L’autore avverte, nella breve premessa, che il saggio non ha, e non ha potuto avere i crismi di una trattazione completa, che peraltro il soggetto avrebbe ben meritato. La temperie politica dei recenti anni (il saggio è stato scritto nel 1946) ha reso difficile, se non impossibile, reperire facilmente elementi, cifre e documenti necessari per una trattazione storica. Mazzoni, ultrasettantenne, scrive il saggio nel crepuscolo della sua più intensa attività politica e si avvale principalmente di ricordi personali.

Si ricorda peraltro che l’autore, convinto socialista riformista, nei suoi anni di maggiore impegno politico ‘sul campo’, tra il 1892 e il 1926, prima come fondatore e ispettore della Federterra (Federazione nazionale dei lavoratori della terra) poi come deputato eletto (dal 27 novembre 1913 al 9 novembre 1926), mise al primo posto nella sua azione i problemi legati alle questioni agrarie e lottò per l’organizzazione del proletariato contadino e la socializzazione delle terre.

Quello che da questa trattazione emerge è tuttavia la presenza forte, innegabile, di un vero movimento dei contadini, che ha percorso l’Italia per quasi un cinquantennio, a partire dai Fasci siciliani dei lavoratori, il movimento d’ispirazione libertaria e socialista che si sviluppò in Sicilia tra il 1891 e il 1894, che coinvolse anche minatori ed operai e che fu represso sanguinosamente per volere del governo Crispi. Non a caso tutto parte dalla Sicilia, scrive Mazzoni, là:

«dove più nera è la miseria, dove più caldo è il sangue degli uomini».

Prodromo dei fasci siciliani, terreno di cultura del germe del movimento di resistenza dei contadini italiani, era stata La Boje, il moto contadino che aveva interessato circa 10 anni prima ampie zone dell’Italia settentrionale, nato forse a causa di un allagamento nel Polesine, che aveva destabilizzato la già fragile economia contadina. Ma qui, al contrario dei fasci siciliani, la protesta non assurse a movimento di massa, pur coinvolgendo il fior fiore “della passione, della intelligenza, del disinteresse” della borghesia locale. “La boje” è “Essa bolle”, in dialetto veneto, immaginando una pentola in ebollizione; il motto completo è : “La boje, la boje e de boto la va de fora” (Bolle, bolle e di botto trabocca). L’analisi di questi moti dà all’autore l’occasione per esporre la sua idea della politica tenuta da Giolitti nel suo primo incarico da primo ministro, quando scelse di non reprimere con la forze le proteste.
È grazie al movimento nato dalle proteste contadine che è stato dato l’avvio alle grandi bonifiche nel nord e centro Italia, di cui poi il regime fascista s’intesterà il vanto, e che sono sbocciati quella capacità di organizzazione e quel sentimento di solidarietà messi in atto nella ricostruzione di Reggio e Messina dopo il terremoto (1908).

I limiti di questo saggio non consentono all’autore una trattazione approfondita di tutti i problemi economico-politici di quel periodo e di tutti dibattiti ad essi collegati: Mazzoni ricorderà qui solo gli episodi e i temi essenziali, nonostante la materia sia sicuramente di grande interesse. Nel saggio quindi si scrive di emigrazione e disoccupazione e l’autore ricorda di aver presentato, in un congresso di contadini a Ravenna in cui si cercavano rimedi a quella piaga, un ordine del giorno di aperta intonazione neo maltusiana, che venne approvato.

Mazzoni ricorda anche brevemente, ma con toni molto intensi per esserne stato uno dei protagonisti, la nascita e le vicende legate alla nascita della Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra) e la figura esemplare della politica e sindacalista Argentina Bonetti Altobelli (1866 – 1942), nominata nel 1905 segretaria nazionale di Federterra, incarico che, con grande capacità politica ed organizzativa, ricoprirà per vent’anni, fino allo scioglimento d’autorità dell’organizzazione imposto dal regime fascista. Vi è una notevole differenza, scrive l’autore, tra le leghe dei lavoratori – nate sulla spinta socialista per affrontare sì i problemi materiali ma in un’ottica “politica” e con “quello spirito che conferisce alle tappe della ascensione operaia la graduale abilitazione alla conquista dei poteri dello Stato.” – e il patronato sociale fascista, che non nobilita l’impegno dei lavoratori, ma “discende dalla benevolenza della dittatura; dai suoi umori, dalle sue stranezze, dal suo disegno di imbonire le folle e di compensarne il servilismo.”

Inevitabilmente il saggio in alcune parti assume anche la forma di pamphlet contro il regime: Mazzoni non traversò il ventennio senza rappresaglie e subì anche il confino. Nel saggio egli ricorda anche la nascita dei sindacati cattolici e la cosiddetta “secessione sindacalista” che si creò nell’ottavo congresso del Partito Socialista (Bologna, aprile 1904). In quel congresso si affrontarono le due principali correnti, la riformista di Filippo Turati e Leonida Bissolati – di cui faceva parte anche Mazzoni – favorevole al dialogo con il governo e fedele alla monarchia, e quella massimalista di Arturo Labriola, Enrico Ferri e Enrico Leone, che risultò maggioritaria. E Mazzoni arriva a sostenere che la corrente massimalista creò in qualche modo terreno fertile per il sorgere del fascismo.

Mazzoni espone anche, e con una serie di cifre, il problema della produzione dello zucchero, quello della coltivazione delle barbabietole e dei dazi collegati imposti al mercato, in un momento di grave contrasto tra gli zuccherieri e i lavoratori del settore. Altro capitolo è dedicato alle “battaglie per il pane” e alla resistenza delle “risaiole” di Molinella, pagina dolorosissima della storia operaia. Molinella, dove ci si batteva per salari e condizioni di lavoro migliori e per l’annientamento del caporalato, subì una spedizione punitiva letale alla vigilia della marcia su Roma. A partire dalle vicende di Molinella, pagine di analisi storica interessanti sono dedicate alle gloriose “risaiole” e alle loro battaglie per condizioni di vita più umane. Nel saggio sono esposti brevemente anche i processi legati alla regolamentazione della mezzadria, processi che il fascismo cercò di interrompere.

Mazzoni, da un’analisi dei tempi nuovi e proponendo una visione futura, afferma:
«I lavoratori della terra d’Italia chiedono allo Stato la costituzione di un vasto demanio nazionale da consegnare in conduzione alle forze del lavoro associate in Cooperazione.
Esso non deve costituire un monopolio della terra che è e deve restare patrimonio della collettività. Non deve affidare allo Stato funzioni di amministrazione tecnica o di patronato per le quali lo Stato è incompetente e che sono pericolose.

I lavoratori daranno alla terra il loro lavoro, sotto la disciplina dei loro organi tecnici ed amministrativi, e troveranno in sè stessi, nel loro sforzo, nello spirito di emulazione, nel guadagno non decurtato da sfruttamenti, l’incentivo alla produzione ed alla previdenza.»

Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi

NOTA
Si ringrazia vivamente la Biblioteca del Senato della Repubblica “G. Spadolini” per aver fornito il testo in formato immagine.
Tale testo è disponibile su Internet Archive nella Collezione delle monografie della Biblioteca del Senato della Repubblica (https://archive.org/details/monografie-biblioteca-senato).

Dall’incipit del libro:

Quando l’Italia non si era ancora calcata sul capo l’elmo di Scipio e nella sua laboriosa parsimonia e nella sua romantica turbolenza s’agitavano gli ultimi fermenti del Risorgimento cui era mancato un gran personaggio, la folla, e si delineavano le prime incomprensioni di una borghesia impari al suo destino, da tutte le parti d’Europa venivano uomini di studio a visitare la bizzarra e dolce terra che esprimeva tutto il calore del suo sole e disegnava ‒ in abbozzi pieni di contrasti e di colori ‒ le nascenti lotte del lavoro.
Queste traevano contagio e ispirazioni da paesi più ricchi e di più antica esperienza sindacale, ma avevano, fin da principio, nelle nostre contrade, impulsi, aspetti e forme profondamente originali.
Le condizioni d’ambiente, e particolarmente la terra ‒ questa grande modellatrice dei destini umani ‒ proponevano temi e soluzioni cui gli uomini davano la impronta del loro inconfondibile carattere.
I grandi problemi del lavoro che in altri paesi erano già nettamente delineati; i partiti politici altrove raccolti su precise piattaforme, in Italia si confondevano e si agitavano in un pittoresco miscuglio di pensieri, di programmi, di aspirazioni.

Scarica gratis: Lotte agrarie nella vecchia Italia di Nino Mazzoni.