È il 1943: il fascismo è caduto e il governo Badoglio muove i suoi primi passi.
Nella speranza liberale di un’Italia che si avvia verso la Repubblica, Benedetto Croce raccoglie una serie di suoi scritti in un volumetto che verrà pubblicato l’anno seguente.

Non una dottrina istituzionale rigida ma un “modo di vivere”: Croce propone il liberalismo come una premessa morale che precede e trascende le organizzazioni politiche, da alimentare costantemente affinché non si fossilizzi, tramite una partecipazione attiva e dinamica di uno Stato mosso da coscienza critica e non da derive autoritarie.

Il liberalismo pone il focus sulla difesa dei diritti individuali, essi frutti della libertà; se quest’ultima è il fine, allora ogni scelta va misurata in quest’ottica. Un esempio in campo economico: la proprietà privata non è un dogma liberale, ma un mezzo, legittimo solo se favorisce la libertà dei cittadini. Allo stesso modo, la democrazia non è solo uno strumento di governo, e forze politiche diverse possono coesistere come espressioni vive di una società fondata sulla dignità individuale.

La libertà, scrive Croce, è un “valore eterno”, ovvero una presenza costante nello spirito umano… eppure non è mai garantita. Anche nelle democrazie si può smarrire la coscienza storica della libertà, e quindi scivolare in forme di oppressione mascherate — tecnocrazie, populismi, burocratizzazione… Per questo, leggi e istituzioni inermi da sole non bastano: serve una cultura della libertà, capace di riconoscere i segni del suo smarrimento e di rinnovarsi in ogni epoca.

Sinossi a cura di Marco Capuano

Dall’incipit del libro:

Uno dei segni più gravi dell’odierno smarrimento spirituale è certamente la confusa o fiacca coscienza di quel che sia veramente la libertà. Non già che questo nome non risuoni nei programmi politici e nelle congiunte esortazioni; ma esso non è veramente inteso, compreso e sentito, perchè la libertà è messa tra le parecchie altre cose desiderabili e anche stimate indispensabili, o, peggio ancora, viene subordinata alle altre cose, come effetto che seguirà a certi altri fatti. Senonchè la libertà non è una cosa, ma il principio supremo della vita morale e veramente umana, e non è conseguenza di altre cose, ma la premessa di tutte le altre. Ecco: la gente si agita a ideare o a ricostituire partiti: «partito liberale», «partito radicale», «partito socialistico», «partito comunistico», «partito cattolico», e via; e si affanna poi, senza riuscirvi, a promuovere l’accordo, se non di tutti essi, almeno di due o più di questi partiti per un’azione comune, procacciando di transigere su alcuni punti dei rispettivi programmi. Ma questo è semplicemente assurdo: quei partiti sono aspetti reali della vita sociale e politica, sono forze sociali e politiche, tra loro diverse e opposte e concorrenti, e perciò debbono di necessità discordare e battagliare tra loro, e gli accordi effettivi sono solo le vittorie che, a volta a volta, in un modo o in un altro, in maggiore o minore misura, mercè delle rassegnate concessioni e delle deliberate e approvate leggi, le particolari richieste degli uni riportano sulle particolari richieste degli altri. Lotta perpetua, che è la vita stessa degli uomini.

Scarica gratis: L’idea liberale di Benedetto Croce.