Questo testo di Lenin fu scritto nel 1920 durante il periodo del cosiddetto “comunismo di guerra” quando cioè il partito bolscevico prese una serie di risoluzioni di tipo economico e sociale che avrebbero dovuto favorire la crescita del neonato stato sovietico fronteggiando la guerra civile, l’accerchiamento sfavorevole degli stati europei occidentali, i veri o presunti complotti reazionari e quindi portare all’instaurarsi della dittatura del proletariato, intesa marxisticamente come fase transitoria in direzione di un dissolvimento dello stato e del sorgere del comunismo.
In questa fase la polemica interna ai partiti comunisti – che già aveva portato al separarsi della III internazionale dalla II internazionale – era su un doppio fronte: da una parte era tesa a sconfiggere il riformismo socialista che era visto come un tradimento a favore della borghesia, e dall’altro a combattere le idee “estremiste” che si erano sviluppate in diversi partiti comunisti europei che escludevano la partecipazione alle elezioni e la possibile partecipazione ai parlamenti “borghesi” e non vedevano favorevolmente la partecipazione dei comunisti all’interno dei sindacati dove la corruzione borghese avrebbe potuto essere prevalente. Lenin si sforza quindi, attraverso questo dibattito, di costruire la tattica e il metodo di lavoro dei partiti comunisti.
Il partito bolscevico aveva ormai attuato in quegli anni un sistema di misure di ferrea organizzazione, in gran parte di tipo militare, che di fatto avevano esautorato il potere dei Soviet. Anche sul tema dei sindacati si erano venute a creare all’interno del partito bolscevico violente contrapposizioni e lotte di frazioni, in particolare sul rapporto partito-sindacato; le misure che furono prese nel X congresso del partito bolscevico che si tenne dall’8 al 16 marzo 1921, congresso che decretò il passaggio alla NEP (Nuova Politica Economica), furono incentrate soprattutto sul vietare la formazione di correnti e frazioni all’interno partito. L’ossessione leninista per le “derive anarchiche”, che già sono chiaramente espresse in questo saggio, prendono quindi corpo spianando la strada alla successiva spietata dittatura stalinista.
Soprattutto in appendice troviamo numerosi riferimenti alla situazione in Italia, con un duro attacco a Turati (e in questo caso la posizione di Bordiga assume per Lenin connotati positivi) e successivamente allo stesso Bordiga, esempio classico, in quanto astensionista di principio e avverso alla partecipazione alle competizioni elettorali, di portatore della “malattia infantile” oggetto degli strali leniniani.
La traduzione è di Felice Platone (1899-1955) che ebbe una carriera giornalistica particolarmente vivace; fin dai tempi dell’“Ordine Nuovo” di Gramsci e poi attraverso “Il Lavoratore” di Trieste e infine “l’Unità”, si snodò la sua attività di redattore e direttore di giornali, fino a diventare nel dopoguerra vicedirettore di “Rinascita” (in pratica era tuttavia lui a dirigere il giornale del quale solo formalmente era direttore Togliatti). A metà anni ’20 fu costretto alla clandestinità e trascorse diversi anni in Russia dedicandosi anche alla traduzione di numerosi classici del marxismo e in particolare di opere di Lenin.
Le note presenti sull’edizione di riferimento per questo e-book sono di Alberto Cecchi e sono state escluse perché non sono al momento di pubblico dominio. Sono soprattutto note esplicative in relazione ai personaggi politici citati da Lenin (chiarimenti che è oggi possibile avere molto facilmente) e di sostegno alla politica stalinista-togliattiana, con non poche notizie (per esempio in merito alla figura di Amadeo Bordiga) tutt’altro che obiettive.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Nei primi mesi dopo la conquista del potere politico da parte del proletariato in Russia (25 ottobre – 7 novembre 1917), poté sembrare che le grandissime differenze esistenti fra la Russia arretrata e i paesi progrediti dell’Europa occidentale avrebbero reso la rivoluzione del proletariato in questi paesi assai poco simile alla nostra. Adesso abbiamo già dietro a noi una esperienza internazionale considerevole, la quale attesta nel modo piú preciso che alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione non hanno un’importanza locale, specificamente nazionale, né esclusivamente russa, ma un’importanza internazionale. E non parlo qui d’importanza internazionale nel senso piú largo della parola: non alcuni, ma tutti i tratti fondamentali e molti tratti secondari della nostra rivoluzione hanno un’importanza internazionale, in quanto essa ha un’influenza su tutti i paesi. No; parlo qui nel senso piú stretto della parola: se per importanza internazionale s’intende la portata internazionale o l’inevitabilità storica che si ripeta su scala internazionale ciò che è accaduto da noi, si deve attribuire tale importanza ad alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione.
Scarica gratis: L’estremismo, malattia infantile del comunismo di Vladimir Il’ič Lenin.




