di Elena Paparelli
Ecco, questa proprio non ci voleva!
“Piccolo, ti ho trovato un baby-sitter tutto per te”, mi ha detto trionfante la mamma.
E sarebbe questo il modo per non lasciarmi mai solo? Un baby-sitter! Da quando è diventata l’amica immaginaria di Siesta la Giraffa, la mamma scompare sempre sul più bello.
Raccogliamo le nocciole?
Puff!
Sparisce.
Corriamo insieme sugli alberi?
Puff!
Volatilizzata.
Esploriamo il parco?
Puff!
E chi l’ha più vista?
“Devi avere pazienza, tesoro”, mi ha detto “il lavoro di amica immaginaria è davvero impegnativo. Quando crescerai, lo capirai”.
Funziona così: quando Siesta la Giraffa la pensa, in genere prima di fare il suo breve sonnellino, mia mamma le appare davanti.
“E che fai con Siesta la Giraffa?”, le ho chiesto un giorno.
“Parliamo tanto e giochiamo anche di più. Io mi arrampico sulla sua testa e scivolo lungo tutto il suo collo lunghissimo, e ancora e ancora”. E aggiunge: “Vedrai che quando non ci sono, anche tu ti divertirai, con il tuo baby-sitter”.
Quando l’ho visto per la prima volta mi è preso un accidente. Sembra uno scoiattolo come noi, ma è grosso, grosso come un gatto. E invece di correre, avanza a saltelli come un piccolo canguro. E poi… ha un sorriso ebete sul muso che non va mai via! Che avrà poi sempre da essere felice? Non lo sopporto!
Boing, boing, boing.
“Amooooreeeeeeee”, il quokka si avventa su di me con una cascata di smancerie. Una montagna di pelo a caccia di coccole davvero spaventosa! Mi nascondo dietro la coda di mia madre ma lei – puff! – già non c’è più. Non so come, mi trovo quasi stritolato fra le zampe di questo gigante.
“Dai che ti porto a fare un giro nel parco della città”, mi dice. Poi mi piazza sul suo dorso e comincia a saltellare come un pazzo. Per strada ci guardano tutti, qualcuno ci scatta persino qualche fotografia. Non mi sono sentito mai tanto osservato! Un po’ mi vergogno ma… un po’ mi fa anche piacere. Ecco, l’ho detto!
“Che ne dici se ti porto in cima a questo albero?”, mi chiede, ma non faccio in tempo a rispondere che già prende ad arrampicarsi sul fusto chilometrico. Arriveremo più in alto del collo di Siesta la Giraffa? Mi piacerebbe proprio. Lassù, ho quasi le vertigini e mi stringo al suo mantello. Detto fatto, mi vede e mi abbraccia spingendomi la testa contro la pancia.
“Ti manca la tua mamma?”, mi chiede a bruciapelo. “Vedrai che anche tu diventerai presto un amico immaginario. Non appena sarai davvero importante, anche solo per qualcuno”.
E chi ci pensa al futuro? Io voglio solo scendere da qui!
Clic, clic, clic, clic.
Guardiamo giù e uno stuolo di puntini ci inonda di scatti.
“Succede, sai, quando si è buffi come me! Non sono in tanti a sorridere sempre, come faccio io”, mi dice. “A volte vorrei proprio riuscire ad andare in letargo per avere un po’ di pace”.
Puff!
La mamma riappare e ringrazia Balzello. E Balzello se ne va per la sua strada, dove, non so. Nessuno sa niente di lui. Non so come, ma mi addormento come un sasso. E quando mi risveglio mi ritrovo di nuovo fra le zampe di Balzello. Il suo sorriso mi sovrasta.
“Che ne dici se oggi ti porto a conoscere le ranocchie dello stagno?”
Ma non dovrei accatastare noci?
Voilà!
Come non detto, in un batter baleno sono di nuovo sulla sua groppa e saltelliamo verso lo stagno. Le ranocchie sono tutte imbronciate e parlottano fra loro con rumorosi cra cra. Ma Balzello non si scoraggia, e si avvicina.
“Sono imbronciate perché sono ancora tutte in attesa di baci per trasformarsi. Sai, la favola?”
Mi prende in giro? Pensa davvero che le rane si trasformino in principi?
“Non necessariamente in principi”, mi dice senza farmi ribattere “qualcuno vorrebbe diventare un airone, qualcun altro uno scoiattolo come te, qualcuno un quokka come me”. E poi aggiunge: “E tu vorresti diventare una ranocchia?”.
Che razza di domande! Balzello fa sempre domande strane. E inopportune. Come questa: “Ti piace quando la mamma ti dà i bacetti sulla testa?”. Bleah.
Puff! Neanche l’avesse chiamata, la mamma riappare.
“Forza pigrone! Ancora non hai raccolto neanche una noce?”
Balzello se ne va da solo, come sempre.
“La sua mamma vive in Australia”, mi dice la mia. Mi sento per un attimo come il guscio schiacciato di una noce. E poi subito: “Dormi, pigrone, che domani ti tocca riempire il nido di ghiande!”. Invece sapete che cosa ho fatto, l’indomani? Sono andato con Balzello a esplorare il giardino di una abitazione di mattoni: c’era una sedia a dondolo, delle palle colorate, e la casetta di un cane rimasta disabitata.
“Perché non ci costruiamo il nostro rifugio?”, mi ha detto. “Riempiamolo solo di cose inutili. È un bel gioco, sai?”.
Io non sapevo proprio da dove cominciare: non conosco nessuna cosa inutile! Poi a poco a poco ho iniziato a metterci dentro cose a caso, e lui per ognuna mi spiegava la funzione.
“Dunque non esistono cose inutili?”, gli ho chiesto, stanchissimo.
Quando la mamma è sgattaiolata via con l’ennesimo puff! mi sono accorto che non vedevo l’ora di trovarmi di fronte a Balzello.
“Siesta la Giraffa per il momento non ha più bisogno di un’amica immaginaria. Sei contento che avremo più tempo per stare insieme, io e te?”
Credo che il mio mantello da rosso sia diventato bianco.
“Meglio così”, ho detto d’un fiato. E quando Balzello è venuto a trovarmi, la mamma gli ha detto tutto.
“Sono molto contento per voi due. A questo punto parto per l’Australia”, ci ha detto. Mi nascondo dietro la coda della mamma. Il suo sorriso adesso mi risulta insopportabile. Mi allunga una zampa.
“Tieni, questa è per te”.
È una semplice noce, come ne ho viste un milione.
“Non è come le altre. Quando sei triste, stringila con le zampette ed esprimi un desiderio”.
Sono le ultime parole che mi ha detto, prima di andarsene via. Così, la mia vita è ripresa come al solito: con la mamma mi arrampico sugli alberi, accatastiamo ghiande, mangiamo, saltiamo da un ramo all’altro. E nessuno, a cominciare dalla mamma, ha mai più parlato di Balzello. Ma io vado quasi tutti i giorni allo stagno a vedere se qualche ranocchia è diventata un airone o anche semplicemente uno scoiattolo come me. E quando la mamma schiaccia un pisolino, corro nel nostro rifugio a metterci dentro le cose che ho trovato per strada, sperando che siano inutili.
L’altro ieri sono anche salito da solo in cima all’albero del parco per vedere se avvistavo l’Australia da qualche parte, ma non mi è parso. Allora ho stretto forte la noce che mi ha regalato e ho desiderato tanto rivederlo.
Puff! È stato un attimo. Mi sono sentito lievitare in aria, leggero, e poi mi sono ritrovato fra le zampe di Balzello.
“Benvenuto in Australia, caro amico immaginario!”. Il suo sorriso mi fa sentire subito a casa.
“Sapessi quanto ti ho pensato… ed ora eccoti qui!”, e così dicendomi mi mette in groppa e comincia a fare saltelli.
Io… amico immaginario di Balzello? Un attimo: dovrò dunque prendermi cura di lui, così come lui si è preso cura di me? La nebbia subito si dirada. Il punto è che siamo di nuovo insieme. E questa è l’unica cosa che conta.
Puff!
E ora che succede? Mamma… sei tu? Oh, no… Balzello fa gli onori di casa. Insieme andiamo a conoscere i signori Koala e…
… puff!
… Ci siete ancora, bambini?
Questo racconto fa parte del progetto LiberBimbi.




