Dalla scena iniziale su un campetto di periferia allo status di guru della canzone italiana, la vita di Franco Battiato diventa materia narrativa in Il lungo viaggio di Renato De Maria. Il biopic prova a sondare l’esistenza di un artista contraddittorio e irriducibile a una lettura lineare. Il film attraversa tappe fondamentali: l’infanzia siciliana e il rapporto con la madre; Milano negli anni Settanta e il debutto musicale; le trasformazioni stilistiche, gli amori e i disamori; il ritorno all’amata Trinacria. La forma scelta è adatta a una fruizione televisiva e inevitabilmente smussa gli angoli più acuti di un pensiero complesso. La struttura del biopic musicale tradizionale emerge spesso: episodi narrativi, aneddoti rivelatori, passaggi artistici semplificati e spiegati a posteriori, come se ogni mutazione seguisse un percorso coerente.
Il racconto prende avvio a Milo, con l’infanzia segnata da una partita di pallone e dal naso rotto contro un palo, immagine-simbolo di un’iniziazione precoce alla vita e alla percezione del dolore. Le radici siciliane riaffiorano quando Battiato canta in dialetto Stranizza d’amuri. Le prime sequenze oniriche sull’Etna innevato anticipano la dimensione spirituale che attraverserà tutto il film.
Il trasferimento a Milano nel 1971 apre la stagione della sperimentazione. Sintetizzatori VCS3, pianole psichedeliche e atmosfere che ricordano i Pink Floyd delineano un ambiente creativo febbrile. Sale prove improvvisate, musicisti in cerca di identità e sperimentazione costante. Tra questi compare Juri, chitarrista inquieto che attende la visita militare e che più avanti intraprenderà un percorso monastico. Una figura sospesa tra realtà narrativa e simbolo spirituale. Battiato finge uno svenimento per evitare la leva, episodio raccontato con un tono quasi ironico, mentre la madre lo raggiunge a Milano, diventando presenza affettiva costante e punto di equilibrio.
Le influenze culturali emergono nell’ascolto della Gymnopédie di Erik Satie e nella presenza di Fleur Jaeggy, figura ambigua e suggestiva, quasi compagna, interpretata da Elena Radonicich. Nel film, questa presenza è quasi un’invenzione della sceneggiatura, ispirata a riferimenti presenti in alcune canzoni di Battiato, e diventa simbolo di legami culturali e affettivi più che di una persona reale. Tra feste milanesi, partite a carte e momenti di precarietà quotidiana, il film tratteggia un artista affamato di esperienze e in continua ricerca. Non mancano sequenze oniriche: sogni sull’Etna innevato guidato da un monaco buddista, che cercano di visualizzare il percorso interiore e mistico destinato a diventare cifra distintiva della sua opera.
La narrazione procede verso le svolte decisive. Battiato dichiara ai produttori di trovarsi nella “terza fase” della propria carriera e decide di tentare il successo commerciale dopo gli anni della sperimentazione. Arrivano L’Era del Cinghiale Bianco e la stagione del pop colto, tra pressioni discografiche e nuovi equilibri creativi. Il successo esplode con Per Elisa, vista in televisione insieme a Giuni Russo, Giusto Pio, amici e familiari, mentre emergono tensioni e fragilità nei rapporti personali. Seguono Bandiera Bianca, Cucurucucù Paloma, ricostruita nel film con un lungo omaggio visivo, e Centro di gravità permanente, raccontato anche attraverso l’intervista con Luzzatto Fegiz e l’aneddoto dell’amica francese alla ricerca di un parrucchiere. Qui il film gioca con la realtà e la finzione: la “permanente” è quella dei capelli, non da prendere alla lettera, e diventa un espediente giocoso che sottolinea l’ironia e la leggerezza tipiche del mondo di Battiato. La stagione dell’amore segna il consolidamento popolare, mentre il rapporto con il pubblico viene rappresentato dalla figura di Noa, interpretata da Joan Thiele, che lo insegue sotto la pioggia dopo un concerto e poi cerca di incontrarlo in hotel, presenza narrativa che oscilla tra reale e simbolico.
La parte finale accentua la dimensione spirituale e contemplativa: E ti vengo a cercare nella Sala Nervi davanti al Papa, il ritorno in Sicilia dalla madre malata, le visioni dell’Etna innevato e la composizione de La Cura, intrecciata alla perdita materna e a un’apparizione finale sospesa tra memoria e trascendenza. Qui il film mostra con maggiore evidenza l’intento di tradurre in immagini un universo artistico fatto di intuizioni filosofiche, slanci mistici e continue metamorfosi interiori.
Essendo una produzione Rai, Il lungo viaggio porta con sé il rischio di assumere le forme di una fiction televisiva, e non è difficile immaginarlo presto suddiviso in due puntate su Rai Uno. Tuttavia riesce a evitare le trappole più prevedibili grazie soprattutto all’interpretazione di Dario Aita, misurata e mai sopra le righe. Più che imitare la voce e i gesti di Battiato, Aita sceglie di restituirne l’essenza e la presenza, costruendo un ritratto credibile e rispettoso. Interessanti risultano anche le figure femminili, divise tra realtà e invenzione: la madre come centro affettivo e radice emotiva, l’amica francese come presenza simbolica, l’amica milanese — con cui Battiato immagina di intraprendere un viaggio a Tunisi — che rappresenta il desiderio di esplorazione e libertà, quasi compagna nel percorso esistenziale, e Noa, interpretata da Joan Thiele, come incarnazione del rapporto ambiguo con il pubblico. Anche Juri, che nel film si fa monaco, rimanda più a un’immagine spirituale e poetica che a una figura biografica definita (Roberto Camisasca, detto Juri, interpretato da Ermes Frattini).
È vero che il film procede soprattutto per momenti chiave e bozzetti di vita, rinunciando a un’introspezione profonda e continua. Tuttavia questa scelta appare inevitabile: comprimere un artista e un pensatore come Battiato, figura centrale non solo per la canzone italiana ma per la cultura musicale nel suo complesso, nello spazio di poco più di due ore significa accettare selezione e semplificazione. Più che un ritratto definitivo, Il lungo viaggio si configura come un percorso di avvicinamento, un mosaico di immagini e suggestioni che tenta di restituire lo spirito di un autore inafferrabile senza pretendere di esaurirne il mistero.
Il risultato è un’operazione imperfetta ma sincera, capace di offrire spunti e porte d’ingresso soprattutto per chi conosce meno l’opera di Battiato. I tre giorni di distribuzione evento in sala appaiono persino limitanti rispetto alla funzione divulgativa del progetto, che potrebbe diventare per molti giovani spettatori un primo incontro con un artista fondamentale. Alla fine, il film non cattura completamente la complessità di Franco Battiato — e forse non avrebbe potuto farlo — ma riesce comunque a ricordare che la sua ricerca, artistica e spirituale, continua a vivere oltre lo schermo, in quella zona indefinibile dove biografia e visione si incontrano senza mai coincidere del tutto.
Regia: Renato De Maria
Sceneggiatura: Monica Rametta
Attori principali: Dario Aita (Franco Battiato), Simona Malato (la madre), Elena Radonicich (Fleur Jaeggy), Giulio Forges Davanzati (Giusto Pio), Juri Camisasca (Ermes Frattini), Joan Thiele (Noa)
Produzione: RAI Fiction, Casta Diva Pictures
Distribuzione: Nexo Studios
Durata: 115 minuti
Uscita evento: 2-4 febbraio 2026 (sale), prevista successiva trasmissione su Rai1 il 1° Marzo 2026
Roberto Buono





