Pubblicato per la prima volta nel 1864 a Torino per la Tipografia Botta, questo testo digitalizzato corrisponde invece alla seconda edizione, ampliata dall’autore e uscita nel 1868 per Le Monnier. L’Autore, nella prefazione, chiarisce che quanto più possibile del romanzo proviene da fonti storiche, in particolare da ciò che risulta tuttora scritto sui muri di Pompei e che l’autore ha pazientemente trascritto. Queste parole sono poste in bocca, letteralmente, a chi le pronunciò, nel descrivere le vicende che si verificarono negli anni precedenti la catastrofe del 79 d. C., in cui la lava del Vesuvio sommerse la città per diciassette secoli.
E così seguiamo Pothus che esce dalla porta per Herculanum e compie un sacrificio per propiziarsi il successo di una spedizione in Egitto, e nel frattempo impariamo tante particolarità sulla divinazione e sui sacerdoti, che le rovine di Pompei ci hanno fatto riscoprire. E Vestorio Tucca, che si reca in campagna con il figlio Lucio e compie una minuta esplorazione dello stato delle coltivazioni; mentre nel foro di Pompei assistiamo alle discussioni sulla politica ed i costumi, per poi eleggere i magistrati locali. Vecchi ci porta lungo le strade, dove i clientes si affollano alla porta di Marco Olconio Rufo, gli orinatoi pubblici si riempiono di utilizzatori, e gli angoli tutti quanti di mendicanti, con marinai ubriachi dopo un lungo viaggio, ragazzini che giocano a pallone, e ragazzine che lanciano gli astragali. Tutte queste vivaci descrizioni sono spesso commentate con riferimento all’attualità del XIX secolo, e qualche riferimento all’amico Garibaldi non può mancare.
E non mancano le vicende di cuore, con le nozze tra Melissæa, figlia del ricco mercante di Rodi Demophilo, e Cneo Vibio, edile, che “baratta” il consenso alle nozze con la cittadinanza romana per il suocero. I due giovani già si amano, ma rispettano le forme della richiesta e del consenso paterno, e successivamente la famiglia di lei stipula con il futuro genero il contratto di nozze.
Il romanzo, come la storia antica di Pompei, si conclude tragicamente nel 79 d. C, anno di Roma 832, con la celebre eruzione. E così seguiamo diversi personaggi che analizzano i segni premonitori, a cominciare dalla riduzione delle acque delle fontane, con la poca acqua rimasta tiepida ed acidula; il pittore Castresio, che è intento a dipingere, si lamenta che l’aria si fa pesante; il tribuno Svedio, nel Foro si lamenta del tanfo che sale dalle cantine; e infine, mentre alcuni acrobati stanno facendo uno spettacolo, un terremoto ed uno scoppio terribile, che dà il via alla catastrofe. I personaggi che abbiamo incontrato nelle pagine precedenti sono così colti dal loro tragico destino, vittime della collera del Vesbio.
Sinossi a cura di Gabriella Dodero
Dall’incipit del libro:
La notte volge alla metà del suo corso. Erano gli ultimi giorni di febbraio. Soffiava lo scirocco, uno di quei venti caldi ed umidi che sopraccaricano il corpo di fatica e l’anima di eccitazione. – Sul firmamento non una stella. – Al basso udivasi il fragore monotono e cupo che fa il mare agitato rompendosi con impeto sugli scogli e sui ciottoli rotondati. Anche la terra sembrava sprofondata nella tristezza temporanea di quelle regioni scosse e rimbalzanti sovente dai gassi sotterranei dell’igne eterno. – Genti meno preoccupate di quelle cui si parava dinanzi un simile quadro non avrebbero potuto non esserne impensierite.
Due uomini camminavano l’uno accanto dell’altro. Non parlavano. Esciti dalla porta occidentale che menava ad Herculanum, costeggiarono le mura a dritta sulla via per cui si andava a Sarnus, senza traversare Pompei. E non le lasciarono che nello avviarsi per una strada male incassata che menava sulla collina. In una rivolta, uno di essi battè il ferro sur un pezzo di silice, bruciò un poco di amianto inzolfato sull’esca ed accese una lanterna di bronzo senza coperchio. Egli era vestito di una trabea di porpora con fasce di scarlatto. – I capelli già grigi lasciavano scoperta la sua energica fronte, illuminata da un occhio solo. Ma quell’unico, e le labbra sottili, e il naso aquilino, e la fredda impassibilità del viso accentuato, facevano chiara, in un destro osservatore, la furberia della mente e la impudenza del cuore.
Scarica gratis: Pompei di Candido Augusto Vecchi.



