di Nadia Cerchi

C’era una volta in un paese lontano lontano… anzi no… ricominciamo.

C’è adesso, in un paese vicino vicino… un posto piuttosto particolare. Lo chiamo posto perché non è un paese preciso, con dei confini, con un suo nome proprio, con un numero specifico di abitanti: se guardi a Nord lo vedi, se getti lo sguardo a Sud lo trovi, si estende da Est a Ovest, superando montagne e mari. Insomma è un “posto” largo e lungo che comprende quasi tutto il mondo ed è… particolare.

Perché? Mi chiederai. Perché tutte le persone che vivono in questo luogo vivono dentro ad una BOLLA. Bolle piccole per i bambini, bolle più grandi per gli adulti: bolle speciali per le mamme e per i papà, bolle per i nonni, bolle per gli zii, bolle per i parenti e per gli amici, bolle anche per gli sconosciuti. Quando nasce un bimbo, all’inizio sta nella bolla con la sua mamma, ma quando diventa un po’ più grandicello riceve una bolla tutta sua, della giusta misura, che cresce con lui.

Il bimbo si sente orgoglioso e tranquillo, perché una bolla ce l’hanno tutti e lui o lei non vede l’ora di averne una tutta per sé. Queste bolle hanno una caratteristica: da rotonde che sono, possono cambiare forma adattandosi perfettamente al corpo di chi le indossa e, grazie alla loro elasticità, sono in grado di inglobare tutto ciò che serve, da un panino ad un intero frigorifero, senza in genere rompersi. Protetti dalla bolla si può fare qualsiasi cosa: giocare, correre, cucinare, guardare la tv, fare delle belle passeggiate, andare a scuola e a lavorare. Solo una cosa non si può proprio fare: toccarsi.

Non puoi dare la mano al tuo amico, non puoi abbracciare la nonna, non puoi giocare a “Ce l’hai” e, anche se a volte ne avresti tanta voglia, non puoi tornare a fare le coccole nella bolla della mamma. Per i bambini è una cosa normale, sono nati e cresciuti così, con le loro bolle. I grandi ci fanno poco caso perché sono sempre indaffarati a fare una cosa o un’altra, a trovare soluzioni a questo o a quel problema. I nonni invece camminano piano, attenti a non inciampare nelle loro sfere e intanto pensano e… ricordano.

Nonna Rica è una tipetta piccola e rotondetta, quasi della forma della sua bolla; è sempre in movimento perché deve inseguire le 5 bolle dei suoi nipoti che saltellano ovunque. “Feeermi! State attenti!!! Non dovete rompere le bolle o sono guai!” Quando ha il fiatone e non ce la fa proprio più, ha però trovato un sistema. Tira fuori un libricino di panno verde, vecchio come lei, pieno di immagini ferme e un po’ scolorite: delle fotografie.

I bambini lo guardano sempre incuriositi perché nessuno stampa più le fotografie: si fanno post, selfie, video che girano veloci sul web e mai penserebbero di stare fermi dentro a un albumino, visti solo da poche, scelte persone. Perciò, quando la nonna lo tira fuori dal cassetto del suo comò, subito si fermano, consapevoli del privilegio che li aspetta.

Rica, quando c’è bel tempo, si siede in giardino sotto il glicine violetto che spande nell’aria il suo intenso profumo che solo le api percepiscono. Già, perché nel paese delle bolle non si sentono più né profumi né odori. Questa è una fortuna quando vai in bagno per fare la cacca, ma è un po’ un peccato quando dal forno esce la torta di mele che diffonde nell’aria la sua deliziosa fragranza. Questo la nonna lo sa, ma i bambini no. Perciò si siedono sotto il glicine e basta, scacciando l’ape che curiosa si avvicina troppo e tesi con lo sguardo per scoprire quale immagine sarebbe uscita quella volta dal prezioso libricino.

Oggi ecco comparire un tendone rosso, delle luci, delle poltrone… e quelli cosa sono? “Io lo so, io lo so!” strilla Tommy con aria da saputello ”Sono degli strumenti musicali! Quello là piccolo è un violino.” “Bravo bimbo mio. Questa è una orchestra. Quello è un palcoscenico e questo ERA… UN TEATRO” e gli occhi della nonna per un attimo si socchiudono inseguendo un ricordo.

“Un teatro? E che cos’è?” chiedono in coro i bambini incuriositi. “Un posto meraviglioso dove potevi sognare ad occhi aperti, dove le storie che leggevi sui libri prendevano forma e si trasformavano in personaggi reali che ti facevano piangere o ridere. Quelli invece erano dei musicisti coi loro strumenti da cui uscivano melodie appassionate, tristi o gioiose che ti facevano volare il cuore”. “Ma quindi sono esistiti davvero i teatri?” chiede stupito Matteo “Io li ho visti su internet ma credevo fossero lo sfondo per un nuovo videogioco.” “Certo bimbo mio. Il nonno Pino mi ci portava spesso, a lui piaceva tanto sentire la musica” e con un velo di tristezza negli occhi la nonna chiude il libricino.

Forse non ti ho detto che le bolle non sono sempre trasparenti, possono cambiare colore in base al tuo umore: ci sono bolle super colorate per i giorni di festa, bolle azzurrine per andare a spasso, bolle nere quando sei arrabbiato e non vuoi farti vedere, vanno bene tutte, tranne le bolle grigie.

Quando una bolla diventa grigia è segno che qualcosa non va, in qualche punto si deve essere bucata e comincia a sgonfiarsi. Allora bisogna correre subito dal “Dottore delle bolle” che prova ad aggiustarla pompandoci dentro dell’aria. A volte il sistema funziona e la bolla torna bella come prima, altre volte non c’è niente da fare e la bolla diventa sempre più stretta, finché non ci stai più dentro. A quel punto accade una cosa strana: la bolla vola via portandoti con sé. Agli altri non resta che guardarla salire in alto, sempre più in alto, salutandola con la mano e aspettando di vederla scomparire nel profondo blu del cielo.

Al nonno Pino era successo così, era volato via. La nonna lo aveva seguito con lo sguardo e anziché salutarlo con la mano gli aveva mandato un bacio. “Ci rivedremo” aveva sussurrato e poi si era rimessa a inseguire i nipoti.

La vita andava avanti. Infatti fu proprio così. Da lì a poco le sarebbe nata una nipotina a cui diedero il nome di Asha.

Asha si era dimostrata subito una tipetta arzilla che sapeva bene ciò che voleva. Appena nata aveva lanciato uno strillo così acuto che aveva svegliato tutti i neonati del reparto, poi si era attaccata con entrambe le mani alla sua mamma e da quel momento aveva bevuto così tanto latte che era cresciuta molto in fretta. Con lei crescevano i suoi ricci capelli, di un rosso rame da fare invidia al sole al tramonto. Aveva imparato prestissimo a camminare, anzi a correre, ma non una sola parola usciva dalla sua bocca. Per esprimersi usava una specie di bisbiglìo, quasi un ronzìo, che solo nonna Rica, con la sua pazienza, aveva imparato a capire.

Venne il giorno della consegna delle bolle ai bimbi nati nell’anno di Asha. Nella piazza cittadina il Sindaco sfoggiava la bolla dorata delle grandi occasioni; da un altoparlante si sentiva la sua voce amplificata che, ad uno ad uno, chiamava i bambini. A quel richiamo i genitori dovevano avvicinarsi al palco insieme al figlio/a, dargli l’ultimo bacio, un forte abbraccio e affidarlo all’addetto delle bolle che, prese un paio di misure, lo infilava in una bellissima, trasparente, nuova bolla. A quel punto si alzava dal pubblico un fragoroso applauso e il bambino o la bambina, impettiti e orgogliosi, rotolavano via per andare a godersi la “Festa delle nuove bolle”.

Venne il turno di Asha. Il Sindaco chiamò il suo nome, lei guardò fissa i suoi genitori e non si mosse. “Su tesoro, è il tuo turno” le disse la mamma spingendola delicatamente fuori dalla bolla materna “non aver paura, è il tuo momento, sei diventata grande!” Asha, poco convinta, fece tre passi verso il palco e si fermò. Sentì contro la schiena la bolla del papà che con una certa decisione la spingeva in avanti.

“Su bimba, stanno aspettando te. Vedrai che sarà divertente avere una sfera tutta tua: potrai rotolare giù dalla collina e ballonzolare con i tuoi amici che già ti stanno aspettando alla festa. Coraggio!”

A 6 anni si è già grandi? Si chiedeva Asha mentre poco convinta si avvicinava all’addetto delle bolle che l’aspettava impaziente per prenderle le misure. No. E fece una capriola. “Ferma piccola o non riesco a misurarti” E lei si mise a testa in giù. “Vuoi giocare eh? Ma noi non abbiamo tempo.” iniziò a spazientirsi l’omino lanciando un’occhiataccia ai genitori. “Asha, per favore calmati” le sussurrò la mamma e lei si fermò.

L’addetto stava per infilarla in una bolla di una misura presa alla bella e meglio, quando la bimba lanciò uno strillo così acuto che la bolla scoppiò e Asha scappò via. La folla esterrefatta fece un lungo “OOOHHHHH!!!!” e ai genitori preoccupati non restò che rincorrere la figlia.

La trovarono sotto il glicine violetto in compagnia della nonna che, con un cenno del capo, fece loro segno di lasciarle sole. “Bimba mia, ti capisco e ti prometto che nessuno ti obbligherà a entrare nella bolla se non vorrai. Devi però capire una cosa, la bolla serve a proteggerti. Lo so che a volte può risultare un po’ scomoda, ma è molto utile e può essere persino divertente.” Asha cominciò a emettere i suoi sonori bisbiglii e le api cominciarono a fare intorno a lei una specie di girotondo.

La nonna, che ben la comprendeva, le rispose: “Lo so che è molto triste non potersi più abbracciare, darsi dolci carezze e baci, ma devi sapere che l’aria del luogo dove viviamo non è più respirabile. Se una bolla si buca e l’aria esterna entra, l’involucro inizia a ingrigirsi e a sgonfiarsi, finché con un ultimo soffio vola via portando con sé chi c’è dentro. Tu non l’hai conosciuto, ma al nonno Pino è successo proprio così.” E gli occhi della nonna per un attimo si socchiusero inseguendo un ricordo.

“SSSzzzzzz… bzzzz?”

“Quando l’aria è cambiata?” riprese la nonna “Io ero una bambina come te. È passato così tanto tempo che fatico a ripensare a com’era la vita prima. Mi aiutano le fotografie a risvegliare i ricordi, anche se a volte ricordare fa un po’ male”. Asha entrò nella bolla della nonna e l’abbracciò.

Rica ebbe un sussulto, ma la lasciò fare. Passarono i giorni. Asha non poteva più giocare coi suoi amici, chiusi nelle nuove bolle colorate, i loro genitori non volevano. “La vostra amica presto si ammalerà e se voi le state vicino farà ammalare anche le vostre bolle”. E i bimbi, ubbidienti, quando la vedevano la salutavano da lontano.

Le dispiaceva un po’ per la mamma e il papà che non erano visti di buon occhio dai vicini perché non la obbligavano a infilarsi in una bolla, ma con dolcezza e pazienza cercavano di spiegargliene le ragioni, in attesa che lei cambiasse idea. A farle cambiare idea ci avevano provato anche il Sindaco, il Prefetto, il Capo dei Pompieri, il Farmacista, la sua Maestra e persino il Parroco, ma lei era irremovibile.

Ormai sempre più spesso andava a rifugiarsi sotto il glicine violetto ad ascoltare le api. Sì, perché lei il loro ronzio lo capiva e loro capivano lei. Così un giorno sentì le sue piccole amiche raccontare delle montagne ai piedi delle quali cresceva un fiore particolare: una primula color violaciocca. Il suo profumo era così intenso da inebriarle e da guidarle attraverso la valle fino a raggiungere il campo dove ne crescevano a distese.

Quando, stanche del lungo viaggio, le api arrivavano a destinazione, si tuffavano tra quelle dolci corolle per fare scorta di nettare e intanto il polline si attaccava alle loro zampette posteriori. Sulla strada del ritorno, a guardare contro luce attraverso un raggio di sole, si sarebbe vista una leggera pioggerella dorata formare una scia al loro passaggio. Arrivate al glicine, nel fare il loro solito girotondo intorno ad Asha, inconsapevolmente la ricoprivano di quella polvere “magica”. Lei rideva di un riso argentino, colta come da un improvviso solletico.

Giorno dopo giorno la bimba cresceva, allegra, serena e… senza una bolla, avvolta solo dall’amore dei suoi genitori e della sua nonna. Le spiaceva non poter andare a scuola e a giocare con i suoi compagni e la rattristavano gli sguardi di rimprovero che le persone le lanciavano, sguardi che però ben presto divennero di stupore nel vederla crescere senza ammalarsi.

Quale mistero era mai questo? Forse lì fuori l’aria era diventata respirabile? Eppure ogni giorno si vedevano ancora volare verso il cielo delle bolle grigie… E quindi? Fu la nonna a risolvere la questione. Andandosi a sedere sotto il glicine con la sua adorata nipotina, la sentì parlare con le api: “Shhhh… Bzzzz”, “Zzzzzzz… Pssss”.

“Bimba mia, cosa vi siete dette di bello?” le chiese la nonna per nulla stupita. Asha le raccontò delle montagne, dei fiori color violaciocca e del solletico che le faceva il girotondo delle api al loro ritorno. Nonna Rica capì. Emise un profondo respiro e disse: “Proviamo, non ho nulla da perdere, so che nonno Pino mi aspetta…”

Lentamente uscì dalla sua bolla e iniziò a cantare il canto delle api che subito si misero a girarle intorno. Mentre l’invisibile polverina dorata scendeva su di lei, percepì il profumo del glicine e si sentì felice. Strinse tra le braccia la bambina, come da tanto tempo non poteva più fare e tornarono a casa. Passò un giorno, ne passarono 2 e poi 3, una settimana e poi 2 e poi 3 e la nonna non ingrigiva, anzi sentiva in sé come un’energia rinnovata, un nuovo vigore, una nuova forza vitale che la invadeva. Ogni volta che le api erano tornate dalla montagna col loro bottino di polline, la nonna aveva portato sotto il glicine prima la mamma di Asha, poi il papà e quando aveva visto che anche loro godevano di ottima salute e rinnovate energie, aveva portato anche i 5 nipoti.

Il paese non riusciva a capacitarsi di come l’intera famiglia godesse di ottima salute e non avesse più bisogno di utilizzare le bolle. Li guardavano con invidia e la nostalgia suscitata dai loro baci e abbracci prese il sopravvento. Il Sindaco chiamò a raccolta i più famosi scienziati da Nord, Sud, Est e Ovest del paese che parlarono con nonna Rica e anche con Asha che intanto era cresciuta ancora un po’ e sapeva parlare benissimo, perché ora di cose da dire ne aveva parecchie. Così anche loro capirono: era il fiore, con il suo polline, che faceva star bene.

Non persero tempo, andarono ai piedi delle montagne, raccolsero fiori e semi stando ben attenti a non impoverire troppo il campo da cui le api traevano il loro prezioso nettare. Iniziarono a coltivare la primula violaciocca a Nord, Sud, Est e Ovest e man mano che il polline era pronto, lo mettevano a disposizione dei sempre più numerosi coraggiosi che uscivano dalla loro bolla per riprovare l’ebrezza della libertà.

Non è stato facile: all’inizio bolle grigie sono salite ancora al cielo e c’è stato chi, cresciuto con la sua bolla, non voleva lasciarla per un senso di grata sicurezza. Ma il tempo sta passando e sempre più bambini e giovani e adulti e anche anziani rinunciano alla loro bolla.

Il teatro dai tendoni rossi è stato riaperto e i musicisti, con gran gioia della nonna, hanno ripreso a suonare. La gente ha ricominciato a viaggiare da Nord a Sud, da Est a Ovest, sorrisi sono ricomparsi sui volti, mani si tendono per stringersi, passi si muovono verso abbracci dimenticati. Asha è tornata a scuola, a giocare con i suoi amici e quest’anno è stata l’ospite d’onore della “Nuova festa delle bolle”: bellissime, iridescenti bolle di… sapone!

“È ora di merenda!” urla Nonna Rica sfornando una torta di mele dal delizioso profumo. Mentre i 6 nipoti arrivano di corsa spingendosi per arrivare primi, Rica guarda con tenerezza e orgoglio la sua ultima nipotina e sussurra: “Grazie bimba mia. È merito tuo se qualcosa è cambiato, nei cuori di ognuno hai riacceso la SPERANZA”

E se guardi contro luce, attraverso un raggio di sole, potrai vedere una leggera pioggerella dorata scendere in ogni dove, mentre le api danzando sembrano bisbigliare un nome ssssssshhhhh.

N.d.A.: il nome Asha significa “speranza”


Questo racconto fa parte del progetto LiberBimbi.