Il terzo romanzo di Ugolini, pubblicato nel 1930, rappresenta un passo importante in direzione della sua maturità espressiva, che sarà raggiunta nella successiva Trilogia de I Fuggiaschi. L’ingegno narrativo di Ugolini raggiunge l’obiettivo di trasmettere disagio al lettore e si traduce in una tecnica dove i capitoli, fitti e susseguentisi a ritmo serrato, si dipanano come frammenti esplosi di un mondo in rovina. Per chi legge talvolta lo sforzo di ricostruzione, di ritrovamento di un’organicità che appare confusa può non essere lieve.
Ma dietro all’apparente disordine e mancanza di costruzione si intravede invece un’architettura modernissima, che dà sempre l’impressione di poter crollare da un momento all’altro, incapace di reggersi nella sua mole un po’ troppo bizzarra. Mole rischiarata però dalla formazione filosofica dello scrittore che appare sempre più attento indagatore di anime, cercatore meticoloso delle più nascoste passioni e dei misteri della vita che prova a svelare con i simboli più profondi. «È questo il segreto dell’arte: cógliere e definire un’anima in un segno…» Così dice Gustavo, pittore ai margini non solo della vita artistica ma della società e che finisce per esprimere la propria arte disegnando i cartelloni pubblicitari di un circo. Sembra un avvertimento che sintetizza un’estetica. Ugolini interpreta davvero bene questo suo dichiarato programma: l’arte diventa, nelle pagine del suo romanzo, rappresentazione di stati d’animo, espressi più dai gesti dei suoi personaggi – sempre accuratamente descritti – che non dalle parole. In questo traspare la sua precedente esperienza di scrittore di testi teatrali. I simboli, poi, come già accennato, diventano potentissime linee guida: «quel cigno che, per effetto prospettico, doveva sembrare grande quanto un cammello.»
Questo simbolo percorre tutta la narrazione, quasi come testamento del protagonista, il quale viene richiamato in ogni pagina del romanzo ma che chi legge conosce solo dalle parole di chi lo ricorda, perché lo troviamo defunto nella povera camera ardente nelle prime pagine del libro. Il “professore” è colui che illumina ognuno con una speranza: al cieco garantisce che ritroverà la vista, al poderoso e gigantesco ubriacone spiega come raggiungere i giacimenti di diamanti, alla giovane Enrica come intraprendere una attività e come spianare la strada dell’arte a Gustavo, pittore derelitto. Il “professore” vive come affittuario in una casa “equivoca” dove tre generazioni di donne esprimono la loro marginalità sociale anche attraverso un discontinuo e poco convinto commercio del proprio corpo. Ma ha anche un figlio – malato ipocondriaco e irascibile – e una nipote. Ernesto, che nella casa “equivoca” convive con nonna zia e sorella, decide, alla morte del professore – che era stato per lui un vero maestro – che i pochi soldi che costui ha lasciato in una scatola vadano consegnati ai legittimi eredi, deludendo le aspettative delle parenti che pensavano da quella morte di avere un breve e momentaneo beneficio.
Sullo sfondo abbiamo un quartiere povero con tutte le sue miserie e con il suo parroco, Don Cerri, che cerca come può, ma spesso maldestramente, di portare un conforto che è lontano dal poter essere compreso, anche se talvolta cercato, da personaggi che interpretano i fattori umani delineati dalla singolare personalità dell’autore e che rivelano nella loro pittoresca realtà l’intimo spasimo che li accende e li fa vivere. La vicenda comunque finisce sullo sfondo e in primo piano abbiamo invece l’imperativo categorico di poter imparare a interpretare i “segni”, i “simboli” nei quali s’illumina la vita e la morte; non sono le parole ma le azioni (e i fatti che dalle azioni prendono corpo) che vanno interpretate, sia quando sono conseguenza della gioia o della disperazione, della carne o dello spirito, del sentimento o del raziocinio. Fuori di questo c’è il buio dell’esistenza e a rischiararlo non vale neppure il solo apparentemente purificatore fuoco finale.
Sinossi a cura di Paolo Alberti
Dall’incipit del libro:
Il vecchio sembrava dormire profondamente.
La luce palpitante di un cero animava di riflessi il suo volto: sotto la fronte in piena luce, le occhiaie, sparse d’ombra, affondavano; sulle guance correva un sorriso che si smarriva nella barba e nei baffi spioventi.
Un sussurrare monotono, nella stanza; un cauto muoversi di persone. Inginocchiata ai piedi del letto, una vecchia pregava. Spesso, nel fervore della preghiera, alzava lo sguardo, fermandolo per qualche tempo su di un quadro, ch’era collocato sul capezzale, raffigurante da un lato un essere sparuto e disperato nella cui cassaforte non erano rimasti che i topi, e dall’altro, un grasso e ingioiellato signore dinanzi al quale si ergeva una piramide di sacchetti pieni sino all’orlo di monete d’oro.
Un uomo entrò nella stanza a passo pesante. Alto, tarchiato, i capelli rasi, camminava dondolandosi sulle gambe.
— È morto senza capire nulla, – commentò una donna. – I giusti muoiono così.
— Senza capire? Che ne possiamo sapere noi?
E il sacerdote, alzandosi, si avvicinò ai letto.
— Bisogna andare per la cassa, – disse la vecchia interrompendo la sua preghiera. – Vacci tu, Carlo, – aggiunse volgendosi all’uomo ch’era entrato allora, – Ernesto non può… Capirai… Pensa a tutto don Cerri.
Il sacerdote annuì con un breve cenno del capo.
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