Le città di pianura (2025), un film di Francesco Sossai

 

​Il film di Francesco Sossai si muove lungo le strade grigie della provincia veneta, lontano dai riflessi delle città d’arte e immerso in una nebbia che sembra essere prima di tutto interiore.

La trama segue due amici di lunga data, figure stanche che vagano senza una meta precisa a bordo di una vecchia auto. Insieme a loro c’è un ragazzo più giovane, un passeggero che funge da testimone involontario e indifferente dei loro racconti. Tra soste nei bar, bicchieri di grappa che cercano di riempire il silenzio e deviazioni in una campagna ormai cementificata, i due uomini tentano disperatamente di rievocare un passato lontano e un’identità contadina ormai tramontata. Il viaggio culmina nell’incontro con Eugenio, un vecchio compagno tornato dall’Argentina senza più sogni, il cui ritorno mesto sancisce il fallimento di ogni possibile evasione.

Quello di Sossai non è un semplice road movie geografico, ma un percorso esistenziale dove il movimento è solo un’illusione. Il viaggio nello “squallore” quotidiano, apparentemente senza senso e a tratti anche imbarazzante, porta in realtà a una riflessione spietata sull’incomunicabilità e sulla fine delle grandi speranze collettive. La fotografia ha i colori spenti della nebbia e del cemento; la luce è sbiadita, schiaccia ogni cosa e ti fa sentire addosso il peso della provincia.

La pianura veneta diventa la metafora dell’appiattimento spirituale, come condizione dell’anima. Quegli uomini che si muovono verso un futuro senza speranza si scontrano con un passato che è diventato un racconto che non interessa più a nessuno e che viene calpestato da tutti, proprio come quel gelato nel finale.

L’alcol diventa allora un collante: in questo contesto, l’osteria o il bere non sono solo svago, ma una forma di resistenza. L’alcol serve a tenere insieme i pezzi di un’identità che sta scomparendo. Ma questo rito non colma il vuoto, lo sottolinea ancor di più, e il ragazzo ne è la prova vivente: viaggia con loro senza ascoltarli quasi mai, un osservatore muto che rende tutto ancora più amaro.

I due protagonisti cercano in lui un “erede”, qualcuno a cui passare il testimone di una storia che per loro è sacra, ma che per il giovane è solo un rumore di fondo. Il ragazzo rappresenta la frattura generazionale: il mondo contadino e i suoi codici sono diventati incomprensibili e, peggio ancora, irrilevanti per chi vive il presente.

L’amico Eugenio incarna invece un’altra forma dello stesso smarrimento: l’illusione della fuga. Il suo ritorno dall’Argentina, mesto e sconfitto, spezza l’ultima speranza dei protagonisti, quella di un altrove in cui poter diventare diversi.

Il sogno fallisce perché se anche chi ha avuto il coraggio di partire torna con lo sguardo spento, allora la prigione della pianura è universale. Eugenio non è un eroe che ha visto il mondo, ma un uomo che ha scoperto che il vuoto che c’è a casa propria si trova identico anche dall’altra parte dell’oceano.

​Di fatto il film ci dice che non c’è salvezza né nel ricordo (che i giovani ignorano), né nel vizio (che stordisce ma non cura), né nella fuga (perché si finisce per tornare). Quel finale col gelato è una chiusura amara: un momento di dolcezza che cade nel fango e viene calpestato e cancellato dal traffico.

È un on the road immobile, dove il movimento non porta da nessuna parte