L’attività letteraria di Giulia Cavallari fu molto ampia, scrisse moltissimo ma pubblicò poco soprattutto in volume. Abbondante anche la sua produzione di conferenziera e la sua attività giornalistica. Questo volume, edito nel 1970, tenta di antologizzare alcune delle sue pagine più significative, che spaziano dalla poesia alla produzione teatrale, a riflessioni sparse e brevi racconti.
Nella sezione Pensieri, pubblicati parzialmente nel 1938 e ripresi qui dalla scelta della figlia Laura con aggiunta di altri inediti, troviamo i principi ispiratori dell’autrice che si compendiano nei concetti di fede, patria, famiglia, società. L’impronta femminile è fornita dalla visuale con la quale osserva l’animo umano; le sue massime non tentano di assurgere a insegnamenti ma sono solo suggerimenti che potrebbero consentire uno spiraglio di luce anche per chi non trova attuali e praticabili gli stessi punti di riferimento dell’autrice.
La sezione Intima riproduce una parte delle poesie contenute nel libretto del 1914 dedicato alla figlia Laura in occasione del suo matrimonio. Ci sono anche le poesie in memoria del defunto marito Ignazio e altre piccole perle tra le quali va ricordata almeno la poesia L’ascensore, scritta con garbo satirico per ironizzare sull’esito di un concorso per una cattedra all’università di Bologna; il marito Ignazio fu primo in questo concorso ma la cattedra fu assegnata al terzo classificato. La manifestazione del proprio dolore, che è espressa in molte di queste poesie, fa trasparire l’idea che il dolore altrui aiuti a sopportare meglio il proprio e con questa convinzione la poetessa offre la propria rassegnazione come strumento in più per affrontare meglio nuove esperienze con animo più forte. Nei Canti di guerra non va ricercata certamente la perfezione del verso, ma un tentativo di donare al soldato in trincea affetto e calore. L’idea della poetessa fu in questo caso quella di mettere le proprie forze intellettuali al servizio del combattente. Del supporto delle donne italiane all’entrata in guerra nella prima guerra mondiale abbiamo già parlato a proposito di Teresa Labriola, Maria Ryger, Amelia Rosselli ed altre scrittrici e intellettuali le cui opere sono già presenti in questa biblioteca Manuzio.
In Piccole cose troviamo sei brevi racconti che testimoniano dell’idea pedagogica dell’autrice. Le virtù che sono additate ad esempio sono quelle della comprensione e della carità verso il prossimo, ma anche verso la natura. Le figure infantili descritte rievocano gioie e sventure, e spesso la natura è rappresentata come teatro di un’impari lotta, sia questa tra una mosca e un peloso ragno o di un uccellino con una crudele gattina. Con un linguaggio semplice, accessibile ed attraente l’autrice si prefigge di destare preziosi embrioni di pensiero e sentimento.
L’ultima sezione è dedicata alle Commedie scritte per l’intrattenimento educativo delle ragazze ospitate all’Istituto per figlie di militari di Torino nella quale scuola l’autrice fu direttrice per un trentennio. I suoi personaggi scaturiscono da esperienza quotidiana di vita; si prefiggono di divertire e distrarre ma nello stesso tempo inducono a riflessioni più articolate. La visione “femminista” che ne scaturisce è quella dell’autrice – comune a molte donne colte e impegnate nella lotta per la parità di genere nell’inizio del XX secolo – che si batte per un accesso delle ragazze all’istruzione senza tuttavia scalfire troppo il concetto che vede ancora la donna principalmente ancorata al lavoro domestico e alla cura della famiglia. La terza e ultima commedia di questa scelta, Dottoresse, è emblematica in questa direzione; il confronto tra quattro laureate (medicina, matematica, scienze naturali e legge) evidenzia un diverso modo di vivere questa difficile battaglia per l’emancipazione tramite lo studio e nell’applicazione della professione. La posizione più radicalmente femminista della laureata in legge è resa spigolosa e un po’ ridicola di fronte invece all’uso che del proprio sapere fanno le altre tre. E ne esce bene e simpaticamente anche il sano buon senso della domestica che ascolta la loro discussione.
Dal fertile terreno della letteratura italiana al femminile del primo ’900 questa scrittrice, apprezzata e molto conosciuta in vita quanto dimenticata e ignorata oggi, emerge per aver contribuito a introdurre la donna e i suoi problemi quale parte integrante della società, sovvertendo quelli che erano all’epoca i limitati orizzonti della loro realtà quotidiana.
Sinossi a cura di Carmela Mazzullo e Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Chi desideri conoscerne le sembianze spirituali, o chi avendola conosciuta abbia vaghezza di rievocarne lo spirito vivo, non ha che a leggere questi «Pensieri»: la vedrà innanzi nella medesima luce che la illuminava e la risentirà nei medesimi palpiti suoi propri; e se vorrà poi riguardare, per riconoscerne pur l’esteriore parvenza, il ritratto che la precede, troverà non discorde dall’anima la persona.
Dei Pensieri due massimamente la dipingono come forse nessun’altra parola potrebbe. Nel primo ella nota: «C’è chi ama la gloria, chi la serena oscurità, chi ha sete di sapere, chi di ricchezza, chi sogna la potenza, chi è trascinato dal fascino dell’arte o dalla bellezza. Io ho desio infinito di bene, un bisogno ineffabile di spandere la felicità, di rasciugare le lagrime, di far risorgere la fede, di accendere la speranza: io non posso essere felice se non per mezzo della felicità che procuro agli altri, la quale si riflette su me come da uno specchio». E nel secondo osserva: «Mi si fa colpa di essere eccessivamente ottimista, ed è vero: pur convinta dell’esistenza del male, ho fede nel bene e vorrei avere fascino eloquente di parola per diffonderlo, ricchezze per concretarlo. Vorrei avere la forza di Sansone non per iscuotere le colonne del tempio ed aprire iscura tomba agli uomini, ma per trascinarli alla vivida luce del sole, per schiuder loro il tempio della felicità e della pace».
Scarica gratis: A Laura di Giulia Cavallari Cantalamessa.
