L’editore Zanichelli ha raccolto, a cura di Giuseppe Lipparini, le pagine di critica letteraria che Carducci ha pubblicato nei 44 anni della sua carriera di professore di Letteratura Italiana (o come si diceva allora, di Eloquenza Italiana) all’Università di Bologna. I saggi sono ordinati cronologicamente a partire dal Trecento (in realtà da Virgilio) con le poesie provenzali, Dante, Petrarca e Boccaccio, e prosegue fino ai quasi contemporanei del critico Manzoni e Leopardi.
Mi ha incuriosito in particolare il primo dei discorsi tenuti all’Università di Bologna, Dello svolgimento della letteratura nazionale, che viene più volte citato dagli storici medievisti come origine – o meglio come autorevole propalatore in Italia – della falsa leggenda della paura dell’anno mille. Il discorso comincia così:
«V’immaginate il levar del sole nel primo giorno dell’anno mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni uscenti dal secolo decimo?»
e prosegue con la presunta citazione di Gesù [Mille e non più mille] e con la citazione di un famoso cronachista – che non nomina: Rodolfo il Glabro, Cronache dell’anno mille – che nel 1003 scrisse “Era come se il mondo stesso, scuotendosi e spogliandosi della sua vecchiaia, avesse rivestito dappertutto una candida veste di chiese.”. La stessa cronaca viene utilizzata dagli storici attuali per smentire la leggenda.
Può essere utile ricordare che nella biblioteca del Progetto Manuzio sono già presenti altre raccolte di critica letteraria, a partire da quelle di Francesco De Sanctis, per arrivare a quelle di Benedetto Croce e Luigi Capuana.
Sinossi a cura di Claudio Paganelli
Dall’incipit del libro:
Nessuna parola in questo luogo e in questo giorno poteva essere pronunziata innanzi a quella di Virgilio; nessuna, prima dei solenni versi con i quali egli offeriva alla patria la corona sua di poeta, con i quali poneva su i dolci campi nativi l’imaginato tempio della sua gloria.
Dopo adombrate nelle ecloghe le agitazioni e perturbazioni della sua gioventú e del suo popolo tra il tumulto delle guerre civili; su ‘l terminare il poema della pacificazione d’Italia, le Georgiche; fermo già il pensiero alla epopea della nazione e dell’Impero d’Italia e di Roma, la Eneide; Publio Virgilio Marone, nel florido vigor della vita, a quarant’anni, dagli ozi felici di Partenope chiedeva con i voti gli auspicii non alle glorie antiche della Grecia, non alla presente fortuna di Roma, sí alla sua Mantova, alla veneta umbra etrusca città «gens illi triplex», verso la quale e carità del luogo natio e le fatidiche memorie del vecchio popolo italiano lo richiamavano. ‒ Io primo ‒ cantava ‒ , cosí la vita mi basti, ritornando dalla vetta aonia condurrò meco in patria le Muse: io primo porterò a te, o Mantova, le palme idumee; e ne’ campi tuoi verdi alzerò un tempio di marmo presso dove il Mincio erra largo in lente curve di avvolgimenti e veste le rive d’una molle cintura di canne.
Scarica gratis: Pagine di storia letteraria di Giosuè Carducci.



