Il volumetto I fascisti invecchiano raduna otto articoli che erano stati pubblicati negli anni 1945/46 nelle rubriche che Brancati curava sui giornali «La città libera» (la rubrica si intitolava Cronachette del 1945) e «Risorgimento liberale» (nella rubrica Il diavolo nel cassetto).

Il titolo fu scelto da Longanesi che pubblicò il testo nel 1946 nella collana “la Fronda” da poco inaugurata e che aveva appena pubblicato Eroi e Briganti di F. S. Nitti [disponibile in questa biblioteca Liber Liber. Manuzio] e I cattolici di Julien Green, dando quindi alla collana un’impronta agile e innovativa tramite testi che certamente solo un paio d’anni prima non avrebbero potuto essere pubblicati. Da una lettera di Brancati alla moglie Anna Proclemer si evince che per la scelta del titolo l’autore non fu consultato e che questa scelta non lo convinceva affatto.

Il disgusto per la società fascista era maturato in Brancati già da tempo ed era stato cautamente espresso in varie lettere a Longanesi fin dagli anni 1937-38. Disgusto che si andava estendendo anche verso le forme di dissenso che potevano essere, almeno per un certo tempo, assorbite dal regime, come ad esempio l’esperienza del giornale «Omnibus». Certamente la manifestazione di dissenso che si concretizzava in uno stile allusivo aveva consentito un’ancora di salvataggio rispetto ai miti del regime annientatori dell’intelletto. Scrive Brancati nel capitolo La lettera anonima:

«Nel 1938, lo scrivere diversamente da come si pensava era diventato così naturale presso alcuni italiani, che nessuno avrebbe osato accusare d’ipocrisia un uomo di trent’anni che sputasse sul «cliché» di un gerarca, sotto il quale egli medesimo aveva steso un articolo di maniera. Il pensiero aveva abbandonato gli scritti per rifugiarsi tutto nei discorsi privati. Lo scritto era un’esercitazione vuota di significato ad uso della censura.»

È questo che sta alle radici dello stato di malessere dell’autore, chiaramente percepibile e manifestatosi nel ripudio delle proprie opere giovanili, come se si trattasse di dover guarire dagli errori commessi attraverso un’espiazione faticosa e ricca di turbolenze.

Questo processo di espiazione prosegue e Brancati scrive nel dicembre 1950 in Diario Romano:

«Chi non è vissuto per alcuni anni nell’esercizio continuo di una ripugnanza così attiva non può dirsi al sicuro dai mali del nostro secolo. La nausea, di cui gli esistenzialisti parlano con superficiale gravità è un vero e proprio stato di grazia in talune epoche: essa denuncia, come il battito del polso, la vita. Ma noi speravamo che la nostra nausea, una volta rivelata e scritta nell’epoca della libertà, dovesse immunizzare i giovani che non l’avevano provata. Non sembra che sia così, almeno per i meno intelligenti e civili. E noi li vediamo con raccapriccio rimasticare beatamente una materia vomitevole.» [Diario Romano, a cura di S. De Feo e G. A. Cibotto, prefazione di L. Sciascia, Milano, Bompiani, 1984, p. 259-260]

Credo che non sia difficile scorgere in queste righe addirittura una sorta di visione profetica che stende le sue ali fino alla contemporaneità. Il cammino di Brancati, con la sua iniziale adesione al fascismo e poi la necessità esistenziale di esorcizzare questa attraverso una riflessione metastorica, finisce per risultare una delle inversioni di marcia più significative operate da un intellettuale italiano nella seconda metà dello scorso secolo. Tanto più significativa perché scevra dall’adesione ad altro “ismo” a lui contemporaneo e magari anche di gran moda. Dello stesso Sartre, da lui evocato abilmente nella citazione sopra riportata, scrive qualche anno dopo:

«I contenti di vivere nel loro tempo, hanno trovato altre ragioni per essere contenti di vivere nel loro tempo: esercitando, con finezza singolare i poteri della smemoratezza, hanno dimenticato certe cose scritte dai teorici del fascismo per impararle di nuovo nelle pagine di Sartre.» [I contenti di vivere nel proprio tempo in Il borghese e l’immensità. Scritti 1930/1954 a cura di S. De Feo e G. A. Cibotto, Milano, Bompiani, 1973, p. 155]

Nelle pagine di I fascisti invecchiano si percepisce chiaro il disagio che l’autore prova per il proprio passato (e per il suo asservimento intellettuale emerso con alcune sue opere come Everest e Piave [vedi anche la nota biografica in questa biblioteca Liber Liber. Manuzio]). L’inizio del capitolo Istinto e intuizione lo esprime senza esitazione:

«Sui vent’anni, io ero fascista sino alla radice dei capelli. Non trovo alcuna attenuante per questo: mi attirava, del fascismo, quanto esso aveva di peggio, e non posso invocare per me le scuse a cui ha diritto un borghese conservatore soggiogato dalle parole Nazione, Stirpe, Ordine, Vita tranquilla, Famiglia, ecc. Per effetto di non so quale triste tendenza, che si annidava nel fondo della mia natura, e che ancor oggi mi fa dormire con un solo occhio come il custode nella casa già visitata dai ladri, sui venti anni io mi vergognavo sinceramente di ogni qualità alta e nobile e aspiravo ad abbassarmi e invilirmi con lo stesso candore, avidità, veemenza con cui si sogna il contrario.»

Questa sorta di autoanalisi relativa agli anni della dittatura è uno degli esempi più fulgidi della riflessione intellettuale su questi argomenti; forse non sono poche le tematiche tipiche dell’Italia (e non solo) che Brancati aveva compreso molto meglio di altri pensatori più accreditati. Partendo dalla propria passione per la letteratura e dal suo acuto spirito di osservazione che lo portavano a notare con chiarezza le contraddizioni dei comportamenti sociali, giunge ad una spietata autocritica dei propri trascorsi fascisti. La contiguità di queste riflessioni con alcuni spunti presenti nella sua opera narrativa (certamente con Il bell’Antonio e con Paolo il caldo) impreziosiscono e rendono ancora più interessanti queste pagine.

In ogni pagina chi legge può trovare spunti di riflessione importanti e suggerimenti di percorsi di studio e approfondimento di grande interesse. Tra i tanti sottolineo quello relativo al “razzismo morale” facendo riferimento a un filosofo francese, Julien Benda, e che conclude il capitolo Istinto e intuizione. Benda, che spesso è ricordato come il “Benedetto Croce francese” (nonostante che sul finire della propria vita sia senilmente scivolato sulle bucce di banana dello stalinismo) permette a Brancati di sottolineare il suo profondo sentire liberale e libertario. Così conclude questa parte della sua riflessione e nella “trasformazione” descritta non è difficile vedere la giustificazione per la trasformazione che ha coinvolto lui stesso:

«Di nessun essere, che abbia il nostro viso, si può finir di sperare, in nessun momento, che, in seguito a un atto di volontà o a un «lampo interno», egli divenga, non dirò un uomo onesto, ma addirittura un santo. Se noi siamo privi di una simile fiducia, non potremo dirci moralmente maturi, e presto decadremo al grado di fatalisti, per passare subito a quello di fanatici. Considerando bestie taluni colpevoli (o immorali, o amorali), perderemmo anche noi il diritto di chiamarci uomini perché un simile giudizio ci avrebbe fatto scivolare giù dal primo gradino della moralità. L’amore non deve confondersi con la giustizia (su questo punto, Benda dice cose di grande importanza). Ma la giustizia non può, al fine di garantire sonni tranquilli ai suoi ministri, chiedere alla ragione di accecarsi a tal punto da vedere sui patiboli, non più uomini, ma animali.»

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

Non so come i nostri pittori non abbiano sentito il bisogno di tramandare ai posteri la faccia del fanatico! È una faccia che di tanto in tanto emerge dal mare dell’umanità, ma forse mai, nemmeno ai tempi della Riforma e Controriforma, con l’opacità, chiusura, assolutezza di questi ultimi vent’anni. I libri e le opere (leggi: distruzioni) di siffatti rapiti, entusiasti, obbedienti, disposti a tutto fuorché a tollerare, ragionare e amare, rimarranno senza dubbio come una grave testimonianza; ma tutti insieme i libri, i giornali, gli opuscoli, le distruzioni, le armi e gli strumenti di tortura non faranno intuire il segreto dei nostri tempi con la rapidità e intimità con cui certo li farebbe una faccia di fanatico rimasta a vivere su una tela. Nel punto perfettamente opposto a quello in cui ragione e Cristianesimo hanno generato la tolleranza, dalla parte dell’universo in cui la notte permane eterna, sono spuntate queste facce. Una crudeltà priva di follia e di rimorsi, una pedanteria priva di scienza, una ingegnosità senza fantasia o estro, una barbarie senza candore e una corruzione priva di estetismo e perfino di mollezza, una vocazione al male miseramente occultata da nubi di stupidità, uno sguardo rivolto in basso con lo sconcio rapimento di chi ha scambiato la terra per il cielo, una bocca che si serra con stento per masticare comandi sebbene già palesemente slabbrata da urli servili, lo sprezzo del dinamitardo e il vestire del caporale, linguaggio di ribelle e stipendio d’impiegato, un essere in tutto beffato dal demonio, e pazzamente orgoglioso della sua sconfitta, ecco il soggetto del nostro quadro!

Scarica gratis: I fascisti invecchiano di Vitaliano Brancati.