Il piccolo Eyolf fu composto da Ibsen a Christiania (oggi Oslo) nel 1894, pubblicato a Copenaghen sul finire dello stesso anno e messo in scena per la prima volta nel gennaio 1895 al Deutsches Theater, Berlino. L’autore era tornato da Roma nel 1891; era concluso il periodo della sua produzione teatrale più nota, quella denominata del teatro sociale a cui appartengono, tra gli altri, i drammi Et dukkehjem (Casa di bambola, 1879), Gengangere (Gli spettri, 1881), En folkefiende (Un nemico del popolo, 1882), Vildanden (L’anitra selvatica, 1884), Fruen fra havet (La donna del mare, 1888) e Hedda Gabler (1890).

Tornato in patria, Ibsen scrisse Bygmester Solness (Il costruttore Solness, 1892) e poi Lille Eyolf (Il piccolo Eyolf, 1894). Con questi drammi, che sono tra gli ultimi della sua vita – nel 1900 fu colpito da paralisi e morì sei anni dopo – Ibsen riprese tematiche più intimiste. Le relazioni e i contatti dell’autore ormai avanti negli anni si erano andati rarefacendo e risulta arduo trovare quei riferimenti biografici che possano aver ispirato in particolare questo dramma.

Il piccolo Eyolf – o piccolo lupo; questo il significato del nome proprio di origine scandinàva – è il figlio di nove anni di una famiglia composta dai suoi genitori e da una zia, sorellastra del padre. Gli unici personaggi esterni sono un ingegnere amico di famiglia, che vorrebbe sposare la zia di Eyolf, e la “vecchia dei topi”, che si potrebbe ritenere l’elemento portante. Questa vecchina richiama immediatamente alla mente, data la sua funzione di liberare le case dai topi e portarli al mare dove farli morire annegati, la novella del pifferaio magico di Hamelin. Per chiarire: la leggenda del pifferaio è un’antica fiaba tedesca di origine popolare risalente al XIV secolo poi raccolta dai fratelli Grimm; la città tedesca Hameln si trova nella Bassa Sassonia ed è ben lontana dal mare, ma è traversata dal fiume Weser; nell’aprile 1842 il poeta inglese Robert Browning mise in versi la fiaba, per alleviare e confortare il figlio piccolo ammalato di un suo amico. Certamente Ibsen conosceva la fiaba perché, lo si sa bene, le leggende non hanno confini, volano attraverso gli anni e di bocca in bocca nei racconti che addormentano bimbe e bimbi.

La vicenda del Eyolf è ambientata in una casa di campagna di una buona e solida borghesia, con un giardino che affaccia su un fjord; il primo atto si svolge in una havestue, un salotto che dà all’esterno, come abbiamo trovato ne La signora del mare. Poi l’azione passa all’esterno.

La famiglia in cui nasce Eyolf si è formata grazie al matrimonio di Rita, di famiglia agiata, con Alfredo, matrimonio che ha permesso ai due fratellastri Alfredo e Asta, solə al mondo e senza mezzi, di vivere una vita dignitosa e libera da problemi economici. Per uno sfortunato accidente, in qualche modo provocato dalla madre, Eyolf da piccolo si è infortunato rimanendo storpio ed è costretto da quel momento e per la vita ad usare le grucce per muoversi. Ma il dramma che si svolge tra il padre e la madre del ragazzino è in realtà provocato più dalla diversa visione del matrimonio e dell’amore reciproco che i due hanno, piuttosto che dall’handicap del figlio.

Come spesso accade nelle unioni che non sono basate su un profondo amore ed un’altrettanta profonda stima, la nascita di un figlio, di una figlia o gravi problemi legati alla sua esistenza, come in questo caso, può far esplodere la coppia.

In questo dramma, Ibsen, che altre volte ha saputo creare indimenticabili personaggi femminili, non vuole dare grande profondità né alla madre di Eyolf, che è definita senza troppo spessore, né alla zia Asta, che si dimostra sempre alquanto irresoluta. È piuttosto la terza donna, la misteriosa vecchia dei topi, il cui nome è forse Warg – è proprio Eyolf ad affermare che Warg vuol dire lupo e che subito sembra molto incuriosito da lei –, che gira con il suo bassotto e che serve da occulto catalizzatore del dramma. È lei che, facendo annegare topi, sorci, ratti, topini e toponi, fa sì che:

«in fondo all’acqua si trovano così nel silenzio, così all’oscuro, come meglio non potrebbero desiderare, i cari piccini. Là al fondo dormono tanto a lungo e così placidamente. Tutti, tutti quelli che la gente odiava e perseguitava.»

E non è un caso, naturalmente, che Ibsen abbia dato al dramma questo titolo.

Dall’incipit del libro:

ASTA (dalla porta).
Buon giorno, cara Rita!
RITA
(voltando la testa verso di lei e salutandola amichevolmente).
Oh guarda! Sei tu, Asta? così per tempo dalla città…. Sin qua in campagna?
ASTA
(posa il cappello e il paltoncino su una sedia presso la porta).
Sì, non potevo più starmene. Sentivo che dovevo venire a visitare il piccolo Eyolf, oggi. E anche te. (Posa la cartella sul tavolinetto presso il sofà). E son venuta col battello a vapore.
RITA (sorridendole).
E a bordo hai trovato probabilmente qualche buon amico? Così, proprio per caso, non è vero?
ASTA
No, non ho incontrato nessun conoscente. (Scorge la valigia) Ma Rita, cos’è questa?
RITA
(continuando a disfare la valigia).
È la valigia d’Alfredo. Non la riconosci?

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