In una lettera alla sua amica Marguerite Moreno, la quale voleva scrivere la storia della propria vita, Colette rispose con estrema chiarezza: «Hai descritto la maggior parte dei tuoi personaggi come se tu stessi facendo i compiti a casa – ti conosco, i tuoi stessi personaggi ti hanno infastidito Te lo dico come lo direi a me stessa, e con la stessa durezza.
Ma tu, che sei la magia in persona quando racconti una storia, perdi la maggior parte dei tuoi effetti nella scrittura, li trascuri o li sbiadisci. Il tuo racconto, se me lo narrassi a voce, sarebbe sbalorditivo. Lo scrivi e cosa trovo? “La signora A. esercitava uno spirito critico, emetteva giudizi senza indulgenza, ecc. Un coro di adulatori gli diede la risposta – la conversazione aveva preso una piega amara. Si fece strada tra gruppi compatti. Cominciarono a giudicarlo – uno scatenamento della malvagità umana – esclamazioni beffarde, fasi di derisione, ecc.” Capisci che in tutto questo non una sola parola mostra o fa sentire coloro di cui stai parlando? […] Nessuna narrazione, per l’amor di Dio! Tocchi e colori distaccati. […] Cosa mi stai mostrando scrivendo questo? Squeak. Dammi un’ambientazione, degli ospiti e persino dei piatti, altrimenti non funzionerà. Liberati. E cerca, oh mio Dio, di nasconderci che ti annoi a scrivere. Scrivi con i sensi!» [riportato da Katherine Pancole, Préface a Claudine a l’école/Claudine a Paris, Archipoche, 2014]
Troviamo in questi un po’ rudi consigli tutta la “religione” della scrittura di Colette. La cui narrazione è rigurgitante di dettagli, i “dettagli divini” che Nabokov sottolineava ed elogiava nelle sue lezioni di letteratura. Abbiamo conosciuto questa “religione” per la prima volta in Claudina a scuola e la ritroviamo in Claudina a Parigi; seguiamo la protagonista nei suoi vagabondaggi lungo percorsi che non la divertono, dove l’aria delle strade rende l’interno del naso nero quando si torna a casa, scopriamo i grandi magazzini, le parigine (i tre quarti delle donne) che hanno il sedere sui calcagni; poi facciamo conoscenza con Marcel (Marcello), il suo bel cugino effemminato che sembra fatto di zucchero, il padre di Marcel, Renaud (Rinaldo).
Claudine si ammala di dolore per non essere più a Montigny. Si consola con dei «Balzac ristacciati che nascondono fra le loro pagine delle briciole di antiche merende» e sospira sentendosi lontana da se stessa. Ma Renaud le bacia la mano e «ho il tempo di sentire la forma della sua bocca». Renaud sfiora Claudine, lei gli si getta al collo e vi si aggrappa in lacrime; si domanda poi: «Allora vuol dire che è il vero amore questo, proprio il vero? Sì, perchè nessun posto m’è caro, altro che la sua spalla, dove, rannicchiata, gli tocco quasi il collo con le labbra».
In realtà a Colette non piacciono i libri di Claudine: «Non pensavo che il mio primo libro fosse un granché, né i successivi tre. Col tempo, non ho cambiato molto idea e giudico tutti i libri di Claudine con molta severità». La realtà è probabilmente che non riesce a sentire suo questo successo visto che è firmato Willy e lui ne detiene tutti i diritti. Ma in questi romanzi troviamo già tutti gli elementi caratteristici della scrittura di Colette. E se consideriamo che il romanzo è del 1901 (del 1907 la traduzione italiana, anonima, dalla quale abbiamo tratto questa edizione elettronica) le descrizioni di amori omosessuali sono certamente audaci. Colette anticipa la sua idea di questi amori che estrinseca poi in romanzi successivi, quelli del periodo nel quale aveva conosciuto e frequentava Mathilde de Morny (Missy); leggiamo ad esempio in La vagabonde (1910) una delle sue prime dichiarazioni di donna libera: «Due donne abbracciate non saranno mai per un uomo altro che una coppia di perverse, e non l’immagine malinconica e toccante di due debolezze, che forse si rifugiano l’una nelle braccia dell’altra per dormire, piangere, sfuggire all’uomo spesso malvagio, e assaporare, meglio di qualsiasi piacere, l’amara felicità di sentirsi simili, minuscole, dimenticate…» Ma successivamente in L’entrave (1913) leggiamo: «Femmina ero, e femmina mi ritrovo, per soffrirne e goderne». Questi brevi riferimenti occorrono per inquadrare il personaggio di Claudine che, come detto, racchiude in embrione buona parte delle caratterizzazioni successive dei personaggi di questa scrittrice.
In Claudine à Paris il diario della protagonista narrante si apre con la decisione del padre di seguire da vicino la pubblicazione del suo trattato di malacologia, e per farlo più agevolmente si trasferisce con la famiglia (cioè Claudine, la balia e domestica Melia e la gatta Fanchette) a Parigi. Il rimpianto per l’aria libera di Montigny sostituita da un appartamento tetro e quasi privo di luce fa ammalare Claudine di una febbre cerebrale che dura un paio di mesi. Ristabilita, convince il bizzarro padre a far visita a una zia che abita a Parigi. Qui conosce dapprima Marcello, di cui la zia Cœur è nonna e il padre di lui Ronaldo, vedovo della figlia di zia Cœur, uomo maturo ma affascinante che non nasconde affatto la propria avversione per il carattere e le inclinazioni sessuali del figlio. A Parigi Claudine incontra anche Lucia, che abbiamo già conosciuta nel precedente romanzo, e che con Claudina aveva uno strano rapporto di amore e sottomissione. Lucia è fuggita dalla scuola per sottrarsi ai maltrattamenti della sorella e della direttrice divenendo l’amante di un anziano e laido parente molto ricco. Claudina ascolta la storia dell’amica ma quando questa le offre il proprio affetto, con più consapevolezza e determinazione di un tempo, fugge decisa a non rivederla. Di contro ricerca sempre più spesso la compagnia di Rinaldo, fino a svelargli, una sera di ritorno da teatro e certamente un po’ “brilla”, il suo amore. Ma i problemi sorgono da Marcello che teme di veder svanire la consistente eredità paterna e muove a Claudina accuse ingiuste. Il finale è intuibile già dal titolo del romanzo successivo (Claudine en ménage, 1902 – Claudina maritata), ma la lettura dello stesso è irrinunciabile, tra la reazione del padre di Claudina e quella del povero signor Maria, scrivano del padre e a sua volta innamorato di Claudina. Quindi gli sviluppi li potremo leggere nel prossimo romanzo del ciclo che in edizione italiana fu pubblicato sempre nel 1907.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Oggi ho ripreso a scrivere il mio diario, forzatamente interrotto durante la mia malattia, la mia gran malattia, perchè veramente credo di essere stata molto ammalata!
Non mi sento ancor bene in salute; ma il periodo della febbre, che ha dato tanto a temere, mi sembra ormai passato. Certo io non so concepire come vi possano essere delle persone che vivono a Parigi per semplice diletto, senza esservi costrette dalla necessità; tuttavia comincio a comprendere come ci si possa interessare di quanto accade in queste grandi scatole di sei piani.
Ma, per l’onore del mio manoscritto, bisogna che vi racconti perchè mi trovo a Parigi, perchè ho lasciato Montigny e quella Scuola sì cara e sì fantastica, dove la signorina Sergent, noncurante delle dicerie della gente, continua ad amare teneramente la sua piccola Amata, mentre le allieve fanno il diavolo a quattro; bisogna che io dica perchè il babbo ha lasciato le sue lumache; e poi, e poi…. mi sentirò molto stanca quando avrò finito! Sappiate che io sono più magra dell’anno passato e un po’ più lunga, e nonostante i miei diciassette anni finiti ieri l’altro, ne dimostro sedici appena. Vediamo un po’: guardiamoci nello specchio. Oh, sì!
Scarica gratis: Claudina a Parigi di Colette.



