello inganno di occhi amorosi.»
È un vero e proprio invito a visitare quella regione storica a sud ovest di Pistoia, lungo il fiume Nievole, collinare e montuosa nella parte settentrionale che si volge verso le Alpi Apuane.
Sinossi a cura di Claudia Pantanetti, Libera Boblioteca PG Terzi
Dall’incipit del libro:
Nel bel mondo fiorentino le stravaganze della marchesa Adriana erano da un pezzo famose. Per dirne una: le ragazze sono fatte, sì o no, per prendere marito? Che restino in casa, aspettando chi non viene, le brutte e le povere si capisce; ma che lei, Adriana di Roccamare, lei ricca, lei bella, lei di una delle famiglie più illustri d’Italia, avesse aspettato i ventisei anni per sposare un uomo di quarantacinque, addirittura non si capiva. E pazienza, se il padre non si fosse curato di accasarla, o nessuno l’avesse chiesta! Ma il buon principe aveva fatto tutto quanto può fare un padre diligente o impaziente; e prima ch’ella arrivasse a’ diciotto anni la domandavano in moglie giovani nobili quanto lei, ricchi più di lei. Li scartò tutti. Se almeno si fosse saputo perchè! Niente. Una volta parve disposta a risolversi e si parlò di un matrimonio con un conte di San Salvario, gentiluomo piemontese elegantissimo, speranza occulta di molte madri, desiderio manifesto di molte figliole. Se non che, una sera venne in testa a quel benedetto conte di parlare di Napoleone e della sua guerra contro Pietro il Grande.
‒ Alessandro ‒ osservò Adriana.
‒ Ah! sì, Alessandro il Grande ‒ corresse sollecito il San Salvario.
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