Il romanzo, scritto in prima persona ma non autobiografico, attraversa un arco di tempo a cavallo del XIX e XX secolo condensando in questo spaccato le traversie che possono essere attraversate appunto da uno “sciagurato”; così viene infatti chiamato l’io narrante da un gendarme che lo ha arrestato. La memoria di questo “sciagurato” si estende da un’infanzia da orfano adottato fino all’istintiva ribellione alle ingiustizie di un’emigrazione alienante e umiliante.
Tutte le tappe di questo cammino sono narrate con linguaggio essenziale, senza velleità letterarie importanti, ma allo scopo appunto di esprimere simbolicamente il cammino di un oppresso, in maniera da alzare la bandiera degli “ultimi”, mortificati ma irriducibili. Si passa quindi dalla madre adottiva, ammantata di perbenismo religioso ma insensibile e violenta, alle prime esperienze di apprendista fabbro. Poi la casa di correzione a poco più di quattordici anni, i rudimenti dell’istruzione scolastica che lo portano a diffidare sempre più dei preti, e la fuga dalla stessa casa di correzione insieme a un amico napoletano. Da qui le prime esperienze con la malavita e un periodo relativamente tranquillo con il gruzzolo rapinato e un’apparenza di occupazione dignitosa; in seguito a denuncia e incarcerazione con condanna a due anni di carcere, l’avvio al servizio militare e la destinazione alla guerra di Etiopia. Libero Libertà (questo il nome autoassegnato del protagonista narrante) è però, in carcere, venuto a contatto con embrioni di idee di rivolta, di possibili strade verso un mondo diverso. La sua partenza per l’Abissinia avviene dopo la disfatta del battaglione Toselli, e questo episodio ci consente di datare l’intera narrazione.
La battaglia di Amba Alagi che vide annientato il battaglione del generale Toselli dalle forze di Ras Alula e Ras Maconnen avvenne il 7 dicembre 1895. La permanenza di Libero in Africa e la sua esperienza bellica sviluppano le pagine migliori di questo libro. La guerra vista con gli occhi di un soldato semplice appare in tutta la sua illogica e inutile violenza. Abbiamo qui anche personaggi storici, ad esempio il generale Arimondi, visti e descritti con gli occhi semplici del soldato che cerca di barcamenarsi e sopravvivere senza dimenticare la solidarietà con i compagni di sventura (perché un soldato in guerra attraversa sempre e solo episodi sventurati). Privazioni, battaglie, sconfitte, prigionie e fughe, ospedale militare e rimpatrio, sono queste le tappe della difficile esperienza africana, rasserenate solo temporaneamente dall’intimità con una bella abissina. Finalmente congedato inizia una vita da vagabondo nei bassifondi romani. Ripercorre tappe parzialmente già vissute, con la vicinanza di una compagna “sciagurata” come lui e le visite frequenti al carcere e all’ospedale, una esilarante vicenda di rapitore di cagnetti a scopo di riscatto, fino alla disperazione suicida. Ma la solidarietà tra “sciagurati” prevale anche questa volta e inizia ora un percorso “proletario”, una parvenza di vita “integrata”, tra sindacato e partito. Ma ancora una volta l’ostracismo e la persecuzione lo colpiscono. La carta ultima è quella dell’emigrazione. La crudeltà e l’oppressione del mondo delle “fazendas” brasiliane mettono la parola fine a questo burrascoso viaggio che sembra una fallimentare via crucis verso un’impossibile utopia.
Libero non ha programmi rivoluzionari, ma il suo viaggio è solo un percorso di sopravvivenza: senza consapevolezza descrive un mondo nemico all’interno del quale il vecchio signore feudale, che è quello che genera la povertà e l’emarginazione descritta nella prima parte del racconto, è via via sostituito dal nuovo e più avido signore borghese. In questo quadro non pare possibile una forma di aggregazione di classe che possa intraprendere una battaglia per perseguire un qualsivoglia modello sociale. Per liberarsi “dalle obbrobriose catene di ogni convenzionalismo sociale e da ogni forma di schiavitù, di sfruttamento e di tirannia” pare quindi che resti aperta solo una strada di anarco-primitivismo nella foresta amazzonica. Più volte nel libro il protagonista si sente “finalmente libero”; ma questo serve solo a sottolineare che la libertà senza giustizia sociale resta un concetto vuoto e poco utilizzabile.
Il libro è prefato dall’avvocato anarchico Pietro Gori, il quale, con il consueto acume, sottolinea amichevolmente sia i pregi che i limiti di questa spontanea e istintivamente ribelle narrazione delle vicissitudini di uno “sciagurato” per il quale non si può trovare posto nella società della diseguaglianza, dell’ipocrisia, della guerra e della religione.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Come io mi trovi nel mondo non so; vi fui gettato senza averlo chiesto ad alcuno, vittima e conseguenza funesta di un, forse troppo lungo, bacio sessuale. Mi accorsi di esserci, e di starci a disagio, il giorno che una nudrita e copiosa raccolta di calci avevano combinato una collezione di lividure su molte parti del mio corpo. Era la mia pietosa madrina che me le somministrava, curava così (essa diceva) il mio avvenire.
Resistei inconsciamente, col pensiero e col fisico, all’urto bestiale delle malvagie circoscrizioni convenzionali imposte agli abitatori di questo mondo: sulla mia giovane esperienza la menzogna vinse e mi ridussi vittima del pregiudizio e dell’ambiente ove ero certo ritenuto come un intruso e qualche volta anche come un nemico.
Difatti a chi avevo chiesto io il permesso per venirci e per restarci? Mi ci trovavo di contrabbando, senza passaporto e senza neanche il certificato di nascita.
Chi furono i miei genitori? Lo ignoro. Sarò nato da una donna che non avrà avuto il coraggio di sopprimermi, per timore di andare in galera, e mi avrà lasciato ai trovatelli per non far scandalizzare il mondo con la mia presenza, o per non aver il peso e la responsabilità di curare la mia infanzia.
Scarica gratis: Memorie di uno sciagurato di Giovanni Forbicini.




