di Manuela Cazzaro

La mia giornata inizia, come sempre, con un lungo e soddisfacente sbadiglio. Mi stiracchio punzecchiando con le unghie il mio cuscino e faccio un salto fino al davanzale per l’immancabile rituale di pulizia davanti alla finestra. Mentre mi inumidisco una zampa e me la passo sul muso, gli umani si infilano addosso delle strane cose colorate. Forse è per il freddo, o forse vogliono mimetizzarsi, ma non gli riesce molto. Una leccata e qualcuno apre una porta, un’altra e qualcun altro esce. Mi pulisco le orecchie, mentre le loro piccole ciotole finiscono sotto l’acqua. Con la lingua ruvida pettino la pancia e la schiena, intanto loro prendono oggetti, ne spostano altri e continuano ad andare avanti e indietro. Quando ho finito, il mio pelo luccica al calore dei raggi del sole. Loro, invece, sono già spariti oltre la finestra.

Il mio umano ha mani grandi e un buon odore, è molto generoso con le crocchette e… vola.

Sì, vola.

Tutti i giorni resto ore ad osservarlo mentre il vento lo solleva, seduto su degli aggeggi colorati che tiene nel capannone. Hanno delle grandi ali che ricordano quelle degli uccelli, ma che restano sempre tese, anche quando sono a terra. Sotto alle ali c’è un sedile dove il mio umano si infila, un po’ come faccio io nella mia cesta, solo che lui non lo usa per dormire. E poi corrono veloci, facendo un rumore infernale, fino a che le tre zampette tonde non si staccano dal suolo. Lui li chiama “deltaplani a motore”.

Non ci avevo mai pensato molto prima ma, guardandolo giorno dopo giorno, ho iniziato a credere che abbia qualcosa che a me manca. Non sembra esserci niente che gli esseri umani non possano fare, trovano sempre un modo per riuscire in cose che non sono nella loro natura. Proprio come volare. Certo, io sono un gran saltatore e la mia coda mi permette di fare ottimi atterraggi, ma non è certo la stessa cosa che volare. Con un balzo scendo dal davanzale e mi avvio verso la porta. È quasi ora.

Dal capannone spunta un’ala, poi il resto. Oggi è quello giallo, il più grande. È il mio preferito perché ha due posti, e mi immagino seduto accanto a lui, in alto nel cielo. Penso che lassù tutto debba essere più bello.

A dire la verità ci ho anche provato: da giorni all’orario della partenza mi piazzo sul seggiolino. Ma il mio umano non sembra proprio capire le mie intenzioni. Ogni volta cerca di distrarmi con una manciata di crocchette e mi rimette a terra ridendo. Ieri, per chiarire che non ero lì seduto per caso, sono rimontato sul deltaplano per ben tre volte di fila. Niente da fare. Alla fine ha messo la sua grande mano sotto la mia pancia, mi ha portato nel mio cesto, chiudendomi la porta di casa sul naso.

Io però non demordo! Anche oggi sono pronto per un nuovo tentativo. Seguo con lo sguardo il mio umano in ogni movimento mentre controlla una cosa, poi un’altra, poi un’altra ancora e le spunta dalla lista. Ormai la conosco quasi quanto lui: motore, cinghie, carburante, ali… tutto deve essere perfetto prima di decollare.

Manca poco, questo è il momento per avvicinarmi al deltaplano e tentare la fortuna. Per qualche secondo immagino come sarà stare accanto a lui, con il vento sul muso e tutto il mondo a portata di zampa. Ma quando mi giro… c’è un’umana seduta sul mio seggiolino. Questo mi fa rizzare il pelo sulla schiena. No, non è giusto!

Non voglio arrendermi, oggi non resterò a terra. Mentre gli umani sono distratti a parlare, zampetto sui cuscinetti senza essere visto, silenzioso come solo noi gatti sappiamo essere, e mi infilo tra le ruote, sotto al deltaplano. Sbircio in alto e trovo un varco per salire sulla struttura. Un balzo, poi un altro, ed eccomi sulle ali, con la pancia schiacciata contro la tela ruvida, nascosto proprio sopra la testa dei due umani. Nessuno si accorge di me. Un giro di chiave e il ronzio del motore innesca nel mio cuore un battito accelerato.

Sta per succedere davvero!

Ci muoviamo sulla pista sempre più veloci e il vento mi accarezza il pelo mentre ci solleviamo. Le mie unghie affondano nel tessuto teso delle ali. La terra si allontana sempre di più e io mi sento vivo come mai prima. Finalmente sto volando! Guardo in basso e osservo tutto con occhi spalancati, tanto che mi bruciano un po’. Ma non li chiudo. Voglio riempirli di tutto quello che posso vedere da quassù. Non voglio perdermi niente. Le mie unghie affondano sempre di più nella tela, e i baffi vibrano di eccitazione.

Dall’alto il mondo sembra un formicaio. Laggiù, vicino alla siepe, c’è qualcosa che si muove. Cerco il suo odore, ma il vento mi passa attraverso il pelo senza portare con sé nessun aroma. Se fossi a terra potrei infilare il naso tra i fili d’erba e seguire una traccia per capire chi è passato di lì. Agito il naso e cerco ancora. Niente. Non arriva l’odore dei topi o delle lucertole nascoste nel prato, nemmeno la puzza pungente lasciata da qualche altro intruso nel mio territorio.

Tutto quel mondo sotto di me, eppure non riesco a sentire nulla. Persino l’odore del mio umano, che riconoscerei tra mille, è stato spazzato via. Allungo una zampa verso il basso, cercando di toccarlo, ma sotto non trovo che aria fredda. Lui però percepisce il movimento, alza la testa e i suoi occhi diventano più grandi quando incontrano i miei. Fa una smorfia, forse anche i suoi occhi bruciano per il vento. Il deltaplano fa una curva e torna verso la pista, abbassandosi di quota.

Quando torno a terra, salto giù e subito sento la zolla umida sotto le zampe. L’aria è più tiepida e il naso ricomincia a raccontarmi il mondo. Persino il fetore di quel cane che passa sempre dall’altra parte del campo mi sembra meno sgradevole. Annuso. Eccolo, il mio umano. È sceso dal suo seggiolino e mi guarda ancora con gli occhi spalancati. Mi avvicino e strofino il muso contro la sua gamba.

I giorni passano e io sono tornato sul davanzale a osservarlo mentre si prepara per il volo. Alla lista dei controlli ha aggiunto una voce: “controllare dov’è il gatto”.

Non preoccuparti, umano. Io sto bene qui.

Un insetto mi sfiora il muso. Una vibrissa si muove e la mia zampa parte da sola.


Questo racconto fa parte del progetto LiberBimbi.