«Gli anni che intercorrono tra il ’22 e il ’43 furono tutti anni perduti; non ci rimane che andare alla ricerca, ripescando tutte le giornate sommerse, riportando a galla pensieri, discorsi, abiti, usanze. Nulla è perduto nel campo dello spirito fino al momento in cui si stabilisce di perderlo.»
Scrisse così lo stesso Brancati nell’articolo Riprenderemo il tempo perduto? pubblicato in “la Fiera letteraria” n. 23 del 12 settembre 1946. Ma la sensazione di questa “perdita” Brancati evidentemente la percepiva da tempo. Il suo romanzo Gli anni perduti fu scritto tra novembre 1934 e marzo 1936 e pubblicato a puntate sulla rivista “Omnibus”, settimanale di Leo Longanesi fondato nel 1937 e al quale Brancati diede un contributo importante. Il 1934 fu in realtà una data di svolta all’interno dell’antifascismo con una iniziale maturazione verso un fascismo critico che fece funzioni di incubatrice per la maturazione antifascista di tanti giovani intellettuali. Anche la letteratura ebbe certamente un’importante funzione chiarificatrice in quest’ambito e questa “storia” inizia forse proprio con questo romanzo. Non è un caso quindi il fatto che venisse pubblicato sulla rivista “Omnibus” che di questo fermento verso l’antifascismo fu serbatoio importante fino alla sua soppressione nel gennaio 1939 per imposizione del Ministero della cultura popolare.
Il romanzo fu stampato in volume per la prima volta nel 1941 dall’editore Parenti e nel 1943 da Bompiani. Quest’ultimo editore ne fece numerose ristampe negli anni successivi. Questo e-book ha come riferimento l’edizione Mondadori del 1973.
Il romanzo è ambientato a Natàca all’inizio del XX secolo (ma ricco di riferimenti al periodo storico contemporaneo al momento in cui fu scritto); Natàca è città immaginaria nella quale non è ovviamente difficile riconoscere Catania. Natàca deriva dall’anagramma del nome greco di Catania. È una città dalla quale si vorrebbe fuggire ma alla quale non si riesce a non ritornare. Fuggire dalla Sicilia, oppure tornarvi, rimanervi, sono tutte situazioni simboliche che hanno certamente a che vedere con l’idea della non-vita, dell’inerzia, la noia, la rinuncia. Ma anche con il mito della Grande Madre, in senso junghiano. Il ritorno del protagonista della prima parte del romanzo, Leonardo, da Roma alla città natale di Natàca appare come un ritorno al grembo materno come elemento di sicurezza e di magia. Le madri siciliane del romanzo non vogliono che i figli diventino adulti, li avvolgono nella sicurezza delle stanze con imposte chiuse, preferiscono che dormano e in questo modo contribuiscono in maniera decisiva a non consentir loro di aprire gli occhi alla ragione, alla responsabilità individuale. «Queste mamme siciliane che fanno i figli e poi se li mangiano» esclama Rodolfo De Mei, e alle rimostranze della signora Careni risponde: «Dieci anni di “Rodolfo mammuccia tua, non rincasare tardi!” e dieci anni di “Ma ti pare?” sono qualcosa che fa pensare. Ma il sogno di mia madre è che questo possa durare ancora trent’anni.»
Tutta la prima parte del romanzo si dipana attraverso la noia dei giovani del posto procurata dal non far niente, sempre in un’attesa annosa e vana di far ritorno a Roma, nel tentativo di riempire le ore che «una volta passate, quelle ore non lasciavano nel ricordo più nulla, nemmeno la stanchezza di averle dovute spingere innanzi con tanta fatica.» Ma all’inizio della seconda parte irrompe il professor Buscaino (non si sa in che materia sia “professore”) che propone il progetto della costruzione di una torre panoramica che avrebbe dovuto fruttare un sacco di soldi dopo che fosse stata aperta al pubblico. La mentalità apparentemente dinamica e ingenuamente affaristica di stampo americano (il professor Buscaino millanta di essere stato in America e di dovervi fare urgentemente ritorno) si scontra con la concezione ultra conservatrice e ancora di stampo feudale dell’ambiente cittadino dove emergono i nuovi ricchi della nascente borghesia locale, diffidente e sospettosa verso ogni forma di novità. Ci vuole un decennio per raccogliere i soldi e costruire la torre. Ma nel quinto capitolo della terza parte – un vero gioiellino letterario all’interno del romanzo – Buscaino, al termine della sua esperienza di costruttore e di fronte all’inevitabile fallimento, si rivolge alla burocrazia municipale che ha vietato l’accesso al pubblico della torre ormai costruita sulla base di una norma emanata 14 anni prima. Nessuno aveva collegato quel divieto, astratto e formale, al fatto reale della torre che sorgeva e che prendeva definitiva forma.
Si prospetta a chi legge una situazione intermedia tra Le anime morte di Gogol (un parallelo tra Buscaino e Cicikov scaturisce in maniera chiara) e tante opere pirandelliane. In questo naufragare di un’eroicomica intraprendenza – palese satira nei riguardi del becero trionfante fascismo – Brancati cerca un qualche antidoto a una burocratizzazione dello spirito, ma il fallimento dell’impresa della torre, simbolo di un lavoro improduttivo e fine a se stesso, non può fare altro che causare lo scivolamento dalla noia esistenziale verso una maniacale morte spirituale o alla pazzia. Tra i più cupi romanzi di Brancati è certamente questo Gli anni perduti, dove l’idea di fallimento e morte traspare da ogni personaggio, da ogni ambientazione, per condurre alla consapevolezza dell’assurda angoscia del mondo a lui contemporaneo.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Un giorno di settembre, Leonardo Barini lasciò Roma, ove dirigeva la rivista letteraria «Campoformio», e fece ritorno a Natàca, città del Mediterraneo e sua città natale.
A Roma, aveva sofferto di vertigini e capogiri, la salute s’era guastata. Ma sarebbero bastati venti giorni di riposo e di dieta in seno alla famiglia, per guarirsi completamente. Senza dubbio, si trattava di una cosa da nulla. Fra venti giorni, sarebbe ripartito per Roma.
Così almeno egli diceva, mentre si tirava le coperte fin sopra gli occhi, e la madre chiudeva gli scuri.
«Adesso lasciami dormire per una ventina di minuti.»
Il padre, la madre, il fratello uscirono dalla camera e chiusero la porta… Capogiri? Sarebbero passati! Fra venti giorni, di nuovo a Roma…
Ma la salute non era poi così guasta, e i capogiri non erano stati tali da spiegare un ritorno così precipitoso. La verità era un’altra; la verità era questa: che d’un tratto, senza gravi ragioni, la gioia era finita nel cuore di Leonardo. La bella luce, che illuminava tutte le cose, e dava un senso anche alle sedie e al calamaio, s’era spenta.
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