Con La tragedia di Senarica Giuseppe Mezzanotte scrive il suo romanzo più importante e, se pur con i suoi limiti stilistici, uno dei più significativi sul piano documentario del secondo Ottocento italiano. Si situa all’interno del filone della narrativa politica di fine ottocento, nel solco di La conquista di Roma e Vita e avventure di Riccardo Joanna di Matilde Serao, anticipando le tematiche di I Vicerè e L’Imperio di De Roberto, I Vecchi e i Giovani di Pirandello fino a Sette e mezzo di Maggiore e Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Non solo, ma, a causa dell’“inettitudine” del protagonista, questo romanzo può essere visto come inaspettato preannuncio delle principali tematiche sveviane. Tanto più inaspettato in quanto ambientato nella provincia abruzzese, dove la quotidianità sfuma nei risvolti provinciali del trasformismo depretisiano. L’eco di questo è attutito dalla prospettiva della provincia abruzzese, che sorge come emblema dello spegnimento e del tradimento degli ideali risorgimentali, scomparsi nei flutti della corruzione politico-economica della nuova classe dirigente, nell’affarismo, nell’affermazione dei prepotenti e degli scaltri, con la correlativa denuncia – quanto sveviano questo aspetto… – dell’inettitudine degli onesti, la cui purezza di intenti e integrità di azione è destinata ad essere travolta da uno spregiudicato opportunismo avido di potere politico ed economico. Recensione e commento di questo romanzo ci viene offerta da Benedetto Croce che inizia a parlarne dicendo:

«Neppure l’altro romanzo del Mezzanotte, La tragedia di Senarica […], riesce a suscitare un pieno interessamento con la sua favola passionale, la quale non ha sufficiente rilievo né si svolge e conclude in modo da formare una rappresentazione che valga per sé. Ma le parti descrittive e storiche in cui sono effigiate le vicende sociali e politiche dell’immaginario paesello abruzzese (c’è quel nome in Abruzzo, ma non è né di una città né di un comune), sono esse proprio il principale e l’importante, e si direbbe che, come nelle pagine napoletane l’autore metteva le impressioni e i ricordi della sua lieta giovinezza, cosí, in queste, le esperienze e le meditazioni attraverso cui l’uomo si matura.» [B. Croce, La letteratura della Nuova Italia, Vol. V, pagg. 205-210 dell’edizione Manuzio].

Croce prosegue mettendo l’accento sul confronto tra il vecchio e pratico clericalismo borbonico (rappresentato da uno zio del giovane protagonista) e l’idealismo del padre dello stesso giovane, garibaldino; scrive Croce:

«Come s’era condotto il padre? Aveva cominciato col fare un matrimonio fuori regola, sposando la prima donna di cui si era innamorato; e poi s’era messo a cospirare, s’era lasciato sorprendere e gettare in carcere, aveva rovinato la propria famiglia».

Il confronto tra lo zio Clementino Pinti e il nipote ’Nanìa Pinti, che intendeva reclamare per l’ingiusto trattamento “testamentario” riservato dagli zii a suo padre, assume i connotati del vero epicentro del romanzo, dal quale tutto lo snodo degli avvenimenti prende le mosse.

C’è ancora da notare che la scelta del nome di Senarica non è forse casuale. Il borgo a tutt’oggi esistente fu sede, probabilmente leggendaria, di una repubblica con regime di autogoverno, status concesso nel 1356 da Giovanna I di Napoli. Non vediamo nel romanzo di Mezzanotte alcuna pretesa autonomistica ma invece una sagace visione delle brutture burocratiche e centraliste. Il riesumare nomi e usanze medioevali lo si avverte anche nella scelta del santo protettore, beato Pellegrino Laziosi. Con questo nome è conosciuto un santo forlivese del ’300 e Mezzanotte lo trasporta di alcuni secoli in avanti e di parecchi chilometri a sud, per riadattarlo alle sue esigenze narrative. Proprio in merito alla polemica relativa al ripristino del culto di questo beniamino locale (che era stato cassato dai precedenti amministratori conservatori e riesumato dai più moderni liberali) Mezzanotte ci permette di intravedere la nascita di un sistema in cui lo scandalo socio-politico sarà sostituito dall’intrigo istituzionalizzato sulla base dei nuovi valori che la borghesia va man mano imponendo, basati su commercio, professioni e individualismo, mentre perdono rilevanza valori come l’onore e la lealtà. Concetti sviluppati successivamente da Lukács, Goldmann e che rintracciamo già nel Gattopardo. Infatti il dottor Porperio, unico rappresentante nel consiglio comunale di Senarica della sinistra afferma:

«che le antiche maggioranze di destra, fin dal mille ottocento sessanta, avevano abolita la festa pubblica del beato Pellegrino Laziosi, mentre ora, una maggioranza di sinistra voleva tornare piú indietro dei tempi borbonici»

La presentazione dell’ordine del giorno di Porperio sembra riscuotere approvazione:

«Un mormorio di favore accolse presso il pubblico l’invettiva del dottore: Bastiano Pinti, senza rispondere, propose di votarsi pel no sull’ordine del giorno presentato dal consigliere Porperio.»

È quel “senza rispondere” che consente a Mezzanotte, non saprei quanto consapevolmente, di intuire l’avvicinarsi di quei fattori che saranno decisivi per l’emergere di quel mutamento di valori – da quelli feudali a quelli borghesi – ai quali ho accennato più sopra. Porperio chiede quindi a ’Nanìa di associarsi a lui nella lotta politica che intende intraprendere e questo apre la via a un percorso socio-politico che si snoda tra reduci garibaldini, società operaie, radicali, gentiluomini sbalestrati dalla vanificazione della destra storica. Il successo elettorale è poi garantito anche dalla creazione della “Banca dei minimi sconti” patrocinata dal duca Formica.

La conclusione di questi travagli sociali, delle “lezioni di vita” di zio Clementino, della propria diretta esperienza sfocia quindi per ’Nanìa in una presa di posizione filosofica:

«quella filosofia che determina le leggi della vita e dell’intelletto con uno scetticismo sereno e ne ricerca la ragione e lo sviluppo quasi con processo matematico, trovò nell’animo di lui un buon terreno ove radicarsi e germogliare. Ora, essa negava le triste esagerazioni del romanticismo cotanto radicato ancora nell’indole e nell’educazione comune; smentiva il pessimismo alitante nelle varie e differenti manifestazioni letterarie recenti, come conseguenza di un’ansiosa ricerca di comodità, di benessere e di sicurezza, che è la caratteristica della società borghese; e negava ogni ragione di essere agli spostati, agl’incompresi, agli spiriti incoerenti, giustificati e glorificati anch’essi da uno sciagurato avanzo di romanticismo letterario: e creando un quieto stoicismo, pago delle leggi di natura e rassegnato alle fatalità di essa, come quello incosciente dei fanciulli e della gente di poca coltura, dimostrava la perfettibilità progressiva e costante, ed apriva la speranza, anzi assicurava la certezza della vittoria nella lotta per la vita, a coloro che combatterono sempre, costantemente, e perseverarono.»

Come nota giustamente Croce, la «favola passionale non ha sufficiente rilievo» consente tuttavia di delineare con grande efficacia una nutrita schiera di personaggi secondari, tra i quali spicca oltre a Norina, figura femminile della favola passionale, lo zio Decoroso che troneggia nel capitolo dedicato alla costruzione del presepe, metafora di laboriosità e di collaborazione tra diverse attitudini e capacità. Ma è Mezzanotte stesso che spiega, forse, perché la favola passionale non ha gran rilievo nel suo romanzo, ma comunque ha voluto inserirla. Scrive infatti in Epistola dedicatoria [in Colonne di prosa – 1902 – p. 217]: «…forse che non ho osato scrivere un romanzo senza amore?…».

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

— Il lume si spegne, – esclamò il dottore Porperio; – la mia opera non serve piú a niente, perché è l’olio che manca. Oramai è al ministro di Dio che spetta di confortare quella povera anima in pena.
— Va benissimo, rispose don Clementino Pinti, – Vi ringrazio tanto, dottore, per le cure che avete prestate al mio povero fratello. A suo tempo, io saprò…
— Fatemi grazia, levate cotesti discorsi. Se avete piacere, resterò; ma solo per dovere di amicizia –, soggiunse il dottore Porperio alquanto perplesso.
— No, grazie, dottore; l’ora è tarda, e si sa…
— Capirete, noi non siamo piú tanto giovani quanto vorremmo, e la fatica ce la sentiamo pesare un poco sulle spalle.
— Oh, è giusto, è giusto. Senza cerimonie, dottore; andate pure, andate a riposare, ché ne avete il diritto.
— Purché non ve l’abbiate a male.
— Vi pare, con un vecchio amico come voi! Andate pure: buona notte. Tôto, accompagna il dottore; dà una voce a Bernardo che gli faccia lume. Conservatevi, dottore; attento per le scale.
Tôto o Teodoto Pinti, figliuolo primogenito di don Clementino Pinti, si tolse dalla scrivania di don Pellegrino Pinti ove attendeva la morte dello zio leggendo le novelle dell’abate Casti, ed obbedí al padre di mala voglia. Il dottore Teodoto Porperio, calcatosi sull’orecchio il cappello a cilindro, si avviò; ed incontrato in un angolo oscuro dell’andito don Andrea Pinti, s’indugiò alquanto con lui, dicendogli delle cose amichevoli.

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